Nel marzo 2020 il gestore di fondi inglese Alexander Darwall aveva fatto i complimenti all’amministratore delegato di un’azienda in cui aveva investito: “Gli ultimi risultati sono fantastici”, aveva commentato. “È pazzesco, la gente dovrebbe guardare la vostra azienda ed esclamare ‘wow’. Sono felice, felicissimo di essere un suo azionista”. Seduto su una sedia girevole alla sua scrivania, Markus Braun appariva rilassato. Questo manager miliardario del settore tecnologico era vestito di nero e indossava un dolcevita, sembrava un lontano cugino austriaco di Steve Jobs. All’epoca non aveva avuto molto da dire sulle pesanti accuse di aver gonfiato i profitti dell’azienda per anni. “Sono molto ottimista”, aveva risposto quando Darwall si era augurato che si trattasse solo di normali fastidi di crescita di un’azienda in rapida espansione.

Darwall gli aveva assicurato di non aver “venduto neanche un’azione”, pur riconoscendo la gravità della situazione. Nell’ottobre 2019 il Financial Times aveva scritto che gran parte delle vendite e dei profitti della Wirecard, un’azienda tedesca che elaborava pagamenti con carte di credito e di debito, era fasulla. Il giornale aveva pubblicato documenti interni pieni di nominativi di clienti falsi. In quei giorni, inoltre, stava per essere pubblicata una “revisione speciale” del bilancio aziendale fatta dalla società di consulenza Kpmg. “Se si dimostrasse che i dirigenti hanno mentito, sarebbe un disastro”, aveva detto Darwall.

Gli speculatori che cercano aziende sopravvalutate contro cui scommettere sono rari, perché devono scovare imbrogli e magagne

È andata proprio così. Tre mesi dopo l’azienda è crollata come un castello di carte, facendo emergere un’ultima bugia: 1,9 miliardi di euro di liquidità erano “spariti”. In realtà quel denaro non era mai esistito. La Wirecard aveva messo in piedi da anni una truffa quasi inverosimile per la sua semplicità: alcune persone vicine all’azienda sostenevano di gestire enormi giri d’affari per suo conto e dicevano che tutti gli ingenti profitti di questi partner finivano su conti bancari gestiti da un avvocato di Manila. Braun sostiene di essere vittima di un suo “protetto”– una persona legata ai servizi di sicurezza che avrebbe ideato la truffa, fuggendo poi in Bielorussia – ma in autunno, insieme a due collaboratori, dovrà affrontare un processo che cercherà di fare luce sulla truffa.

Una domanda tuttavia perseguita tutte le vittime di frodi simili: come hanno fatto a farla franca così a lungo? La Wirecard deve rispondere a seri dubbi sull’integrità dei suoi conti almeno dal 2010. Le perdite stimate superano i venti miliardi di euro, per non parlare dei danni alla reputazione di Francoforte come centro finanziario.

Perché tante persone all’interno e all’esterno dell’azienda – una lunga lista di investitori, banchieri, responsabili delle autorità di vigilanza, revisori dei conti, analisti – si sono fidati di Braun anche se avevano sotto gli occhi le prove che la Wirecard era troppo bella per essere vera?

Dan Saelinger, Trunk

Una magia oscura

Nel 2019 ho collaborato all’inchiesta del Financial Times che ha smascherato la Wirecard. Mentre affrontavo gli attacchi al vetriolo su Twitter e le accuse di essere un venduto, ricevevo con regolarità le telefonate di Marc Cohodes, un ex investitore statunitense specializzato in vendite allo scoperto. Mi raccontava di come stesse a sua volta cercando di aprire gli occhi dei giornalisti tedeschi sul vero volto della Wirecard: “Continua così Dan. Io dico sempre: ‘Non c’è mai un solo scarafaggio in cucina’”.

Su questo punto aveva ragione: trovata una bugia, ne segue subito un’altra. Ma gli speculatori che cercano aziende sopravvalutate contro cui scommettere sono rari, perché devono scovare imbrogli e magagne. La maggior parte degli investitori non sono inquirenti che allineano i fatti per dimostrare un’accusa: non riescono a vedere neanche lo scarafaggio di cui ho parlato prima.

Pensate a Elizabeth Holmes, l’imprenditrice che convinse un gruppo di esperti e investitori a sostenere la sua azienda, la Theranos, dicendo di possedere una tecnologia in grado di eseguire analisi mediche attraverso un minuscolo e improbabile campione di sangue ottenuto pungendo un dito. Il coinvolgimento di persone rispettate – come l’ex segretario di stato Henry Kissinger e l’ex amministratore delegato della banca Wells Fargo, Richard Kovacevich – sembravano confermare che tutto fosse in regola.

Un altro problema è che le frodi complesse esercitano una magia oscura diversa da quella, per esempio, del conte Victor Lustig, il quale nel 1925 convinse due commercianti di rottami metallici che poteva vendergli la torre Eiffel come un ferro vecchio. Nel suo libro sulle frodi finanziarie, L’arte della truffa (Il Saggiatore 2019), Dan Davies ha scritto che “la maggior parte dei crimini commessi dai colletti bianchi funziona attraverso la manipolazione della psicologia istituzionale. Cioè creando qualcosa che somigli il più possibile a una normale serie di transazioni. Il dramma arriva molto più tardi, quando la matassa si dipana”. Queste frodi sfruttano un elemento preziosissimo nelle economie moderne: la fiducia. Tutti andiamo avanti dando per scontato che le aziende con cui abbiamo a che fare siano reali, nella certezza che ci siano istituzioni e procedimenti in grado di controllare che gli standard alimentari siano rispettati o che i bilanci siano compilati in modo corretto. I contrabbandieri di carne di cavallo, la Enron e la Wirecard hanno tutti abusato della fiducia in sistemi complessi. Dubitare di loro significava dubitare dell’architettura generale, ed è questo che rende gli effetti delle loro azioni così insidiosi: le frodi danneggiano la fiducia nel sistema. Fiducia significa non perdere tempo in controlli inutili. In generale, si potrebbe scoprire presto la maggior parte delle frodi facendo dei controlli elementari, “ma nessuno verifica i fatti. Sono troppi”, ha scritto Davies. Per un banchiere visitare ogni sede di un’azienda che chiede un prestito sarebbe sensato quanto, per chi compra un litro di latte, informarsi sulla salute della mucca che l’ha prodotto. Quando John Paulson, un famoso gestore di fondi d’investimento, è diventato il maggiore azionista della Sino Forest, l’azienda era quotata alla borsa canadese da quindici anni. Fino al crollo del gruppo, nel 2011, pochi avevano pensato di andare in Cina per vedere se i boschi dell’azienda esistevano davvero.

Ma quel che più colpisce nel caso della Wirecard sono i numerosi tentativi di verificare effettivamente la realtà dei fatti. Nel 2015 una giovane investigatrice statunitense, Susannah Kroeber, provò a bussare alle porte di diversi uffici distaccati dell’azienda. Tra il 2010 e il 2015 la Wirecard sosteneva di essere cresciuta a vista d’occhio grazie ad aziende comprate in tutta l’Asia, pagando decine di milioni di euro. In Laos Kroeber non trovò niente, in Cambogia solo alcune tracce.

L’ingresso della sede della Wirecard in Vietnam sembrava una mensa scolastica; l’unico arredo era un tavolo da picnic per sei persone e un lucchetto da bicicletta aperto, appeso a una delle porte interne, una misura di sicurezza insolita da vedere in un’azienda che aspetta visite. L’interno era buio, con poche persone e molte scrivanie vuote. Kroeber sapeva che qualcosa non quadrava, ma mi ha anche raccontato che, mentre impazziva alla ricerca di indirizzi inesistenti su strade sterrate del sudest asiatico ebbe un’illuminazione: “Quale altra persona sana di mente farebbe tutte queste verifiche per un investimento azionario?”.

Anche quando le foto di Kroeber che ritraevano uffici vuoti finirono in un rapporto per il suo datore di lavoro, la J Capital Research, e furono presentate a chi stava investendo nella Wirecard, la reazione fu condizionata da preconcetti positivi: si trattava di persone affidabili, la Ernst & Young era una buona società di revisione contabile, perché avrebbero dovuto mentire? Leo Perry, un investitore specializzato in vendite allo scoperto, ha raccontato di aver partecipato a un incontro con gli investitori in cui è stato discusso quel rapporto. Un amministratore di fondi francese aveva descritto i controlli che aveva fatto: la sua segretaria aveva chiamato l’ufficio di Singapore della Wirecard, sede del quartier generale asiatico, e poteva felicemente riferire che qualcuno aveva risposto al telefono.

La Wirecard aveva rivestito di un’aura d’innovazione un’attività ordinaria. Sosteneva di essere diventata una PayPal europea

La reazione emotiva degli azionisti dimostra che le truffe sfruttano i comportamenti tipici degli esseri umani. “Quando si è coinvolti nel successo di un’impresa, si vuole che tutto vada per il meglio e non si presta attenzione ai dettagli più sottili che rivelano delle incoerenze”, spiega Martina Dove, autrice di The psychology of fraud, persuasion and scam techniques (Psicologia della truffa, della persuasione e delle tecniche di raggiro). Secondo Dove, l’approvazione sociale e la deferenza nei confronti delle autorità sono forze potenti quando vengono usate per diffondere le bugie dei truffatori: “Se un amico ci raccomanda un costruttore, ci si fida di quel costruttore perché ci si fida dell’amico”, spiega.

Una banca come figlia

La Wirecard, oltre a portare degli analisti in giro per uffici dell’Asia, dove era stato raccolto in tutta fretta un po’ di personale, si era fatta scudo di una presunta complessità. Aveva rivestito di un’aura d’innovazione un’attività ordinaria. Sosteneva di essere diventata una PayPal europea e forse qualcosa di più, superando la concorrenza con margini di profitto che pochi avrebbero potuto uguagliare. Braun affermava che la Wirecard era “un’azienda tecnologica con una banca come figlia”, che usava l’intelligenza artificiale e sistemi di sicurezza all’avanguardia. Con l’aumento del valore delle azioni, cresceva anche l’influenza di Braun come esperto di tecnologia che preannunciava l’arrivo di una società senza contanti. Chi erano gli investitori per azzardarsi a dire che i risultati di questo turbine d’attività fossero troppo belli per essere veri?

Quando il Financial Times ha rivelato i falsi in bilancio, la Wirecard si è concentrata sulle somme in gioco, inizialmente esigue, piuttosto che sulle pratiche di falsificazione e sul riciclaggio di denaro, di cui c’erano prove schiaccianti. Poi c’è stata la soggezione dei funzionari tedeschi. Per tre volte – nel 2008, nel 2017 e nel 2019 – la BaFin, l’autorità di vigilanza dei mercati finanziari tedeschi, ha aperto un’inchiesta sulle persone che accusavano la Wirecard di frode, un fatto interpretato dagli osservatori come un segnale di sostegno all’azienda.

Levi Brown, Trunk

In effetti la BaFin ha creduto alla grande menzogna della Wirecard quando si è trovata di fronte a una serie di scomode circostanze per le quali erano possibili due spiegazioni alternative: o i giornalisti e gli speculatori stranieri cospiravano per attaccare il nuovo campione della tecnologia tedesco o i dirigenti di una delle più importanti aziende tedesche mentivano alle autorità, alle banche e ai fondi d’investimento.

Le autorità tedesche non sono state certo le prime a sbagliare in questo modo. Quelle statunitensi hanno ignorato la richiesta dell’analista finanziario Harry Markopolos di indagare su Bernie Madoff, il cui immaginario fondo da 65 miliardi di dollari inviava estratti conto usciti da una stampante ad aghi. Per alcuni investitori dubitare della Wirecard significava dubitare di se stessi. Darwall aveva investito per la prima volta nell’azienda tedesca nel 2007, comprando azioni al prezzo di circa nove euro. Quando il loro valore è più che decuplicato, è cresciuta anche la sua fama d’investitore. Darwall conosceva il personale della Wirecard, che gli aveva fornito una consulenza su come incassare i pagamenti per l’affitto della casa vacanze di sua moglie. E naturalmente si fidava di Braun.

La Wirecard era un’azienda tecnologica, eppure all’inizio del 2016 era stata vittima di un disastro tecnologico. In un tranquillo sabato pomeriggio, mentre faceva delle operazioni di manutenzione, un tecnico aveva inserito il comando sbagliato durante la dismissione di un server Linux. Invece di disattivare quell’unica macchina, aveva osservato in preda al panico le macchine spegnersi una dopo l’altra, facendo cessare senza preavviso tutte le operazioni dell’azienda. I clienti brancolavano nel buio, perché la posta elettronica era fuori uso e la Wirecard non disponeva di una linea telefonica di assistenza per il fine settimana. C’erano voluti giorni per ripristinare i servizi. In seguito all’incidente, una piccola ma significativa percentuale di clienti aveva abbandonato l’azienda e i nuovi affari erano stati sospesi, mentre i dirigenti cercavano di placare la rabbia dei clienti rimasti. Intanto, però, la crescita dichiarata dei profitti restava alta.

Secondo Martin Osterloh, rappresentante della Wirecard per 15 anni, questo divario apparente tra quanto proclamato dall’azienda e le sue effettive capacità era una questione d’interpretazione. Solo dopo il crollo si è fatta davvero luce sulla massa di intimidazioni e minacce legali della Wirecard. Linee di comunicazione disordinate, disorganizzazione e scarsa precisione nei bilanci sono servite da scusa per il personale di medio livello e per il consiglio di sorveglianza, i quali si erano convinti che tutto derivasse semplicemente dalle difficoltà di una giovane azienda in crescita. E forse crederci non era difficile come si potrebbe pensare.
Facebook, che si è spinta fino ai confini legali del capitalismo della sorveglianza, ha notoriamente incoraggiato il suo personale a “muoversi velocemente e rompere tutto”. Negli affari le cose assumono sfumature di grigio prima di rivelarsi nella loro cupezza.

Il “protetto” di Braun era il direttore operativo Jan Marsalek, un austriaco dal carattere volubile, costantemente impegnato a viaggiare e a concludere affari, senza una vera e propria squadra alle spalle. Vantandosi di dormire solo “in volo”, si presentava in sede appena sceso dall’aereo, con una copia di L’arte della guerra di Sun Tzu sotto il braccio, e ripartiva poche ore dopo per la meta successiva. Rispondeva alle domande con un’alzata di spalle, e il suo strano comportamento era percepito come prova della “caotica genialità” di Marsalek. Con l’intensificarsi dei controlli, i metodi fraudolenti si spostarono verso la risoluzione dei problemi, con i membri del consiglio d’amministrazione e il personale che erano convinti di essere impegnati in procedure per migliorare la gestione aziendale.

Dopo il crollo della Wirecard ho mangiato pretzel con Osterloh in una giornata di neve, a Monaco di Baviera. Mi è sembrato imbarazzato da com’erano andate le cose. Insieme a migliaia di altre persone avevano lavorato per un’azienda vera, fino a quando non erano stati licenziati tutti in tronco e avevano saputo che perdeva soldi a palate. Osterloh ha parlato a nome di molti quando mi ha detto: “Mi sento come lo scemo di un film e mi chiedo: perché siamo stati così ingenui? Ma non so darmi una risposta”. ◆ ff

Dan McCrum è un giornalista investigativo del Financial Times. Sullo scandalo della Wirecard ha scritto il libro Money men (Bantam Press 2022).

Questo articolo è uscito sul numero 1475 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati