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ggi cadrà qualche testa. Quando le famiglie di raccoglitori s’incamminano verso i campi che circondano Tiriguioute, le rose damascene sono ancora bagnate di rugiada e aleggia un profumo dolce, con sentori di litchi, limone e trifoglio appena tagliato. È metà maggio e buona parte del villaggio è già in piedi per andare a raccogliere i fiori che danno il nome a questa regione ai piedi dei monti dell’Atlante, la Valle delle rose. Il tempo stringe: all’alba le rose hanno il massimo contenuto di oli essenziali e vanno raccolte prima che il sole gli tolga profumo e umidità.
Chini sui cespugli, uomini e donne cercano i fiori appena sbocciati e li prendono delicatamente nel palmo della mano. Con un movimento rapido e collaudato separano i fiori dallo stelo, attenti a non danneggiare i boccioli, che andranno colti nei giorni successivi, quando si schiuderanno. Nella Valle delle rose il raccolto dura poche settimane, tra aprile e maggio, quando il colore rosa penetra nel pallido ocra dell’altopiano. Disposte in file, le piante di rose segnano per chilometri il paesaggio arido. Dietro gli ksar, le antiche fortezze, si stagliano le cime innevate dell’Alto Atlante, e dalle loro pendici meridionali si allunga la valle dell’Oued M’Goun, il fiume che nutre le oasi disseminate in quella distesa desertica.
In primavera la vita dei villaggi ruota intorno alla rosa damascena. Sistemati in sacchi di iuta, i fiori appena colti finiscono nei tanti magazzini della regione per essere distillati entro ventiquattr’ore e ottenere l’acqua e l’olio essenziale di rose. La rapidità della raccolta a mano determina la qualità del prodotto e il prezzo, pari a circa ventimila euro al litro. A comprare sono soprattutto le multinazionali di cosmetici.
Come ai tempi di Avicenna
L’acqua e l’olio essenziale di rose del Marocco sono tra i più pregiati del mondo. Per la loro fragranza unica e le proprietà idratanti e antiossidanti sono impiegati nella produzione di profumi e cosmetici. Negli ultimi vent’anni la domanda crescente ha trasformato la valle, dove si contano più di 67 aziende. I fiori sono usati anche in cucina nei piatti più raffinati, in polvere per i cosmetici e i boccioli essiccati diventano tè o infusi.
Alla periferia di Kalaat M’Gouna, cuore economico della valle, lavoratrici e lavoratori della distilleria Flora Sina sono impegnati a lavorare gli otto chili di rose consegnati in mattinata. Immergono i fiori in un alambicco di rame pieno d’acqua e accendono il fuoco. Non appena la temperatura raggiunge i 97 gradi, si forma un vapore profumato che viene catturato da una serie di tubicini metallici e condensato in un sistema di raffreddamento. Il liquido distillato – un misto tra acqua e olio essenziale – è poi raccolto in un serbatoio di plastica.
“Lo lasciamo riposare per due mesi prima di spedirlo ai clienti all’estero”, spiega Hafssa Chakibi, 35 anni, titolare della Flora Sina. L’azienda si chiama così in onore di Ibn Sina, scienziato e medico persiano noto anche con il nome di Avicenna. Nel decimo secolo sviluppò il procedimento per ricavare dalle rose un olio dalle fragranze più varie: per prima cosa attraverso il vapore e il suo raffreddamento si ottiene l’acqua di rose e poi, con un secondo passaggio, l’olio essenziale.
Ancora oggi aziende come quella di Chakibi usano quel metodo. “Per produrre un litro di olio”, spiega l’imprenditrice, “servono cinque tonnellate di fiori, che sono il raccolto di tre settimane in un roseto di un ettaro”.
Quando parla dei fiori l’imprenditrice si illumina per l’entusiasmo: “La distillazione mi affascina perché permette di catturare una cosa sfuggente come il profumo e di trasformarla in qualcosa che rimane nel tempo”.
La donna, originaria di Casablanca, dopo gli studi in Francia ha lavorato come ingegnera chimica. Nel 2018 ha lasciato il lavoro in un’azienda petrolchimica per aprire una distilleria di rose nella valle. All’inizio, racconta, non ne aveva una tutta sua e il primo anno ha dovuto prendere in affitto uno stanzone. “Sono riuscita a distillare una tonnellata di acqua di rose e mi sono detta: se riesco a venderla continuo, se no torno a fare il lavoro di prima”. Per promuovere l’azienda, Chakibi inviava campioni della sua acqua di rose ai potenziali clienti; progressivamente gli affari sono andati meglio e oggi l’acqua di rose biologica della Flora Sina è una delle più ricercate. La sua è una clientela internazionale, spiega Chakibi: pasticceri francesi e messicani, aziende cosmetiche cinesi, giapponesi e britanniche.
Probabilmente la rosa damascena proviene dall’Asia Minore, dove fin dall’antichità abbelliva i giardini, ed è arrivata in Europa passando dalla Siria, il che spiegherebbe il riferimento nel nome alla città di Damasco. Mercanti e pellegrini l’avrebbero portata in Marocco nel tardo medioevo. Qui la popolazione locale l’ha usata per secoli in varie maniere: aggiungendola all’acqua del bagno, nella medicina tradizionale come rimedio contro febbre e mal di stomaco, o per insaporire dolci e salse. Inoltre i roseti, con le loro spine, proteggevano i campi dalle capre affamate.
La coltivazione moderna ebbe inizio su larga scala solo nel 1912, quando il Marocco diventò un protettorato francese. Negli anni trenta a Kalaat M’Gouna fu aperta la prima distilleria che riforniva Grasse, la cittadina del sud della Francia nota per i profumi. Il prezzo al chilo – decisamente basso – lo fissarono i francesi. Fu il primo passo verso la creazione di un nuovo settore economico. Da quel momento gli abitanti della valle cominciarono a piantare roseti.
Mentre in tutto il mondo cresceva l’interesse per i prodotti naturali, nel 2011 il governo di Rabat inserì la coltivazione della rosa damascena nel Piano Marocco verde, una strategia per aumentare la produzione agricola e favorire lo sviluppo economico delle campagne, prevedendo corsi di formazione e contributi per l’acquisto di impianti di distillazione.
A quel punto c’è stato un boom delle rose: negli ultimi anni il prezzo al chilo è quasi quadruplicato. Per gli agricoltori e i raccoglitori locali questo significa un reddito più alto, più che mai necessario. A beneficiarne sono anche le molte cooperative femminili fondate nel corso degli ultimi vent’anni, come Femmes Dadès, che ha sede ai margini del paesino di Souk Lakhmis Dadès. È composta da diciassette donne di età compresa tra i 36 e i 65 anni, ed esporta i prodotti – olio, acqua, polvere e boccioli di rose – in Nordamerica, Europa e Asia.
“La maggioranza delle nostre socie viene dalle classi più povere ed è poco istruita”, racconta Drissia Ait Haddou, 55 anni, presidente della cooperativa. “Ci sono vedove, divorziate e donne che devono mantenere la famiglia perché i mariti sono malati o disoccupati”. La Femmes Dadès organizza corsi di alfabetizzazione, laboratori e campagne di scolarizzazione.
“Il prossimo obiettivo”, prosegue Ait Haddou, “è assicurare alle nostre socie un reddito regolare attraverso altre attività agricole che possano impegnarle tutto l’anno”.
Queste cooperative hanno dato un contribuito decisivo al miglioramento del tenore di vita e della posizione sociale delle donne. “Ho assistito a cambiamenti davvero stupefacenti”, racconta Nacima Mohamdi, studiosa francese che si è occupata della produzione delle rose e delle sue conseguenze per le abitanti della zona. “Adesso c’è chi riesce a mantenere la famiglia e i genitori, o a pagare la scuola per i figli. E, grazie alla formazione ricevuta, perfino a uscire dal villaggio per la prima volta nella vita”.
Un’altra cooperativa conosciuta è quella della famiglia Soffi, che si dedica alle rose dal 2002. All’epoca la domanda non era alta e i prezzi erano in calo, tanto che la gente cercava in tutti i modi di liberarsi dei roseti. “A mio padre è venuto in mente di fondare una cooperativa per salvare la rosa damascena”, spiega il direttore agricolo Abdelhakim Soffi, 39 anni.
Il roseto dei Soffi inizialmente consisteva in pochi appezzamenti ai margini di Kalaat M’Gouna. Nei primi cinque anni la cooperativa riforniva la principale distilleria della città, ma poi, visto che i prezzi continuavano a scendere, ha deciso di dedicarsi anche alla distillazione.
“Ci siamo resi conto che la nostra acqua di rose era migliore di quella di chi comprava i nostri fiori”, racconta Abdelhakim. Oggi la famiglia possiede più di 41 ettari di roseti, dà lavoro a circa 120 raccoglitori locali e produce più di 120 tonnellate di acqua di rose bio all’anno. Senza usare pesticidi, sottolinea Soffi.
Il Marocco, insieme a Iran, Bulgaria e Turchia, è uno dei principali produttori di rose damascene. La maggior parte viene dalla Valle delle rose che, con i suoi inverni freddi, le primavere assolate e le estati torride, ha le condizioni ideali per questa varietà di fiori.
Attualmente, il raccolto annuale nella valle supera le quattromila tonnellate, che crescono su una superficie di circa mille ettari; nei prossimi anni, il Marocco vuole aumentare questi numeri.
Il concorso
Dal 1962 l’evento più atteso della stagione del raccolto è la festa delle rose di Kalaat M’Gouna, a inizio maggio, quando si elegge la regina delle rose. Al concorso possono partecipare solo le donne del posto, che si presentano timidamente davanti alla giuria vestite in abiti tradizionali. Per molti anni poche famiglie permettevano alle figlie di partecipare e, infatti, le prime otto edizioni sono state vinte dalla stessa concorrente.
“Qui sono quasi tutti convinti che le donne non dovrebbero mettersi in mostra”, spiega Fatima Zahra Barmaki, 23 anni, vincitrice nel 2025. “Tante ragazze vorrebbero partecipare, ma le famiglie si oppongono”. Oggi, però, molti vedono nel concorso un simbolo dell’identità locale. Inoltre la festa delle rose richiama a Kalaat M’Gouna un buon numero di turisti, che vengono per assistere al concorso e alla parata in cui la neoeletta regina e le sue dauphines – la seconda e la terza classificata – sfilano su un carro decorato, gettando petali di rosa sulla folla.
Sul ciglio della strada dei ragazzi offrono coroncine di rose a forma di cuore, le boutique vendono prodotti a base di fiori e, nella stagione del raccolto, le distillerie organizzano visite guidate. Il turismo è in crescita e per gli abitanti del villaggio è un’altra fonte di guadagno.
Con l’aumento della domanda si sono ampliati anche i roseti, ma nella valle c’è chi guarda con occhio critico ai nuovi sviluppi. Il Marocco si sta riprendendo da sette anni di siccità, che hanno colpito fortemente anche questo settore. Il cambiamento climatico si fa sentire e le temperature salgono, ma gli agricoltori continuano ad attingere alla stessa falda per irrigare le loro piante. Cosa succederà se il livello della falda dovesse abbassarsi troppo? “Le temperature in crescita”, spiega Chakibi, “fanno anticipare la fioritura di anno in anno, ma per fortuna la rosa damascena è resistente e non ha bisogno di molte cure. Basta piantare un po’ di leguminose tra i cespugli per mantenere la giusta quantità di azoto nel terreno”.
Anche se ha nostalgia della famiglia e della vita culturale della grande città, Chakibi è decisa a restare. “Amo il mio lavoro”, spiega. “E amo i miei distillati, che cambiano profumo a seconda del tempo e della luce”. Recentemente ha sposato il suo fornitore di rose e hanno avuto un bambino. “Gli faccio sempre annusare le rose”, dice. ◆ sk
Matteo Fagotto è un giornalista italiano freelance che collabora con molte testate internazionali. Matilde Gattoni è una fotografa italofrancese specializzata in temi sociali, ambientali e in diritti umani.
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati