Non c’è limite alla megalomania degli esseri umani e alla loro diffidenza verso l’altrui avidità. Lo dimostra un bizzarro scambio avvenuto a luglio tra l’amministratore della Nasa e le autorità cinesi. In un’intervista al quotidiano tedesco Die Bild, Bill Nelson avvertiva: “Ci preoccupa molto che la Cina stia sbarcando sulla Luna, affermando ‘È nostra e voi dovete starne fuori’”. Il ministero degli esteri cinese ha reagito immediatamente: “Non è la prima volta che Nelson mente spudoratamente per diffamare la Cina”.

L’accusa di Nelson è abbastanza surreale, visto che a dicembre saranno cinquant’ anni esatti che l’ultimo essere umano ha messo un piede sul satellite della Terra. Da allora l’incombenza è stata delegata a piccoli robot che hanno scorazzato un po’ sulle nude pietraie. E infatti tutto quello che i cinesi hanno fatto è stato mandarne qualcuno sulla Luna, raggiungendo nel 2019 per la prima volta anche la sua faccia nascosta. Da qui a imporre un controllo esclusivo su una superficie quasi pari a quella dell’intera Asia, nel vuoto, a temperature che oscillano tra i 120 gradi sopra lo zero e i 130 sotto lo zero, in piena esposizione alle radiazioni cosmiche e a 384mila chilometri da qualunque base di supporto, ce ne corre.

La Terra fotografata dalla Luna durante la missione Apollo 15 (luglio-agosto 1971) (Nasa)

L’accusa è ancora più fuori luogo se si pensa che sono gli Stati Uniti, e non la Cina, che stanno per lanciare, alla modica cifra di 29 miliardi di dollari, un mastodontico vettore che dovrebbe portare in orbita circumlunare una navicella senza equipaggio: dovrebbe essere la prima tappa della missione Artemis (dea della Luna nella mitologia greca) che avrebbe come obiettivo la costruzione di una base permanente sul nostro satellite non prima del 2025, per un costo previsto di 93 miliardi di dollari. In teoria, questa base lunare dovrebbe poi servire come punto di partenza per una missione umana su Marte.

Ma la domanda è: che ci andiamo a fare sulla Luna? Quando ci arrivarono nel 1969 gli astronauti non riportarono indietro altro che qualche roccia. O c’è forse un obiettivo militare? Alla fine del 2019 gli Stati Uniti hanno creato un sesto ramo delle forze armate, la forza spaziale, responsabile dell’astronautica militare. Ma perché la Luna? Forse per installare una base militare da cui minacciare il nemico sulla Terra? Per questo bastano i satelliti in orbita terrestre, molto più vicini, precisi e a buon mercato. I maligni insinuano che queste missioni siano solo un mezzo per foraggiare le industrie belliche e distribuire fondi nelle proprie circoscrizioni elettorali. Lo Space launch system (Sls, sistema di lancio spaziale), vettore di Artemis 1, è stato soprannominato Senate launch system (sistema di lancio per il senato), e secondo alcuni la sua tecnologia obsoleta, derivata dal defunto programma Shuttle, è stata scelta per salvaguardare posti di lavoro in Alabama, dove si produceva gran parte dei componenti dello Shuttle.

Un’altra ipotesi è che con la nuova corsa spaziale gli Stati Uniti vogliano ripetere con la Cina il gioco delle cosiddette guerre stellari: la corsa alla realizzazione di un sistema di difesa spaziale antimissile che non fu mai realizzato, ma che con i suoi costi contribuì al crollo dell’Unione Sovietica. Per restare al passo nella conquista della Luna, i cinesi dovrebbero spendere tanto da indebolire la loro economia. Un’ipotesi avvalorata dal fatto che per la missione Artemis gli Stati Uniti hanno arruolato i propri vassalli: Canada, Giappone, Regno Unito e Unione europea.

Bolle spaziali

Gli economisti invece fanno balenare il miraggio del possibile sfruttamento minerario, non solo della Luna ma anche degli asteroidi. Diversi grandi nomi della finanza hanno sponsorizzato questo ipotetico nuovo settore: l’industria mineraria spaziale. Nel 2009, insieme al regista James Cameron e agli imprenditori aerospaziali Eric Anderson e Peter Diamandis, Larry Page ed Eric Schmidt di Google hanno fondato la Planetary Resources, che mirava a estrarre minerali preziosi dagli asteroidi, raffinarli in forma di schiuma metallica e poi trasportarli sulla Terra. L’azienda progettava di creare un deposito di carburante nello spazio entro il 2020, ricavando dall’acqua degli asteroidi l’idrogeno per il combustibile dei razzi. In seguito il deposito avrebbe potuto essere spostato su orbite terrestri per rifornire i satelliti commerciali o le astronavi.

Nel 2010 in Giappone è stata creata iSpace, i cui fondatori affermavano: “Sfruttando le risorse idriche della Luna possiamo sviluppare l’infrastruttura spaziale necessaria ad arricchire la nostra vita quotidiana sulla Terra, ma anche a espandere la nostra sfera vitale nello spazio. Facendo di Terra e Luna un sistema unico, una nuova economia centrata su un’infrastruttura spaziale sosterrà la vita umana”. Nel 2013 è stata fondata Deep Space Industries, un’altra startup basata su audaci piani per estrarre risorse dallo spazio: l’azienda sperava di cominciare la ricerca di minerali sugli asteroidi già dal 2015, di riportare campioni sulla Terra l’anno successivo e di cominciare l’estrazione vera e propria nel 2023.

Nel 2016 sono nate la britannica Asteroid Mining Corporation e la statunitense OffWorld, che si prefiggeva il compito di “sviluppare una nuova generazione di robot industriali universali per il trasporto pesante sulla Luna, sugli asteroidi e su Marte”. Promettevano milioni di piccoli robot al lavoro sotto la supervisione umana, “per rendere la parte interna del sistema solare un posto migliore, più ospitale e verde per la vita e per la civiltà”.

Nel 2017 un rapporto della Goldman Sachs, la più potente e autorevole banca del mondo, sosteneva che l’estrazione di platino dagli asteroidi stava diventando più facile ed economica, e i profitti sempre più grandi. La banca rivale Morgan Stanley ha risposto con un altro rapporto, mentre l’Economist organizzava uno space summit dopo l’altro. Non bisogna dimenticare che la Goldman Sachs gestì il debito greco, facendolo praticamente raddoppiare: le grandi banche possono sempre raggirare i clienti e spremerli come limoni. Non è un caso se il centro della nascente industria mineraria spaziale è un paradiso fiscale come il Lussemburgo. Se non siamo a una truffa spaziale poco ci manca: nel 2019 la Deep Space è stata venduta alla Bradford Space, che ha ambizioni molto più modeste e redditizie: sistemi di volo orbitale e componenti aeronautiche. La Planetary Resources è stata liquidata nel 2020. Ma le illusioni sono dure a morire: a gennaio del 2022 è stata fondata in California la AstroForge, che sostiene di aver sviluppato e testato in laboratorio una nuova tecnologia per trattare i minerali degli asteroidi.

Eppure Bloomberg aveva già messo in guardia contro queste illusioni fantascientifiche: “Dove sarebbe la fantascienza senza le miniere spaziali? Da Alien a Red dwarf, da Moon a The expanse, le saghe interstellari non sarebbero le stesse senza gli ingegneri in tuta spaziale. È meraviglioso che la gente aspiri alle stelle, ma chi si è rifiutato di finanziare i piani della nascente industria spaziale aveva ragione. Le miniere spaziali non vedranno la luce nel futuro prossimo, e basta guardare alla storia della civiltà per capire perché. Il problema è la gravità. Da un lato garantisce che il meglio delle risorse minerarie del sistema solare si trovi sotto i nostri piedi: la Terra è il più grande pianeta roccioso in orbita intorno al Sole, per questo la cornucopia di minerali che ha attirato mentre si formava è la più ricca da qui ad Alfa Centauri. Poi la gravità pone un problema tecnico: sfuggire al campo gravitazionale terrestre rende incredibilmente costoso il trasporto dei materiali necessari all’estrazione mineraria”.

Se confrontiamo le promesse e le millantate prospettive con la realtà, vediamo che da cinquant’anni nessun essere umano ha osato mettere il naso fuori dalle immediate vicinanza del nostro pianeta. La stazione spaziale internazionale orbita a quattrocento chilometri dalla superficie terrestre: se la Terra fosse una sfera dal diametro di un metro, la stazione si troverebbe a tre centimetri di altezza. La Luna è quasi mille volte più lontana, e la distanza minima tra la Terra e Marte è di 55 milioni di chilometri. Per non parlare delle distanze interstellari: la stella più vicina, Proxima Centauri, dista 4,2 anni luce. E un anno luce equivale a novemila miliardi di chilometri. Non significa che gli esseri umani non usciranno mai dal sistema solare, ma che potranno farlo solo dopo aver superato il paradigma della fisica einsteiniana, e solo se una sconvolgente innovazione tecnologica avrà rivoluzionato i trasporti in modo così impensabile quanto lo erano i jet a reazione al tempo delle carrozze a cavalli.

Nel 1979 un trattato tentò di dichiarare la Luna patrimonio comune dell’umanità

Deliri d’onnipotenza

Il miraggio dell’esplorazione spaziale obbedisce alla stessa regola che secondo Max Horkheimer e Theodor Adorno governa l’industria culturale: posticipa continuamente il mantenimento delle sue promesse. Così sarà sempre tra due, cinque o dieci anni che una missione orbiterà intorno alla Luna o vi sbarcherà o vi stabilirà una base. Ed è sempre tra venti, trenta o quarant’anni che fonderemo colonie su Marte. La cambiale sui voli spaziali si rinnova indefinitamente, come testimoniano i ripetuti rinvii del lancio della missione Artemis 1, inizialmente previsto per il 2020 e poi rimandato più volte fino a oggi.

Ma c’è una differenza abissale tra la normale industria culturale, che produce cultura di massa, e il miraggio spaziale. La differenza è che questo non è rivolto alle masse, ma ai capitalisti stessi. Sono i Larry Page, gli Elon Musk, i Jeff Bezos a raccontarsi queste favole, a convincersene, a pensare – in un delirio di onnipotenza miliardaria – di poter trasformare la fantascienza in scienza. Da questo punto di vista, l’esplorazione (anzi, lo sfruttamento economico) dello spazio sembra più un postulato religioso che una superstizione popolare. Il dato di fatto che non dà pace ai capitalisti è che la Terra è rotonda, quindi limitata e finita. Perché il capitalismo è intrinsecamente un’economia espansiva: senza una crescita indefinita, il meccanismo del profitto s’inceppa. Lo abbiamo visto, in piccolo, sul nostro pianeta, dove i capitalisti hanno aperto sempre nuove frontiere dell’industrializzazione e dell’accumulazione: dopo Regno Unito e Stati Uniti è stata la volta di Francia, Germania, Giappone e Italia, via via fino alla Cina e al Vietnam e chissà, domani all’Africa. Ma i limiti della Terra sono insormontabili, a meno che il mercato possa espandersi oltre i confini del pianeta, e magari anche del sistema solare.

Il capitalismo non è solo un’economia espansiva, ma una visione del mondo proprietaria e privatistica. In questa concezione l’umanità estenderà al cosmo lo sfruttamento se questo sarà privatizzato. Basti pensare ai peana che hanno preceduto, accompagnato e seguito i salti di pulce che tre miliardari (Branson, Bezos e Musk) hanno fatto fuori dall’atmosfera terrestre, inneggiando alla nuova era della conquista privata dello spazio (ovviamente ben più efficiente di quella pubblica). Si parla di privatizzazione dell’universo, di proprietà privata di sistemi stellari. I nostri miliardari non hanno paura di pensare in grande, e nemmeno del ridicolo.

A dimostrare quanto sia serio (e megalomane) quest’anelito allo sfruttamento proprietario dello spazio, basti pensare che gli esseri umani avevano appena fatto capolino fuori dalla loro atmosfera, che già discutevano nei fori internazionali su chi fosse il padrone del cosmo. Per prevenire soprusi futuri e imperialismi spaziali, nel 1967 firmarono il trattato sullo spazio extra-atmosferico, che stabiliva: “L’esplorazione e l’uso dello spazio profondo dovrebbero essere attuati a beneficio e negli interessi di tutti i paesi ed essere appannaggio di tutta l’umanità ”. Questo altruismo era solo di facciata: nel 1979 il trattato sulla Luna tentò di dichiarare il satellite e le sue risorse naturali patrimonio comune dell’umanità, e auspicò “un’equa ripartizione dei benefici derivati da queste risorse”. Ma molti paesi, inclusi gli Stati Uniti, rifiutarono di ratificarlo. Nel 1988 il dipartimento del commercio statunitense istituì l’ufficio per il commercio spaziale, il cui compito era “favorire la crescita economica e il progresso tecnologico dell’industria spaziale statunitense”.

Nell’ultimo decennio Washington ha accelerato gli sforzi per creare un quadro giuridico che permetta lo sfruttamento delle risorse spaziali. Nel 2015 l’amministrazione Obama ha approvato il Commercial space launch competitiveness act, che consente ai cittadini statunitensi di “impegnarsi nell’esplorazione commerciale e nello sfruttamento delle risorse spaziali”. Nell’aprile 2020 l’amministrazione Trump ha firmato un ordine esecutivo che sosteneva le attività minerarie sulla Luna e sugli asteroidi. Il mese successivo la Nasa ha reso pubblici gli accordi Artemis, che includevano lo sviluppo di zone di sicurezza intorno ai siti minerari lunari. E tutto questo prima ancora di rimettere piede sulla Luna. Tra un po’ ci saranno studi legali specializzati in controversie spaziali e avvocati esperti di diritto commerciale stellare. Il problema è che per inseguire questi obiettivi mirabolanti stiamo mandando in malora l’unico, piccolo, fantastico pianeta che la sorte ci ha regalato. ◆

Marco D’Eramo è un giornalista e scrittore italiano. Il suo ultimo libro è Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli 2020).

Da sapere
Nuovi orizzonti
Nasa/Gsfc/Arizona State University

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Questo articolo è uscito sul numero 1486 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati