“È la fine. Non credo che sopravviverò. Mi hanno portato qui per uccidermi”. Sono le parole pronunciate dal dottor Hussam Abu Safiya al suo avvocato a inizio luglio. Abu Safiya era il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. Diciotto mesi fa è stato sequestrato dalle forze israeliane e da allora è detenuto senza accuse e senza processo. Il medico racconta di essere stato colpito con martelli e mazze, di aver subìto pestaggi quotidiani e di aver perso conoscenza. Le ultime immagini di lui mostrano un uomo molto più emaciato di quando era la voce degli operatori sanitari sotto assedio a Gaza, impegnati a svolgere il loro lavoro in circostanze impossibili.
A giugno Abu Safiya è stato trasferito nel carcere di Rakefet, una struttura sotterranea costruita per detenere boss della criminalità organizzata e poi chiusa perché considerata disumana. È stata riaperta nel 2023 dal ministro della sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir. Abu Safiya e gli altri prigionieri palestinesi non vedono mai la luce del sole, una violazione delle convenzioni di Ginevra. Nei Territori palestinesi e in Israele circa 3.500 persone sono sottoposte a “detenzione amministrativa”, una misura che può essere rinnovata ogni sei mesi, senza limiti. Circa duecento sono bambini. Quando sono detenuti in questo regime, i palestinesi sono di fatto rapiti dallo stato israeliano.
Questi sono solo frammenti di uno stato in cui i palestinesi vivono in un regime di tormento. Il risultato sono forme di trauma stratificate e complesse
La portata degli abusi, delle torture e della morte nelle carceri israeliane è documentata, ma di tanto in tanto emerge un’immagine che ricorda Abu Ghraib. A inizio luglio è stata diffusa sui social media una foto scattata da un soldato israeliano che mostra un uomo palestinese a faccia in giù, in mutande, legato con le corde a una tavola e a un asse di ferro. La didascalia diceva “buongiorno” in ebraico. Gli echi di Abu Ghraib c’erano tutti: la soddisfazione maligna, l’umiliazione sessualizzata dei prigionieri denudati, le foto scattate come una sorta di trofeo.
Non sono episodi isolati, né misure messe in atto durante l’attuale conflitto, anche se ora si sono intensificate. Le detenzioni amministrative e gli abusi sono parte di un sistema più ampio e consolidato, che sembra progettato per terrorizzare le persone, spezzarne lo spirito e infliggere una punizione collettiva. Da decenni lo stato israeliano trattiene i cadaveri dei palestinesi, rifiutandosi di consegnarli alle famiglie per la sepoltura. Alcuni sono sotterrati in tombe numerate in zone militari inaccessibili, altri sono messi in celle frigorifere. Tra questi ci sono i corpi di cento palestinesi morti mentre erano sotto la custodia israeliana: non sono state date informazioni sulle circostanze dei decessi. Poi ci sono gli scomparsi, cioè le persone che, secondo i testimoni, a Gaza sarebbero state arrestate dalle autorità israeliane senza essere registrate.
Questi sono solo frammenti, istantanee di uno stato in cui i palestinesi vivono in un regime di tormento. Il risultato sono forme di trauma stratificate, eterogenee e complesse. L’impressione è che ci sia anche una dimensione psicologica, un continuo soffocamento dell’idea di autonomia.
Molti detenuti sono leader o figure che esprimono i valori della comunità: giornalisti, medici, esponenti della società civile. Fanno parte della rete che sta alla base di uno stato o di una società, e dev’essere frantumata per affermare che non esistono la Palestina né un popolo palestinese. Tutto ciò avviene spesso alla luce del sole, con immagini che mostrano le violenze e con abusi documentati, postati dai soldati ed esibiti dai politici israeliani. Le proteste in Israele sono poche, come lo sdegno e le richieste di azioni da parte degli alleati in occidente. Nel Regno Unito ci si concentra sulle sanzioni contro i coloni e sull’interruzione del commercio con gli insediamenti illegali. Sembra un tentativo d’individuare il problema altrove, e non nel cuore dello stato israeliano.
Ripenso ad Abu Ghraib e a quanto quelle foto abbiano scosso e scandalizzato, finendo per segnare un’epoca di potere senza freni, razzismo e crudeltà. Perché ciò accadesse sono stati necessari un sistema mediatico e politico che ha preteso inchieste e l’accertamento delle responsabilità. Dove si può trovare oggi qualcuno che svolga quel ruolo, in Israele o all’esterno? Il vice rappresentante permanente del Regno Unito all’Onu ha detto che Londra è preoccupata per “le violenze sessuali documentate, perpetrate dalle forze israeliane a danno dei detenuti palestinesi” e ha esortato Israele a indagare. Ma sospetto che tutti sanno che non succederà. Perché quello che succede non è un’aberrazione, una deviazione, ma una normalità attuata e benedetta da generazioni di politici israeliani e, a quanto pare, dalla società stessa. Finché non si affronterà questo dato di fatto, i palestinesi continueranno a essere arrestati, fatti sparire, torturati e violentati, e agli aguzzini si continuerà a chiedere di tanto in tanto, con tono gentile e preoccupato, di indagare cortesemente sulle loro responsabilità. ◆ fdl
Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati





