Un pomeriggio di ottobre del 2024 Li Ying era sdraiato sul letto a guardare contenuti su X quando sul telefono gli è apparsa una notifica dalla telecamera di sicurezza installata sulla porta del suo appartamento a Torino, in Italia. Due uomini si aggiravano nel corridoio. Li si è alzato senza fare rumore, si è avvicinato all’uscio e li ha osservati attraverso le immagini trasmesse dalla telecamera con il telefono.
Da quando due anni prima aveva trasformato il suo account X in una delle fonti in lingua cinese più influenti per notizie non censurate e voci del dissenso, riceveva minacce. Se quelle minacce si fossero concretizzate, aveva immaginato di trasmettere in diretta la sua cattura, forse perfino la sua morte.
Quando uno dei due uomini si è messo la mano in tasca, Li si è immobilizzato. Si è scordato di avviare la diretta streaming. L’uomo ha tirato fuori una bomboletta di vernice spray e ha scarabocchiato la parola “stupro” in italiano sulla porta. Poi i due se ne sono andati.
Le sue peggiori paure non si erano avverate. Li ha chiamato la polizia. Sono arrivati quattro agenti per raccogliere la sua testimonianza e recuperare le registrazioni della telecamera di sicurezza. Un amico è partito da Milano per prendere lui e i suoi due gatti. La mattina seguente l’appartamento era vuoto.
Dopo quell’episodio Li, conosciuto dai suoi follower sui social media come “Teacher Li”, ha deciso che la sua vita non sarebbe stata governata dalla paura. Invece di fare un passo indietro, ha ampliato le sue attività: ha cominciato a viaggiare, a partecipare a conferenze sui diritti umani e a incontrare diplomatici, giornalisti, attivisti e politici in tutta Europa, Asia e Nordamerica.“Quando riesci a guardare l’abisso dritto negli occhi”, dice, “è l’abisso che, poco alla volta, comincia ad avere paura di te”. La polizia italiana non ha reso pubbliche informazioni sull’indagine, ma Li era convinto che fosse stato il governo cinese ad assoldare i vandali.
Sotto la guida di Xi Jinping, la censura e la sorveglianza hanno reso estremamente difficile portare avanti forme di dissenso in Cina. Pechino si è dimostrata altrettanto determinata a colpire chi alza la voce dall’estero.
Li, 34 anni, è tra i bersagli più importanti. La diffusione continua dei suoi dati personali online l’ha costretto a spostarsi da un posto all’altro. La sua pagina su X si è riempita di calunnie e minacce di morte. Poi le intimidazioni sono diventate fisiche: sconosciuti si sono presentati alla sua porta, fotografando e lasciando scritte minacciose nel corridoio. Sempre più cinesi si trasferiscono all’estero perché stufi della censura dello stato e la maggior parte di loro ha troppa paura della vendetta del governo per esporsi pubblicamente. Persone come Li, però, offrono un’alternativa alle narrazioni ufficiali attraverso podcast, canali YouTube, librerie e account X gestiti da città come Tokyo, Toronto e New York.
Un pubblico vasto
Pochi sono riusciti a raggiungere un pubblico tanto vasto come quello di Li. Secondo la società di analisi Similarweb, il suo account X, che conta 2,2 milioni di follower, nel dicembre 2025 era al quinto posto nel mondo per traffico: un risultato straordinario per un profilo cinese. Tra il 2023 e il 2025 l’account ha generato oltre sei miliardi di visualizzazioni all’anno. Li pubblica testimonianze di laureati disoccupati, di corrieri e fattorini che un tempo svolgevano professioni più prestigiose, di persone che hanno investito soldi in appartamenti mai costruiti o che non sono mai state pagate per il loro lavoro.
◆ 1992 Nasce nella provincia di Anhui, nella Cina orientale.
◆ 2022 Dopo essersi trasferito all’estero, crea un account su X che raccoglie notizie e contenuti sulle proteste contro le misure restrittive durante la pandemia, sfuggiti alla censura del governo di Pechino.
◆ 2023 Riceve minacce e il suo conto bancario in Cina viene congelato.
In parte le informazioni gli arrivano da gente che si trova in Cina, come i video sulla repressione della polizia contro i residenti di Wuhan che protestavano per il progetto di una fabbrica di batterie. Altri contenuti vengono dai social media cinesi, come Weibo e Douyin, l’app di video brevi affiliata a TikTok.
“La sua non è semplicemente la voce di un singolo”, spiega Laura Harth, direttrice per l’Italia di Safeguard defenders, un’organizzazione per i diritti umani. “È come un altoparlante attraverso cui tutte le altre voci riescono a raggiungere il resto del mondo”.
Li è cresciuto nella provincia di Anhui, nella Cina orientale, e disegna da quando ha memoria. Si è trasferito in Italia per studiare pittura. Nel novembre 2022, quando in Cina sono esplose le proteste contro le rigide politiche “zero Covid”, viveva a Milano. In quel periodo aveva un seguito modesto su Twitter, come si chiamava allora X. Il suo avatar è un gatto disegnato a mano, allo stesso tempo tenero e inquietante.
Quelle proteste hanno rappresentato la più grande ondata di dissenso pubblico dai tempi di piazza Tiananmen, nel 1989. Li ha aperto il suo account a chiunque dall’interno della Cina avesse qualcosa da mostrare al mondo. Le persone hanno cominciato a inviargli foto, video e testimonianze. Il numero dei suoi follower è esploso. Poi è arrivata la ritorsione.
Ogni volta che pubblicava qualcosa online, la polizia si presentava a casa dei suoi genitori, nella provincia di Anhui. L’ambasciata cinese in Italia ha scritto alla scuola di lingue di Milano presso cui Li lavorava accusandolo di frode e lui ha perso il lavoro. I suoi conti bancari in Cina sono stati congelati. Lo stesso è successo alle app di pagamento e agli account di giochi. Convinto di essere sorvegliato, ha cambiato casa quattro volte in un anno. Nel periodo di maggiore isolamento non è uscito per due settimane, sopravvivendo quasi esclusivamente mangiando cibo di McDonald’s consegnato a domicilio.
Nel 2024 la polizia cinese ha cominciato a convocare i follower di Li e a fare pressione perché smettessero di seguirlo. Poi sono arrivate le scritte a Torino.
Secondo un rapporto pubblicato da Freedom house nel 2021, la Cina gestisce il sistema di repressione più esteso al mondo, coinvolgendo milioni di persone in almeno 36 paesi. Usa spionaggio, attacchi informatici, minacce e aggressioni fisiche per mettere a tacere e punire chi critica il governo. Negli ultimi anni le autorità europee e statunitensi hanno indagato diversi casi collegati ai tentativi di Pechino di sorvegliare i dissidenti all’estero. A febbraio, un rapporto della OpenAi ha documentato il modo in cui le forze dell’ordine cinesi hanno utilizzato ChatGpt per condurre operazioni online contro dissidenti e leader stranieri, citando il caso di Li come uno degli esempi
Negli anni ho parlato molte volte con Li. All’inizio non gli piaceva essere definito un “ribelle”. Gli sembrava assurdo che alcuni cinesi riponessero le loro speranze di democrazia in un influencer come lui. Ma, avendo pagato personalmente il prezzo del dissenso, capiva bene perché così poche persone osassero esporsi. Così, con il passare del tempo, si è sentito più a suo agio nel ruolo di attivista. Non ama farsi fotografare e osserva attentamente ogni ambiente in cui entra. Tuttavia oggi si muove con sicurezza negli aeroporti, partecipa a conferenze e visita ambasciate. Coordina uno staff e una rete di volontari che lo aiutano a raccogliere notizie, a gestire l’account su X e a pubblicare una newsletter in inglese.
Lo scorso dicembre gli ho chiesto se si considerasse un ribelle. Ha esitato. Mi ha detto che quella parola richiama alla mente violenze e spargimenti di sangue, cose che detesta. Ma ha aggiunto che adesso vede il suo lavoro come parte di una lotta non violenta contro il governo. “Per molto tempo io sono stato quello inseguito da loro”, mi ha spiegato, riferendosi al governo cinese. “Adesso però ho ribaltato la situazione: sono io a inseguirli in tutto il mondo e a contrastarli”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati