In una piazzetta del centro di Sibiu, Finn modella un pezzo di ferro appena tolto dalla forgia. Ha circa vent’anni, indossa pantaloni neri scampanati e una camicia bianca con le maniche arrotolate, porta un orecchino e ha una cresta punk di capelli rossicci nascosta sotto un basco nero. In pochi minuti nelle sue mani il pezzo di ferro diventa una rosa, che sarà usata come decorazione in una chiesa. Finn non presta attenzione ai turisti e alla gente del posto che gli scatta foto. È concentrato sulla forma dei petali. A pochi metri da lui Matilde scolpisce con cura il capitello di una colonna. Batte la pietra in modo rapido e preciso, con un’espressione calma. Ha trent’anni, diversi tatuaggi e indossa un gilet color sabbia.

In una strada adiacente, nel cortile di un edificio dei primi del novecento, Ben si toglie il cappello, prende una birra e si siede a un tavolo con altri giovani. Ha 28 anni ed è vestito come tutti gli altri accanto a lui. Un ragazzo arrampicato sul tetto sistema le scandole, mentre un altro intonaca un muro. Se sullo sfondo non si sentisse del rap tedesco, potrei pensare di essere stata catapultata in un’altra epoca.

Questi ragazzi sono tutti artigiani girovaghi, giovani apprendisti che seguono una tradizione medievale – conosciuta come compagnonaggio – tramandata fino ai giorni nostri. Imparano un mestiere tradizionale viaggiando per il mondo e lavorando in cambio di vitto e alloggio. Arrivano da paesi diversi dell’Europa occidentale. A Sibiu, in Transilvania, d’estate li si può trovare nell’officina accanto alla cattedrale evangelica di Santa Maria, oppure alla Casa degli artigiani (Casa calfelor, in romeno), dietro alla chiesa, dove dormono e mangiano. Ma s’incontrano anche nei cantieri, dove imparano il mestiere: Ben, per esempio, è impegnato nel restauro del tetto dell’edificio in cui ha sede la redazione del giornale in lingua tedesca Hermannstädter Zeitung (Hermannstadt è il nome tedesco di Sibiu).

Ho parlato con alcuni di loro per scoprire cosa li spinge a intraprendere Die Waltz (il valzer), come in tedesco è chiamato questo viaggio iniziatico, una tradizione che dal 2014 è patrimonio culturale immateriale dall’Unesco. E ho conosciuto un mondo in cui s’intrecciano mestieri vecchi di secoli e avventure moderne.

Vent’anni e senza debiti

Chi ha letto i romanzi ambientati nel medioevo o ama la storia, forse conosce già la figura dell’artigiano girovago. Per farla breve, nella società fortemente stratificata di un migliaio di anni fa, tutto quello che aveva a che fare con i mestieri era rigidamente controllato dalle corporazioni, una specie di associazioni di categoria che regolamentavano le singole professioni. Chi voleva diventare falegname, fabbro, macellaio o sarto doveva farsi accettare come apprendista nella bottega di un maestro. Conclusi gli anni di pratica doveva lasciare la propria città e andare a fare esperienza presso altri maestri, restando lontano da casa per tre anni (il periodo poteva variare a seconda della corporazione e del momento storico).

Il sistema presentava diversi vantaggi. Da un lato, garantiva una migliore qualità del lavoro, perché consentiva di imparare tecniche e stili diversi. E poi era uno stratagemma efficace per controllare la popolazione e la forza lavoro: se c’erano troppi giovani uomini che competevano per le stesse posizioni, le partenze ristabilivano il giusto equilibrio. “Li si spediva da un’altra parte”, scherza Thomas Fink, un fabbro tedesco, ex artigiano girovago e ora intermediario tra i giovani e il comune di Sibiu.

Claudiu Popescu

Thomas è la miglior guida che si possa trovare per scoprire questo mondo. Vestito con gilet di pelle e basco neri, porta un orecchino, ha braccia temprate dalla fatica e profondi occhi azzurri: sa tutto sul passato, presente e futuro degli artigiani, dei mestieri tradizionali e della lavorazione del ferro. “Questo l’ho forgiato io”, mi dice mentre passiamo accanto a un grande portone decorato nel centro di Sibiu.

“Ho cominciato a lavorare a 15 anni per un amico di mio padre, che faceva il fabbro. Poi mi sono messo a studiare ingegneria civile, ma ho capito subito che non era quello che volevo davvero. Non riuscivo a immaginarmi seduto tutta la vita davanti a un computer”, dice.

Così Thomas ha deciso di dedicarsi alla lavorazione del ferro e di mettersi in viaggio, anche per conoscere meglio la professione. “A volte vedo dei portoni di ferro battuto e non riesco a capire come siano stati realizzati. Oppure delle grate alle finestre con dei fori che sembrano impossibili”, continua. “In realtà è proprio questo che fanno i fabbri: fabbricano cose che sembrano impossibili da realizzare”.

Thomas è stato in viaggio per cinque anni e mezzo. La sua prima tappa è stata Lubecca, in Germania, poi si è spostato in altri paesi europei ed è stato anche a Cuba, in India e in Nuova Zelanda.

Per poter diventare artigiano girovago bisogna avere meno di trent’anni, essere celibe e non avere debiti (si può avere un partner, ma non una relazione sancita dalla legge). Se si lavora in Germania, bisogna parlare il tedesco. Anche se non esiste un censimento ufficiale, a sentire Thomas oggi ci sono tra i seicento e i settecento apprendisti sparsi per il mondo. Con la rivoluzione industriale e la fine delle corporazioni, il fenomeno ha cominciato a scomparire. Ma in alcuni luoghi, come la città tedesca di Amburgo, e per alcune categorie artigiane, come la falegnameria, il sistema in qualche modo resiste. Questo modello di apprendimento era valido per quasi tutti i mestieri e, molto probabilmente, ha preso piede nelle confraternite dei tagliapietre, che lavoravano alla costruzione di case e chiese, ma anche di pozzi, macine e tombe.

Thomas e Matilde a Sibiu, il 16 agosto 2024 (Claudiu Popescu)

Dopo la seconda guerra mondiale in Germania questa tradizione ha vissuto una piccola rinascita: i disoccupati erano molti e nelle diverse zone del paese il lavoro non mancava. Poi, a partire dagli anni sessanta, è cominciato il declino. Oggi le associazioni di apprendisti di Germania, Danimarca e Svezia fanno parte della Confédération des compagnonnages européens, che offre informazioni, facilita i contatti tra le organizzazioni e pubblica una rivista semestrale con le storie dei ragazzi. Anche nel Regno Unito e in Australia ci sono artigiani girovaghi, ma di solito non viaggiano fuori del paese.

L’eredità del passato

Ben è partito dalla Germania nel 2020. È stato ovunque: Cile (“paesaggi meravigliosi”), Argentina, Marocco (“gente molto ospitale”), Senegal, Stati Uniti (“divertimento”), Georgia e Norvegia (“i paesaggi più belli e persone gentili”).

Dopo aver finito la scuola in una cittadina non lontano da Monaco, ha fatto il muratore e ha studiato tecniche di cartografia geoinformatica satellitare. Ma non era divertente come aveva immaginato. Così si è messo in viaggio: voleva vedere il mondo e imparare qualcosa di nuovo. “Mi è sembrato un buon compromesso tra queste due esigenze. In più, in Germania chi fa un mestiere tradizionale ha il rispetto di tutti. Non ho pensato troppo agli aspetti negativi”, racconta alla fine della giornata di lavoro. “Questo stile di vita può essere estenuante. Ogni sera devi cercarti un posto per dormire, e non sempre hai le energie per farlo”. Gli apprendisti di oggi hanno più libertà che in passato, ma ci sono ancora alcune regole molto severe, derivate dalle usanze medievali.

Prima di partire per il Waltz bisogna ottenere un certificato che attesti il percorso di apprendistato presso un maestro tradizionale, falegname, scalpellino, fabbro o altro. Nel primo anno gli apprendisti tedeschi restano all’interno del paese, per abituarsi al nuovo stile di vita, e poi vanno all’estero. Il lavoro si trova con l’aiuto di altri apprendisti oppure semplicemente incontrando persone che hanno bisogno di una mano. Durante il viaggio si deve rimanere a una distanza da casa di almeno 30-50 chilometri. Si parte a piedi, solo con i vestiti che si hanno addosso – l’abbigliamento da artigiano, che in tedesco si chiama Sponkluft – e una piccola sacca per gli oggetti personali. “In qualche modo l’abbigliamento singolare ti aiuta a rompere il ghiaccio”, racconta Thomas. Spesso la gente ha paura di rivolgersi a sconosciuti vestiti come in un film d’epoca. Da quando l’ha capito ha cominciato lui ad avvicinare gli altri. “Ti fanno un sacco di domande. E tu racconti che non ti è permesso pagare per l’alloggio o il trasporto. Allora ti dicono: ‘E dove dormi stasera?’. E a quel punto rispondi: ‘Non so, forse sul tuo divano’”.

La regola che impone di non pagare per dormire e per spostarsi non si applica a chi si allontana dall’Europa, dove in effetti è difficile arrivare in autostop. In generale, però, si lavora in cambio di vitto e alloggio. I soldi non sono la cosa più importante. E se poi non si trova un alloggio, si dorme all’aperto.

Ogni apprendista porta un orecchino, altro dettaglio ereditato dalle abitudini medievali. Allora era una garanzia fondamentale per i giovani in viaggio: se morivano lontano da casa, veniva usato per coprire le spese del funerale. E se combinavano qualche guaio in bottega, il maestro glielo strappava dall’orecchio, lasciandoli con l’eterno sfregio che li classificava come imbroglioni o incapaci.

Anche Finn porta l’orecchino. Due, per essere precisi. Di mestiere fabbrica serrature. “La prima volta che sono entrato in un’officina di fabbro, a 17 anni, ho pensato che fosse un posto rumoroso e parecchio duro. Ma mi è piaciuto subito”.

Finn ha cominciato l’apprendistato nel nord della Germania, dove aveva sentito parlare della possibilità di diventare artigiano girovago, viaggiando ovunque e lavorando. Con tanto autostop. “Erano cose che già facevo, così mi sono deciso. Per imparare meglio il mestiere e per viaggiare”.

I lavoranti hanno molte storie da raccontare sulle notti passate all’aperto o sugli strani mezzi di trasporto usati, tutte degne di romanzi d’avventura (o di serie tv oppure di cronache cavalleresche, dipende dall’epoca che si preferisce).

“Una volta in Scozia mi sono trovato in una situazione molto difficile: era gennaio o febbraio ed era nevicato come non succedeva da vent’anni”, racconta Thomas. Aveva fatto male i conti delle distanze, confondendo miglia e chilometri, e al calare della sera si era ritrovato a metà strada tra due villaggi, entrambi a più di trenta chilometri di distanza. Il sacco a pelo era vecchio e malandato. I pantaloni fradici. Ha dovuto toglierli e appenderli a un ramo. Per dormire ha scavato una buca e ci si è infilato dentro con il sacco. Ci è rimasto circa tre ore, finché si è reso conto che doveva vestirsi e muoversi se voleva arrivare vivo al mattino. “I calzoni erano congelati e si sono strappati”. Ha camminato per sei ore prima di raggiungere una strada. Quando ha incontrato la prima macchina, l’autista gli ha chiesto da dove venisse. “Non lo so e non m’interessa. Vorrei solo un posto caldo e un caffè”, ha risposto. Alla fine è arrivato a Sterling, dove ha incontrato due apprendisti francesi che l’hanno aiutato a proseguire.

Rafael e Thomas a Sibiu, il 16 agosto 2024 (Claudiu Popescu)

Andreas ha una storia simile, ma quasi opposta. Una volta è restato bloccato sotto il sole cocente. “C’è stato un momento in cui ho davvero pensato di dire basta e tornarmene a casa”, racconta. Era con altri artigiani nel deserto di Rub al Khali, in Arabia Saudita. Il tipo che guidava l’auto doveva portarli verso l’Oman. Circa novecento chilometri di viaggio. Ma dopo appena cinquanta chilometri si è fermato a un bivio e li ha lasciati per strada. Doveva andare da un’altra parte. “Siamo scesi e siamo rimasti sul ciglio della strada, nel mezzo del deserto, con le nostre uniformi. E ci siamo chiesti che diavolo ci facevamo lì”. Alla fine tutto si è risolto. Dopo tre ore sotto il sole a 45 gradi qualcuno si è fermato e gli ha dato un passaggio.

In codice

Alcuni elementi della cultura degli artigiani girovaghi sono “in codice”. Per esempio il saluto con cui si riconoscono. “Non tutto è affare dei giornalisti”, mi dicono tra il serio e il faceto alcuni ragazzi, quando gli chiedo maggiori dettagli. “Nella corporazione di cui faccio parte non ci diciamo i cognomi, per esempio. C’è chi ha un nome importante, ma durante il viaggio siamo tutti uguali. Nel nostro gruppo ci sono fabbri, orafi e altri artigiani dei metalli”, mi racconta Finn.

In Germania esistono diverse associazioni di artigiani, ognuna con le sue regole e i suoi simboli. Per capire da quale associazione provenga un ragazzo può bastare il colore della cravatta che indossa. Il rosso, per esempio, un tempo indicava l’affiliazione a un’organizzazione socialista, ma oggi i gruppi sono apolitici, e in pubblico i loro iscritti non parlano di queste cose.

A meno di allergie, non si può rifiutare il cibo offerto. E anche se si è già mangiato, è bene cercare di finire il pasto ricevuto. Perciò, se incontrate un artigiano e volete invitarlo a pranzo, chiedetegli prima se ha fame.

Gli apprendisti non possono avere un cellulare o l’accesso a internet, ma siccome le cabine telefoniche sono sempre più rare, oggi possono inviare email alle famiglie. È questo dettaglio a lasciare di stucco le persone, più ancora del fatto che non si può tornare a casa per tre anni o che non si può pagare per dormire. “In qualche modo non avere uno smartphone è considerato più bizzarro che dormire all’aperto”, racconta Thomas. In effetti all’inizio la cosa è un po’ strana, ma amici e parenti si abituano presto. E poi – sottolinea il fabbro – gli altri ragazzi e ragazze diventano una nuova famiglia. “Io, per esempio, avevo un accordo con mia madre: dovevo chiamarla ogni volta che cambiavo paese”, dice Thomas. “Magari usavo un telefono pubblico – negli aeroporti ce ne sono ancora – oppure chiedevo a qualcuno per strada di prestarmi il cellulare”.

Sibiu è stata fin dal medioevo una destinazione per gli artigiani girovaghi

In Francia le regole sono più flessibili. Gli artigiani non devono avere un abbigliamento particolare, possono tornare a casa quando vogliono e avere il cellulare. Matilde, la scultrice, è francese e ha cominciato il suo viaggio quattro anni e mezzo fa perché voleva affinare le sue abilità tecniche. Poi ha continuato perché si è innamorata della comunità incontrata lungo la strada. Racconta che uno dei momenti più difficili del viaggio è stato quando è arrivata in una cittadina ungherese. “Le persone erano ostili, forse pensavano che fossimo rom. Mi è sembrato tutto molto violento e difficile da accettare: scoprire che si può essere trattati così solo perché si ha un aspetto diverso”.

Matilde non sapeva niente del mondo della scultura in pietra o dei mestieri tradizionali. Ha preso questa strada perché cercava un lavoro ed era appassionata di storia. “Forse è per questo che mi sono avvicinata alla pietra. Ho conosciuto scalpellini e scultori, e ho capito che era quello che volevo diventare”. Gli inizi sono stati difficili. “Alcune persone sono brave fin da subito, ma per me è stata dura. Mi sentivo molto sola e un po’ persa”, racconta. Poi ha incontrato apprendisti e artigiani che l’hanno aiutata, e ha acquisito fiducia e serenità. Anche il suo rapporto con la materia è diventato più naturale. Quando l’ho conosciuta, stava ultimando un capitello corinzio su cui aveva lavorato per due settimane. Maneggiava lo scalpello come fosse la cosa più semplice del mondo. “Devi ascoltare la pietra. Lo so che può suonare un po’ fricchettone, ma devi davvero sentire la materia quando la modelli”. A seconda di come risuona, Matilde intuisce con quanta forza deve colpire, mentre dal modo in cui lo scalpello tocca la pietra capisce l’angolo e la velocità con cui può muoversi. “È importante rispettare i materiali”, dice. “Lavorare la pietra non è facile. Devi imparare a conoscerla. In cambio lei ti fa un grande regalo: ‘puoi creare qualcosa con me’, ti dice. È una cosa che amo”.

Negli ultimi anni le donne hanno cominciato a essere accettate da alcune associazioni di compagnonaggio, ma non da tutte. “Così vuole la tradizione”, è la giustificazione. Matilde è molto critica: “Mi sembra assurdo che esistano associazioni che possono dire ‘non facciamo politica, ma non vogliamo donne, perché così vuole la tradizione’. Le donne possono lavorare e viaggiare come gli uomini”. Matilde è stata tra le prime a entrare nella sua organizzazione. All’inizio alcuni colleghi storcevano il naso, ma ora non succede più. Certo, non tutto è perfetto, ma la direzione presa è quella giusta: “Quando lavoro non penso alla mia identità sessuale, perché fortunatamente nessuno fa più commenti o battute sul tema”.

Il richiamo della Transilvania

Gli artigiani girovaghi arrivarono in Romania nel medioevo. Intorno al 1900 a Bucarest esisteva ancora una casa degli artigiani. In Transilvania se ne trovavano a Sibiu, Brașov e Cluj. Il fenomeno è menzionato anche in un classico della letteratura romena: Mara, di Ioan Slavici. Nel libro un macellaio tedesco fa partire il figlio apprendista per un viaggio di due anni nella speranza di fargli dimenticare la ragazza romena di cui si era innamorato (spoiler: non funziona). Oggi non possiamo sapere quali palazzi storici siano stati costruiti con l’aiuto degli apprendisti girovaghi, ma non mancano esempi recenti, come le ristrutturazioni dell’edifico dell’Hermannstädter Zeitung, della porta della sinagoga, sempre a Sibiu, e dell’hotel Casa Calfelor Kolping di Timișoara.

Città di tradizione germanica, Sibiu è stata fin dal medioevo una destinazione importante per gli artigiani. Dalla metà degli anni duemila ospita una casa degli artigiani, in un edificio del centro messo a disposizione dalla chiesa evangelica, che spesso si affida al lavoro di fabbri, muratori e falegnami stranieri per la manutenzione dei suoi edifici. Nell’estate del 2024 in città erano attivi venti artigiani girovaghi.

Proprio davanti alla casa degli artigiani si trova uno Stock-im-Eisen, l’albero degli apprendisti. Questi pali di legno puntellati di chiodi sono una tradizione medievale. Alla fine del viaggio, i lavoranti forgiano un chiodo e lo piantano nel palo. Quello di Sibiu esiste dal 2004, ma sicuramente nel medioevo ce n’era già uno. Oggi c’è uno Stock-im-Eisen anche a Timișoara, ma il più famoso è quello di Vienna.

“Credo sia importante preservare questo tipo di professioni, perché viviamo in un mondo in cui tutto si muove molto velocemente e non siamo più abituati ad aspettare, ad accettare che alcune cose richiedono tempo”, dice Matilde tra un colpo di scalpello e l’altro. Oltre a mantenere viva la tradizione del viaggio, gli apprendisti sono essenziali per preservare i mestieri tradizionali e un modo di lavorare più tranquillo, che rispetta sia chi gode dei frutti del lavoro sia chi lo svolge. Le associazioni combinano lavoro e senso di comunità. E forse non è un caso se spesso gli artigiani lavorano per aiutare le comunità in cui si trovano. Finn, il fabbro, mi racconta dei progetti ai quali ha partecipato, tra cui quello per un centro sociale per adolescenti, dove ha lavorato insieme ai giovani del posto. “È stato perfetto”, dice. “È faticoso, ma non si fa per soldi: si tratta di costruire qualcosa con il cuore. Per aiutare qualcuno. Ed è molto meglio che lavorare sotto pressione, solo per soldi”.

I mestieri praticati dai giovani non sono facili. Richiedono un insieme di sforzo fisico e conoscenze pratiche. Fare mobili, scolpire, forgiare significa progettare, stare tutto il giorno piegati su un pezzo di legno, di pietra o di ferro, sollevare pesi, avere a che fare con i clienti – cosa spesso complicata – e poi installare, controllare ogni passaggio.

“Il mio lavoro mi piace. E ha anche dei vantaggi: per esempio mi aiuta a restare in forma”, mi confida Thomas. Ma i problemi non mancano. A 34 anni Thomas soffre già di mal di schiena. “E a volte mi bruciano gli occhi. Uso occhiali protettivi, ma si appannano velocemente, e alla fine li tolgo. Ci sono giorni in cui passo anche undici ore vicino al fuoco, poi faccio una doccia, mangio e vado a dormire”.

Gli apprendisti girovaghi non preservano la tradizione per amore del passato. Dagli edifici antichi fino ai monumenti storici, ci sono ancora molte costruzioni che richiedono artigiani in grado di prendersene cura. L’edificio di cui Ben e i suoi colleghi stanno riparando il tetto risale al 1900. Quando gli artigiani sono arrivati nel sottotetto hanno trovato vecchie bottiglie di birra, scatole di prosciutto e lardo e perfino pezzi di un’auto smontata. Il tetto in tegole, con i tipici abbaini a forma di occhio, è un elemento molto riconoscibile del paesaggio urbano di Sibiu. Ma proprio quegli abbaini così particolari hanno creato problemi agli artigiani, perché in Germania sono piuttosto rari. Ma gli apprendisti non lavorano solo “alla maniera tedesca”. Uno degli obiettivi del viaggio è proprio imparare come si lavora altrove. “Tutto cambia a seconda del paese: dalle regole di sicurezza alle tecniche usate”, dice il capocantiere Andreas, ex garzone girovago. È stato ovunque: in Germania, Svizzera, Austria, Albania, Russia, e perfino in India e in Thailandia. “Lì, per esempio, si lavora molto con il bambù, che non è per niente comune in Europa”, dice.

In Germania ci sono diverse associazioni di artigiani, ognuna con le sue regole e simboli

Il bagaglio di conoscenze accumulato e l’esperienza lo aiutano a trovare soluzioni adatte a ogni problema. Per fare un esempio, Andreas sa bene che ci vuole più tempo per forgiare un chiodo di legno che uno di metallo, ma sa anche che il primo si comporterà meglio a contatto con il legno usato per costruire le case. “Quello che rende particolarmente impegnativo questo cantiere”, dice, “è che si lavora con legno vecchio, cercando di conservarne il più possibile. Ora siamo impegnati sul tetto, abbiamo sostituito pezzi marci o rotti, mentre sul lato che dà sulla strada metteremo tegole nuove”, spiega. I ragazzi devono affrontare anche problemi “contemporanei”, sconosciuti in passato. L’inquinamento rovina il legno ovunque, in Romania come in Thailandia. E il riscaldamento globale facilita la diffusione delle piante invasive, che spesso danneggiano i materiali da costruzione. In Germania, racconta, è stato in cantieri dove il legno era stato attaccato da insetti fino a pochi anni fa innocui.

I garzoni non lavorano solo a edifici antichi. L’hotel Casa Calfelor Kolping di Timișoara è una costruzione nuova, completata nel 2022, alla quale hanno lavorato diversi gruppi di artigiani. Ha un design minimalista, in cui il legno è combinato con il cemento e il vetro. Il lavoro dei ragazzi, inoltre, non è puramente pratico. Thomas, il fabbro, ha realizzato anche opere d’arte: grazie a Marlene Herberth del duo artistico KraftMade, che si occupa del recupero della memoria sassone nel villaggio transilvano di Cincu, è arrivato a collaborare con un artista ucraino e ha creato una scultura per il museo locale.

Tornando a casa

Come tutte le cose belle, anche il viaggio degli apprendisti ha una fine. Dopo almeno tre anni (ma non più di cinque), si torna a casa. E può essere complicato. “La vita che hai lasciato non esiste più, tutto è diverso. Per me è stato più difficile tornare che partire”, confessa Thomas.

Andreas è originario di Monaco e il suo viaggio è durato cinque anni. È abituato a lavorare con il legno fin da piccolo, perché anche suo padre era falegname. Quando i genitori ristrutturarono la casa, dopo la scuola Andreas partecipava ai lavori. È diventato apprendista a 21 anni, perché era in cerca di novità. Tutti i suoi amici stavano partendo, e lui era ancora indeciso. “Mio padre mi ha detto: se ci stai pensando, fallo. Non restare qui per poi chiederti tra dieci anni come sarebbe stato partire’. Da giovane anche lui avrebbe voluto fare quest’esperienza, ma l’ha sempre rimandata. Alla fine è nato mio fratello e non è più potuto partire”.

A volte ad Andreas manca la vita in viaggio. È difficile tornare a casa dopo così tanta libertà. Ma ci sono anche dei vantaggi. “Per la prima volta ho un appartamento. Mi piace rientrare a casa. Ho la mia doccia, il mio letto. Non sono più ospite di nessuno. A un certo punto del viaggio diventa stancante dover chiedere sempre se puoi fare una doccia o metterti a dormire”. Andreas ha deciso di stabilirsi a Sibiu “per via delle persone, dei paesaggi e del lavoro”. Durante il viaggio aveva passato circa dieci mesi in Romania. E gli era piaciuto molto. Ora sta imparando la lingua e ha la sua impresa di falegnameria e carpenteria.

Anche Thomas è rimasto in Romania, per gli stessi motivi. Ben, il falegname, che è quasi alla fine del viaggio, sta pensando di fare lo stesso. La Romania gli sembra un posto tranquillo, e poi si è fidanzato con una ragazza di Sibiu, che ha conosciuto proprio durante il lavoro.

Alla fine del viaggio non sei una persona diversa, dice Andreas, ma sei più maturo, hai un’altra prospettiva sulla vita, perché conosci altri modi di vivere e di lavorare. Ho chiesto a tutti gli apprendisti con cui ho parlato cosa avessero imparato dal viaggio. Le risposte sono state diverse, ma tutti hanno sottolineato l’importanza della trasformazione personale, della crescita e della capacità di aprirsi a ciò che non si conosce. “Prima di questo viaggio pensavo di dovermi comportare in un determinato modo per farmi apprezzare dalle persone”, mi confida Matilde. “Ma ho imparato che posso essere accettata per ciò che sono, trovare il mio posto. Credo che questo sia fondamentale per tutti. Io avevo solo bisogno di vivere quest’esperienza per capirlo”.

“Durante il mio percorso ho imparato a non fare progetti, perché non funzionano mai, e a prendermi cura di me stesso”, è stata la risposta di Finn, il fabbro. “E poi ho capito che sono possibili molte più cose di quanto credessi. Se oggi mi capita di trovarmi in una situazione difficile, la prendo come un’occasione per imparare qualcosa”. Ben, il falegname, si sente più riconoscente per ciò che ha. “Quando avrò una casa mia, cercherò di fare tutto a mano. Ho imparato che, se hai un obiettivo, alla fine riesci a raggiungerlo. Anche se la strada tra l’inizio e la fine del percorso non è sempre dritta. E poi ho capito che ovunque nel mondo ci sono persone buone, e che non devi preoccuparti troppo”.

Thomas è arrivato a una conclusione simile: “Succedono un sacco di cose, ma in qualche modo te la cavi. E la cosa più bella è che a un certo punto ti rendi conto che, anche se passi una notte orribile, il giorno dopo può essere bellissimo. E impari che non esistono paesi buoni o cattivi. Ci sono persone buone e cattive ovunque, e non importa dove sei, se sei circondato da persone buone”. ◆ ap

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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati