Angelo Monne

Supponiamo che tu stia cercando lavoro e che apra LinkedIn per aggiornare il tuo profilo e dare un’occhiata in giro. Chi potrebbe presentarti un potenziale datore di lavoro? Da un nuovo studio condotto su più di venti milioni di persone, pubblicato su Science, è emerso che gli amici intimi (su LinkedIn) non sono i più importanti: è meglio rivolgersi ai semplici conoscenti.

Nel 1973 il sociologo statunitense Mark Granovetter coniò l’espressione “la forza dei legami deboli”. Si basa sul presupposto che più il legame tra due individui è forte, più le loro reti di amicizie si sovrappongono. Tendiamo a conoscere già la maggior parte degli amici di un nostro amico intimo, ma non quelli di una persona con cui abbiamo un rapporto più vago. Se stiamo cercando lavoro, quindi, probabilmente sappiamo già quello che la nostra cerchia ristretta ha da offrire. Sono quindi i legami deboli, cioè le conoscenze, a fornire le migliori opportunità.

La teoria di Granovetter sembra corretta, ma è davvero così? Un team di ricercatori di LinkedIn, della Harvard business school, dell’università di Stanford e del Massachusetts institute of technology ha analizzato il rapporto tra legami deboli e mobilità del lavoro usando i test ideati dagli ingegneri del social network per migliorare l’algoritmo “persone che potresti conoscere”. La piattaforma aggiorna continuamente quest’algoritmo, che suggerisce persone da aggiungere alla propria rete. Uno degli aggiornamenti permetteva di confrontare gli effetti prodotti dall’incoraggiamento a creare legami forti (amici intimi) o deboli (conoscenti e amici di amici), e di valutare come influivano sulle opportunità di lavoro.

Più di venti milioni di utenti di Linked­In sono stati inseriti a caso in gruppi ben definiti. In base ai suggerimenti ricevuti, gli utenti di alcuni gruppi hanno creato legami più forti mentre quelli di altri hanno creato legami più deboli. I ricercatori hanno poi calcolato per quanti impieghi hanno fatto domanda gli utenti di ciascun gruppo e quante “trasmissioni del lavoro” sono avvenute. Queste sono particolarmente utili perché riguardano chi trova lavoro nell’azienda del nuovo contatto.

Tre risultati

Dallo studio, che punta ad andare oltre le semplici correlazioni, associando la creazione dei legami all’occupazione, sono emersi tre risultati. Primo, l’algoritmo influenza in maniera significativa la creazione dei legami. Sia gli utenti a cui è stato proposto di creare legami deboli sia quelli a cui è stato proposto di creare legami forti hanno seguito i consigli. Secondo, nella ricerca del lavoro i legami moderatamente deboli sono almeno due volte più efficaci di quelli forti. La trasmissione del lavoro più probabile dipende da conoscenze con cui si condividono circa dieci amici e s’interagisce poco. Terzo, la forza dei legami deboli varia a seconda del settore. I legami deboli aumentano la mobilità nelle aziende digitali, mentre i legami forti incidono di più in quelle meno digitali.

Lo studio è il primo ad applicare la teoria di Granovetter al mercato del lavoro, rilevando un nesso causale. Si tratta di un passo avanti fondamentale perché le ricerche precedenti, basate su semplici correlazioni, definivano più vantaggiosi i legami forti, cosa che molti esperti consideravano un paradosso.

In conclusione, i contatti più utili per trovare lavoro sono le conoscenze, le persone che s’incontrano in ambito professionale e gli amici degli amici, non gli amici intimi. Questi dati, tradotti in algoritmi, renderanno più efficienti i social network professionali.

L’esperimento di LinkedIn ha danneggiato qualcuno? In teoria gli utenti del gruppo dei legami forti potrebbero essersi persi dei legami deboli in grado di aiutarli a trovare lavoro, ma tutti hanno beneficiato di un certo grado di mobilità. Vale però la pena di chiedersi quante delle nostre decisioni professionali più importanti, per esempio la scelta di un nuovo lavoro, siano determinate dall’intelligenza artificiale che agisce dietro le quinte. ◆ sdf

Marian-Andrei Rizoiu insegna scienza dei dati comportamentali alla University of technology di Sydney.

Questo articolo è uscito sul numero 1480 di Internazionale, a pagina 107. Compra questo numero | Abbonati