Un anno dopo la riconquista dell’Afghanistan da parte dei taliban, un gruppo di 32 ong ha chiesto alla comunità internazionale di non abbandonare la popolazione del paese e di affrontare invece le ragioni profonde della crisi economica, difendere i diritti umani e aumentare gli aiuti umanitari.

Preoccupate per il modo in cui la profonda contrapposizione ideologica tra i taliban e la comunità internazionale sta consegnando milioni di afgani all’indigenza, le organizzazioni premono perché si stabilisca un percorso che porti al ripristino delle funzioni basilari della banca centrale dell’Afghanistan e lo sblocco dei beni afgani congelati all’estero, in particolare negli Stati Uniti. Le ong chiedono che siano messe in circolazione le banconote afgane, più che mai necessarie, stampate ma tenute sotto sequestro in Polonia.

I negoziati sullo sblocco dei beni della banca centrale vanno avanti da mesi senza esito, in parte perché i paesi occidentali non intendono abolire le sanzioni finché i taliban non avranno formato un governo diverso, che consenta alle ragazze di frequentare le scuole secondarie e stabilisca l’indipendenza della banca centrale. Richieste, queste, rinnovate il 14 agosto dall’Unione europea.

“Negli ultimi dodici mesi milioni di afgani sono stati travolti da nuove difficoltà, con la diffusione di fame, disoccupazione e una povertà quasi generale”, dichiarano le 32 ong, che comprendono gran parte delle principali agenzie locali e internazionali attive nel paese. “Il 95 per cento della popolazione non ha da mangiare a sufficienza. A soffrire in modo sproporzionato sono soprattutto donne e bambine. Chi lavora sul campo riferisce che le famiglie sono costrette a scelte impossibili pur di sopravvivere. Il paese si regge su una fornitura insufficiente di aiuti umanitari, mentre mancano gli aiuti allo sviluppo di lungo periodo, quelli grazie a cui è possibile pagare gli stipendi degli insegnanti e degli operatori sanitari e mantenere in funzione le infrastrutture dei servizi pubblici”.

Samira Sayed Rahman, responsabile delle attività in Afghanistan dell’International rescue committee, racconta: “In un viaggio recente nel sudest del paese ho visto un sistema sanitario al collasso. Da mesi gli ospedali non hanno soldi per pagare i dipendenti, per i farmaci o per le attrezzature. Gran parte del settore sanitario si regge grazie alla buona volontà dei medici e degli infermieri. Non è sostenibile. Molti stanno cercando di andarsene”.

Asuntha Charles, direttrice nazionale di World vision Afghanistan, aggiunge: “La situazione umanitaria in Afghanistan è catastrofica e i bambini, come sempre nelle crisi simili, sono i primi a soffrire. Più di quattro milioni non vanno a scuola, nella maggioranza dei casi si tratta di bambine, e più di 1,1 milioni sono vittime di lavoro minorile. Ho conosciuto famiglie costrette a vendere i figli, a volte di appena tre anni, per sopravvivere. Mentre l’attenzione del mondo è rivolta altrove, gli afgani precipitano sempre più a fondo nella catastrofe. Non possiamo voltargli le spalle ora”.

“Al cuore di questa crisi c’è il collasso economico del paese”, dice Vicki Aken, direttrice per l’Afghanistan dell’International rescue committee. “Le decisioni prese l’anno scorso per isolare i taliban – il congelamento delle riserve estere, le sanzioni contro il sistema bancario e il blocco degli aiuti allo sviluppo – hanno avuto un impatto devastante. La povertà estrema sta riducendo la domanda di beni, decretando così il fallimento delle aziende afgane e l’aumento della disoccupazione, con un peggioramento dell’insicurezza alimentare. È urgente che si trovi una soluzione. Gli aiuti umanitari, seppur vitali, non possono sostituire un’economia funzionante. Da mesi le ong chiedono di cambiare linea, ma i nostri appelli sono caduti nel vuoto. La mancanza di azione non è più giustificabile. Donatori e decisori politici devono assumersi le loro responsabilità e lavorare per stabilire un percorso che porti l’Afghanistan fuori dalla crisi economica, sostenendo la banca centrale afgana e avviando lo sblocco graduale e controllato dei beni congelati”.

Il rappresentante ufficiale degli Stati Uniti in Afghanistan, Thomas West, e il sottosegretario al tesoro per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, Brian Nelson, hanno incontrato l’ultima volta i funzionari taliban alla fine di luglio a Tashkent, in Uzbekistan, per discutere i termini dello sblocco di 3,5 miliardi di dollari in titoli della banca centrale afgana trattenuti negli Stati Uniti. Altri 3,5 miliardi di dollari sono stati accantonati tra mille polemiche dall’amministrazione Biden per aiutare le famiglie delle vittime degli attentati dell’11 settembre.

L’occidente non ha accolto con favore la decisione di Kabul di nominare vicegovernatore della banca centrale Noor Ahmad Agha, che Washington ritiene un terrorista. Gli Stati Uniti hanno chiesto con insistenza che un organo indipendente della banca centrale monitori la gestione degli evenutali beni sbloccati.

Conquiste vane

L’impossibilità per la banca centrale di accedere ai fondi ha determinato una brusca svalutazione della moneta afgana, con il conseguente aumento dei prezzi delle importazioni. Il sistema bancario è quasi al collasso e i cittadini hanno difficoltà ad accedere ai loro risparmi e a ricevere gli stipendi. Le ong hanno anche chiesto ai donatori e alle istituzioni finanziarie internazionali di erogare il resto del denaro contenuto nel fondo fiduciario afgano per la ricostruzione amministrato dalla Banca mondiale, e di ampliare il ruolo delle ong nella gestione del fondo. A giugno la commissione incaricata di gestire il fondo ha approvato l’erogazione di 739 milioni in due tranche per finanziare progetti di lungo periodo non controllati dai taliban.

Secondo le ong, anche le organizzazioni della società civile afgana dovrebbero avere accesso a finanziamenti e supporto, in particolare quelle guidate da donne. “Le conquiste ottenute con grande fatica negli ultimi vent’anni stanno rapidamente svanendo e donne e bambine sono via via escluse dalla vita pubblica”, spiega Fereshta Abbasi, ricercatrice di Human rights watch. “Non possono più studiare, lavorarare o muoversi liberamente. Le donne con cui parlo avvertono uno schiacciante senso di abbandono e di disperazione. Dobbiamo ascoltare le loro richieste”. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1474 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati