Il 23 febbraio era il giorno del carnevale di Bergamo. Lo spettacolo Cenerentola per i bambini era programmato per le 15.30 al teatro Sociale, nel centro storico. Alle 15.45, dall’altro lato delle mura, doveva tenersi un laboratorio per imparare a fare le maschere di Arlecchino. Ma quella domenica mattina, invece di prepararsi a raccontare queste feste, un giornalista dell’Eco di Bergamo, il quotidiano cittadino, è corso all’ospedale di Alzano Lombardo, a pochi chilometri di distanza, dove era stato scoperto il primo caso di covid-19.

Nel pomeriggio tutte le iniziative in programma alla festa più attesa dell’anno sono state annullate. “Abbiamo capito che la faccenda era seria e abbiamo cominciato a pensare a come organizzare il lavoro e a come raccontare quello che stava succedendo”, ricorda il caporedattore Marco Dell’Oro. La mattina dopo, la prima pagina dell’Eco di Bergamo era dedicata per la prima volta all’epidemia. I contagiati erano quattro e la città era diventata “zona gialla”, annunciava il quotidiano. Tutti gli eventi pubblici sono stati rinviati e gli spostamenti limitati.

All’interno del giornale un editoriale del direttore Alberto Ceresoli citava il filosofo danese Søren Kierkegaard e Umberto Eco, che poco prima di morire aveva criticato le “legioni di imbecilli”. Ceresoli denunciava anche le notizie false sul virus che avevano invaso i social network. Ma soprattutto metteva in guardia: “Dire – come molti hanno fatto e continuano a fare – che l’epidemia del coronavirus è assimilabile a quella dell’influenza, è una comprensibile ‘favoletta’, che si può raccontare per tranquillizzare il più possibile l’opinione pubblica, ma non è vero”. Le prove non si sono fatte attendere, in una forma che in seguito è stata considerata come un indicatore del caos in arrivo: i necrologi sul giornale.

Quel lunedì mattina occupavano due pagine. Dal 27 febbraio le pagine erano tre. “A inizio marzo eravamo passati a quattro, poi a cinque”, dice Daniela Taiocchi, che ne è la curatrice. Presto le pagine sono diventate sei, sette, poi otto. Già prima del 15 marzo le linee telefoniche del servizio erano sature. E in seguito? “Il numero di necrologi è aumentato di continuo”, dice Taiocchi a bassa voce.

Il 14 marzo il giornalista David Carretta ha pubblicato sul suo profilo Twitter un video in cui sfogliava L’Eco di Bergamo del giorno prima, contando dieci pagine di necrologi. “Una semplice influenza, grazie”, ironizzava alla fine del video il giornalista. Pochi giorni dopo il numero di pagine di necrologi è arrivato a tredici. “In città si dice spesso: ‘Non sei veramente morto se non c’è il tuo nome tra i necrologi dell’Eco’”, racconta Giorgio Gandola, che ha diretto il giornale fino al 2016.

L’Economist e il New York Times hanno citato l’inchiesta dell’Eco di Bergamo

Queste centinaia e poi migliaia di nomi, ai quali si sono aggiunte le immagini di decine di bare, hanno reso Bergamo la “città martire” di questa pandemia, in una nazione dove i morti ufficiali da nuovo coronavirus sono 33.415, di cui 16.112 in Lombardia (dati aggiornati al 31 maggio 2020). Circa 120mila abitanti – un milione considerando le decine di paesi sparpagliati nella pianura e nelle colline della val Seriana e della val Brembana – colpiti in pieno dal virus.

Cinquantamila lettori leggono quotidianamente L’Eco di Bergamo, il giornale locale di riferimento da diverse generazioni. Nonostante il calo delle vendite degli ultimi anni – una diminuzione che interessa la maggior parte della carta stampata – L’Eco di Bergamo ha 26mila abbonati e fa parte di un gruppo che comprende anche Bergamo Tv, Radio Alta e altre testate locali. Secondo il direttore Ceresoli, da quando la città è stata colpita dalla pandemia, 13mila nuovi lettori cominciano la loro giornata leggendo il quotidiano.

Il più grande dei piccoli

Reportage, articoli, editoriali, rubriche culturali e interviste scritte dai 52 giornalisti della redazione compongono la maggior parte delle cinquanta pagine del giornale, distribuite ogni mattina in tutta la valle lombarda. “Sentivamo la responsabilità di raccontare tutte le storie, perché ormai a Bergamo tutti hanno un parente, un vicino, un amico o un conoscente morto a causa del coronavirus”, precisa Massimo Cincera, presidente della società editrice del quotidiano. L’ex direttore Gandola sintetizza: “L’Eco di Bergamo è il più piccolo dei grandi giornali e il più grande dei piccoli giornali italiani”. A differenza di molti quotidiani locali, L’Eco di Bergamo ha scelto di indagare, raccontare e di setacciare la regione e il paese. “Il giornale di Bergamo si distingue nel panorama dei mezzi d’informazione, anche per la sua voglia di parlare di questioni internazionali”, spiega Laura Silvia Battaglia, giornalista, che insegna all’università Cattolica di Milano. “È l’unico quotidiano locale che pubblica dei reportage dall’Africa subsahariana”. Il giornale ha una squadra di corrispondenti sparsi nel mondo. Fondato nel 1880 e di proprietà della chiesa locale, si è contraddistinto fin dalla prima guerra mondiale raccontando le storie personali dei soldati al fronte, lontano dalle analisi proposte dalla maggior parte dei mezzi d’informazione italiani dell’epoca.

È soprattutto ad Andrea Spada che L’Eco deve la sua reputazione. Soprannominato il “prete direttore”, Spada ha regnato per 51 anni sul quotidiano. Fino al 1989, con la Bibbia sotto il braccio, ha creato l’identità che il giornale ha oggi. E anche l’identità di Bergamo, affermano alcuni. “La domenica pomeriggio andava in giro per via Sentierone e osservava la gente che seguiva le partite dell’Atalanta, la squadra di calcio locale, con la radiolina incollata all’orecchio”, racconta Gandola. “Questo lo ha spinto a creare, all’inizio degli anni sessanta, le pagine sportive del giornale e il primo club di tifosi della città, Amici dell’Atalanta”.

Poi sono nate diverse rubriche, presenti ancora oggi, come Case in festa, una sorta di Facebook ante litteram dove si accumulano le foto di diplomi, matrimoni e compleanni. Tutta la vita racchiusa in un giornale. “La città si basa su quattro pilastri”, spiega Gandola: “La chiesa locale, la Banca popolare di Bergamo, l’Atalanta e L’Eco di Bergamo”.

Nelle chiese della città e in banca bisogna rispettare le distanze di sicurezza e l’Atalanta ha dovuto interrompere la sua corsa in Champions League, dopo che il 19 febbraio aveva vinto 4 a 1 contro il Valencia negli ottavi di finale. Una partita giocata allo stadio San Siro di Milano, davanti a 45mila tifosi bergamaschi, che secondo Matteo Spini, redattore per le pagine sportive, è stata una “bomba virale”.

La più alta forma di giornalismo

Rimane quindi L’Eco di Bergamo, anche se la vita della redazione sembra essersi fermata. Fin dai primi allarmi il grande edificio di pietra di viale Papa Giovanni xxiii è rimasto quasi deserto. Per entrare bisogna misurarsi la temperatura con uno dei termometri a disposizione e indossare la mascherina. In redazione i caporedattori Marco Dell’Oro, Andrea Valesini e il loro vice Bruno Bonassi coordinano i collaboratori attraverso il telefono, le videochiamate e centinaia di messaggi su una chat di WhatsApp chiamata “coronavirus”.

Oltre alla sensazione di dover “guidare una nave in piena tempesta”, Bonassi, 50 anni, confessa di aver provato in un primo tempo un certo entusiasmo e anche di essere stato un po’ incosciente. “Mi ricordo con tenerezza che in quei primi giorni avevo inviato dall’ufficio un selfie agli amici: avevo la maschera, i guanti, gli occhiali di protezione e una bottiglia di grappa centenaria come antidoto contro il virus”.

l’entrata dell’Eco di Bergamo, 5 maggio 2020 (Mattia Balsamini per M le magazine du Monde)

Ma quell’atmosfera spensierata non è durata a lungo: il 29 febbraio è stato confermato ufficialmente il primo caso nella redazione, poi nelle settimane successive alcuni giornalisti hanno sviluppato i sintomi tipici del covid-19, anche se i tamponi venivano fatti solo ai pazienti ricoverati in ospedale. La città è diventata ogni giorno più silenziosa, tranne quando le sirene delle ambulanze rimbombavano negli stretti vicoli.

I camion dell’esercito hanno cominciato a portare via le bare. Troppe per poter essere accolte nei cimiteri di Bergamo. E alcuni pazienti venivano portati in altri ospedali perché quelli cittadini erano al limite della capienza, raccontano i giornalisti, sempre presenti, anche quando dovevano scrivere dei loro parenti. “Nell’arco di tre giorni ho perso due zii, Delio e Mario, e mio suocero Furio, tutti a causa del coronavirus”, racconta Bonassi.

Descrivere questa pandemia diventa “la più alta forma di giornalismo mai prodotta” nella sua carriera, cominciata nel 1996 proprio all’Eco di Bergamo. E crea “un’armonia” totale con i suoi lettori, nonostante la disperazione di fronte a una città sul punto di vacillare. “Tutte le mattine quando andavo a lavorare, mia moglie Roberta e i miei tre figli mi incoraggiavano: ‘Dai, non mollare!’”.

Andrea Valesini, uno dei caporedattori, e seduto accanto lui Bruno Bonassi, il suo vice, il 6 maggio (Mattia Balsamini per M le magazine du Monde)

Poi il quotidiano ha deciso di andare oltre la sua missione. Grazie a un’associazione cattolica e a un gruppo di industriali ha organizzato una raccolta di fondi, Abitare la cura, che a metà marzo ha raccolto più di tre milioni di euro. “Volevamo donare soldi agli ospedali, ma a causa della burocrazia ci sarebbe voluto troppo tempo”, spiega il caporedattore Dell’Oro, “così abbiamo affittato due alberghi”. Prima il Winter Garden hotel, a Grassobbio, vicino all’aeroporto di Bergamo, poi a fine marzo il Bes hotel, a Mozzo. Due edifici destinati ad accogliere i malati di covid-19 usciti dall’ospedale per una quarantena sotto il controllo da un’équipe medica. Grazie a questa iniziativa più di duecento persone hanno potuto ristabilirsi nel giro di qualche settimana, come si legge nelle lettere di ringraziamento affisse sulle pareti dei due alberghi. “Mi sono sentita un po’ come a casa”, scrive Mina Benedetti dopo sette giorni in ospedale e 26 nell’albergo. Emy invece si scusa per la sintassi del suo biglietto: “Grazie, grazie, grazie. Sono un buon operaio ma un asino in ortografia, quindi scusatemi, manco di punti, virgole e altre cose. Vi abbraccio”.

Telefonate dolorose

Daniela Taiocchi, la responsabile delle pagine dei necrologi, è molto orgogliosa di questa operazione. Per lei L’Eco è ben più di un giornale: “Ci siamo impegnati direttamente”, dice con il sorriso sulle labbra. Taiocchi ha fatto installare un grande schermo nel centro della città, un “memoriale” online che rende omaggio alle migliaia di vittime, al di là delle cifre fredde e impersonali. Le foto scorrono accompagnate da frasi personalizzate con in sottofondo della musica classica. Per settimane i cimiteri della città sono rimasti chiusi, lasciando le famiglie senza cerimonie funebri e a volte senza poter vedere i corpi dei defunti seppelliti o cremati, con i parenti lasciati soli nella loro tristezza. “Questa mattina ho ricevuto un centinaio di messaggi dalle famiglie che hanno un parente il cui volto appare sullo schermo”, racconta Taiocchi all’inizio di maggio. “Negli ultimi giorni ne ho ricevuti tremila”. In città arrivano tanti parenti e amici per deporre dei fiori. Un ragazzo viene da giorni. “Ogni volta si mette davanti allo schermo aspettando la foto di suo padre”, racconta la giornalista. “Dopo il ricovero in ospedale non l’ha più visto e ha ricevuto solo l’urna. Così viene qui”.

Quanti sono stati i morti nelle settimane di orrore a Bergamo? È la domanda che ossessionava Isaia Invernizzi, 32 anni, che da cinque scrive per L’Eco di Bergamo, il suo sogno fin da bambino, dopo otto anni passati in un altro quotidiano. Di solito Invernizzi si occupa della cronaca della città e della regione, ha il numero di telefono di tutti gli amministratori del territorio e passa ore a parlare con i sindaci della zona.

A marzo quelle telefonate sono diventate molto dolorose. “I sindaci dei piccoli comuni mi chiamavano in lacrime, eppure li conosco bene e so che sono persone forti. Tutti mi dicevano che il numero di morti nelle loro città era molto più alto dei dati ufficiali della protezione civile della Lombardia”.

Il giornalista ha cominciato a indagare, ha accumulato tabelle piene di dati e ha chiamato tutta la regione per ottenere cifre più precise possibili. In città dei volontari, tra cui parecchi tifosi dell’Atalanta, hanno costruito un ospedale da campo per accogliere 190 malati. Intanto Invernizzi continuava i suoi conteggi. Più di duecento comuni hanno risposto all’appello e lui ha confrontato il numero di morti degli ultimi anni con quelli dell’ultimo periodo.

Da sapere
I morti a Bergamo

◆ Secondo un’inchiesta condotta dall’Eco di Bergamo, nella città e nella provincia a marzo del 2019 sono morte 900 persone, mentre nello stesso periodo del 2020 i morti sono stati 5.400, di cui 4.500 probabilmente causati dal nuovo coronavirus. Il quotidiano scrive che a maggio 2020 le persone morte ufficialmente di covid-19 sono 106 e 1.972 i contagi accertati

dal 2 al 31 maggio.


Le differenze sono evidenti: “A marzo del 2019 in provincia di Bergamo c’erano stati novecento morti, nello stesso periodo del 2020 i morti sono stati 5.400. In un solo mese i decessi legati al coronavirus sarebbero 4.500”. Per lo stesso periodo le cifre ufficiali parlano invece di 2.060 morti, molto al di sotto dei risultati dell’inchiesta. Quando il 1 aprile il giornale ha pubblicato i risultati dell’inchiesta le reazioni sono state numerose. E non solo in Italia. “In tutto il mondo”, precisa Dell’Oro.

L’Economist nella sua analisi del caso italiano ha citato l’inchiesta dell’Eco di Bergamo. La stessa cosa ha fatto il New York Times. Anche alcuni mezzi d’informazione italiani hanno usato queste cifre per le loro ricerche, visto che il quotidiano bergamasco ha reso pubblico l’accesso a questa banca dati. “All’inizio di maggio sono stati pubblicati nuovi dati ufficiali”, racconta Invernizzi, “e confermano il nostro lavoro”.

Il 4 maggio in Italia è cominciata la fase 2: i negozi hanno riaperto, alcune persone sono tornate a lavorare, mentre altre hanno osato andare a passeggiare di nuovo per le strade e nei parchi. Intanto all’Eco di Bergamo si continua a lavorare. “Il più possibile”, dice ridendo Invernizzi, “è l’unico modo per non pensare troppo a tutto quello che è successo e a tutto quello che ancora sta succedendo”. Taiocchi annuisce: “Per non pensare al dolore bisogna tenere occupate la testa e le mani. Siamo di Bergamo, un popolo orgoglioso, ‘dolore’ non è una parola che usiamo spesso”. Anche lei sorride.

Per il numero del 140° anniversario del giornale i responsabili del quotidiano hanno fatto fare centomila bandiere apposta per l’occasione. “Noi amiamo Bergamo”, si legge intorno a un cuore e al profilo della loro città. Gli abitanti hanno cominciato ad appenderle ai balconi. E ora tutti le vorrebbero. “È il segno della rinascita di Bergamo”, osserva Taiocchi.

In una redazione ancora deserta, Dell’Oro prepara il giornale del 6 maggio. Tra le notizie principali, le conseguenze economiche del lockdown in città – perdite per 3,6 miliardi di euro – e la progressiva ripresa delle attività, quella delle “piccole aziende ma anche delle grandi fabbriche di auto della regione”. Una pagina annuncerà il più basso numero di nuovi casi di covid-19 da due mesi a questa parte, con appena 12 nuovi contagiati. “Ecco il giornale di domani”, spiega il caporedattore. E in questa edizione dell’Eco di Bergamo c’è ancora posto per altre notizie: per il giorno dopo è prevista una sola pagina di necrologi. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati