L’alba comincia a illuminare il mercato La Terminal. Sono le cinque del mattino. Fin dalle prime ore del giorno migliaia di uomini e donne arrivano per sistemare le loro merci e dare vita al rito quotidiano della compravendita. La Terminal è il cuore pulsante della macchina commerciale di Città del Guatemala, un quartiere fatto di passaggi stretti e umidi in cui ognuno interpreta un ruolo e rappresenta un ingranaggio di un gioco antico e caotico.

Qual è la mia funzione? Ancora non mi è chiaro. Sono straniera, non conosco i codici, non so cogliere i sottintesi. Sono arrivata in città solo due giorni fa e capisco poco del posto in cui mi trovo. Nella mia passeggiata mattutina cerco qualcosa, ma non so bene cosa. Probabilmente una pista che mi aiuti a capire meglio questo paese. Immagino che quella pista non sia in vendita insieme al resto delle merci che circolano senza sosta intorno a me. Suppongo che se la trovassi non potrei trattare per averla. Questa mia condizione mi esclude dal tavolo di gioco, ma sono disposta a fare uno sforzo di adattamento. Entro nel mercato e comincio la ricerca, circondata da un’esplosione di colori, odori, grida e fischi che s’intrecciano tra loro per modulare un’esperienza sensoriale molto complessa.

Simone Dalmasso

Forse il Guatemala è proprio questo: un’esperienza sensoriale molto complessa. Magari la mia strategia di ricerca dev’essere la sorpresa, lo stupore, il cortocircuito dei sensi davanti a tutto quello che mi trovo davanti.

Bancarelle bianche piene di cipolle brillanti. Bancarelle rosse piene di cassette di pomodori e commercianti sorridenti. Bancarelle verdi tracimanti di limoni. Bancarelle gialle coperte di mais. Bancarelle nere con venditori neri, con volti e vestiti scuriti dal trasporto del carbone. Banconi con frutti sconosciuti, verdure che non avevo mai immaginato. Pesci di ogni dimensione. Teste di squalo, chele di granchio, frutti di mare. In un altro settore spuntano la carne e gli insaccati. In un altro ancora i legumi. Vedo galline legate o chiuse in ceste coperte da reti. Capre a passeggio con i proprietari che le mungono e vendono il latte ai passanti. Un uomo offre figure di santi, della vergine, di angeli.

Simone Dalmasso

Ci sono bancarelle dove sono esposti vestiti, scarpe, magliette, tute, pantaloni. Vedo giocattoli di plastica, mascherine, articoli per l’igiene, tonici per capelli, prodotti contro le rughe, intrugli per migliorare le prestazioni sessuali. Una signora cammina proponendo medicinali. Presumo che la pista per capire il Guatemala sia nascosta sotto tutto questo movimento disordinato della gente. Di sicuro è dentro i loro corpi, nella somma dei loro corpi. In un angolo sento la voce di un uomo che parla di dio a un microfono. In un altro angolo un altro uomo fa lo stesso. Più in là la stessa scena. E ancora. Gloria a dio, gloria al più fico. La maggior parte dei negozi ha nomi di santi o attributi della vergine. Deposito La Bendición, El Divino Niño, Tomatera de San Miguel, fruttivendolo La Auxiliadora. Sulle pareti ci sono annunci di veglie e graffiti che proteggono il mercato. Gloria a dio. Gloria al più fico. Gloria a dio, gloria al più fico.

Tentare la fortuna

Alcuni uomini si caricano sulla testa una torre di caschi di platani, poi corrono a depositarli su una bancarella. Settantacinque chili di banane sulla testa. O almeno così dicono. Settantacinque chili di banane per cui riceveranno una paga che spenderanno in una slot machine.

È una macchina colorata, un gioco d’azzardo. Una moneta nella fessura. Un bottone da schiacciare. E sperare nella sorte. Puoi raddoppiare le monete investite o puoi perdere tutto. Settantacinque chili sulla testa per nulla. Mi fermo a guardare. A volte vincono. A volte perdono e tornano a caricare platani. Affidarsi alla sorte. Una sorte da settantacinque chili di platani.

Alcuni portano sulla testa una torre di caschi di platani, poi li depositano su una bancarella. Settantacinque chili di banane sulla testa

È tutto un caos, un disordine completo. In questa logica esplosiva, che in sé è fuori da ogni logica, comincio ad avere la nausea. Non so più dove sto andando. Ogni tanto mi convinco di trovarmi in posti che ho già visto. Ma non sono sicura. Ho l’impressione di imbattermi in facce, voci, sorrisi, dentiere che ho già visto. Ma non potrei giurarci. Le strade non hanno nome, non c’è nessuna bussola né un punto di orientamento. C’è solo una forza innominabile che mi spinge ad avanzare tra i venditori e i compratori, tra carrelli e cesti, tra carnitas, tortillas e orzate.

Cosa prendi? Cosa cerchi? Cosa ti diamo? Abbiamo oggetti di plastica e salvadanai. Ananas hawaiani. Ananas hawaiani! Prendi la carta moschicida. Prendi la carta topicida.

Nei passaggi umidi, tra le costruzioni ancora da completare che si innalzano fino al cielo, le voci rimbombano. Se alzo gli occhi per guardare i panni stesi, il viso di un bambino o il profilo di un gatto spuntano da una piccola finestra. Le famiglie hanno trasformato queste voliere in case, dando prova di equilibrismo per non cadere. Come una torre di settantacinque chili di banane sulla testa di un uomo. Mi chiedo se queste costruzioni, così come la testa di un uomo, possano resistere al peso senza sgretolarsi. Senza cadere.

Il mecapal è un retaggio del regime schiavista che obbligava gli indigeni a trasportare carichi molto pesanti sulle spalle

Pentiti dei tuoi peccati. Gloria a Dio, gloria al più fico.

L’oggetto decisivo

Un tanfo acido, miscuglio di spazzatura ed escrementi, arriva dalla zona dei cassonetti. Gli scarti di tutto il mercato finiscono qui, in quest’ultimo anello della catena di transazione. Un gruppo di donne mastica il fetore mentre raccoglie plastica dalla spazzatura, sotto la pioggia che comincia a cadere. Qui non ci sono colori. Qui la puzza consuma tutto. Dieci quetzales guatemaltechi per una borsa piena di plastica, mi dicono. Dieci quetzales per una giornata intera di lavoro, perché non riescono mai a raccogliere più di una borsa. Si lamentano per la fame e la sete. Vogliono caffè, una bevanda, vogliono tortillas. Mentre si lamentano continuano a raccogliere la spazzatura, come chi raccoglie mais o fragole. Lo fanno al ritmo dei machete, decine di machete che colpiscono noci di cocco. Gli uomini, là davanti, puliscono i frutti per venderli. Le percussioni delle lame sono la musica di sottofondo dell’ultima fase del gioco.

In questo delirio c’è qualcosa di ancestrale. Mentre cammino cercando di trovare la pista che mi farà capire il Guatemala, vedo i facchini che portano sulle spalle ogni genere di mercanzia. Non parlo solo dei trasportatori di banane, ma di molti altri che sono sempre stati qui, spostandosi da un posto all’altro. Eppure ne ho preso coscienza solo ora. Uomini esili con pesi enormi addosso. Procedono con il capo chino, osservando solo il percorso che devono completare per arrivare rapidamente nel luogo dello scarico. Mi hanno accompagnata per tutto il mio tragitto. A volte ho dovuto farmi da parte per lasciarli passare, loro e i loro carichi urgenti.

Uno dei trasportatori mi mostra lo strumento che usa. Si chiama _mecapal _ed è una fascia legata a due corde che sostengono il carico. La fascia si colloca sulla fronte per proteggere la testa e il collo, che hanno la doppia funzione di equilibrare la massa e distribuire il peso su tutto il corpo, in modo che ogni muscolo sia sottoposto al carico. Ora capisco perché camminano senza alzare lo sguardo: la fascia appoggiata alla fronte e il peso non glielo permettono. Il lavoro di questi uomini è trasportare carichi. Portare pesi sulle spalle. Non guardare mai oltre. Non alzare mai la testa.

Quando cerco sul mio cellulare informazioni sul mecapal, Wikiguate mi spiega che è un retaggio del regime schiavista che obbligava gli indigeni a trasportare carichi pesanti sulle spalle, sostenuti dalla fascia appoggiata sulla fronte. L’uso del mecapal prevede che il corpo si inclini in avanti, come se stesse eseguendo una riverenza, limitando la vista.

Tutto il sistema di scambi che si fanno quotidianamente nel mercato, questo gioco di transazioni da cui dipende l’intera città, non funzionerebbe né mai avrebbe potuto funzionare, da tanti anni, senza questi uomini disposti a trasportare carichi. Lo fanno da secoli, guardando per terra e procedendo senza alzare la testa.

Simone, il fotografo che mi accompagna nel mio percorso, nota il mio interesse per il mecapal e pronuncia una frase che non so bene da dove venga. Forse l’ha inventata lui. Forse l’ha letta o ascoltata da qualche parte. Forse qualcuno gliel’ha detta e lui si limita a trasmetterla, come un messaggio antico che arriva a me nella stessa forma con cui arrivano le rivelazioni o le piste per capire il Guatemala. “Lo sguardo del mondo finisce con la fascia del mecapal”.

Il mio viaggio nel mercato si conclude. Siamo rimasti quattro ore intrappolati in questo labirinto. Ancora non è chiaro quale sia il mio ruolo. Continuo a essere una straniera che non conosce i codici e non sa cogliere i sottintesi. È probabile che dopo tutto questo ancora non abbia capito assolutamente niente del Guatemala.

Me ne vado con gli occhi bassi, fissi per terra, con la sensazione di aver portato per tutto il tempo un peso sulle spalle, come una torre di settantacinque chili di platani.

Forse il Cile, il Guatemala, l’America Latina si riassumono in questo, nella fascia del mecapal che ci impedisce di alzare la testa.

Lo sguardo del mondo finisce con la fascia del mecapal. ◆ as

Nona Fernández è una scrittrice cilena.

Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Chilean electric (Edicola Ediciones 2017).

Questo articolo è uscito sul numero 1475 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati