Nel novembre del 1950, quando le forze nordcoreane misero in fuga l’esercito statunitense, il presidente Harry Truman dichiarò in una conferenza stampa che era pronto a scatenare una guerra nucleare. Un giornalista gli chiese se gli Stati Uniti stavano pensando di usare armi atomiche. Truman rispose che non solo quella era una possibilità concreta, ma che “il comandante militare sul campo” avrebbe deciso se colpire l’esercito o i civili. Non escluse neanche la possibilità di colpire la Cina. Fu un disastro. Gli alleati di Washington, i paesi delle Nazioni Unite e anche tanti elettori smisero di sostenere l’intervento militare in Corea. Quella conferenza stampa diventò l’esempio delle cose da evitare quando la diplomazia deve occuparsi del nucleare. Un esempio di cui si è tenuto conto fino ad agosto, quando Donald Trump ha minacciato Pyongyang.
Ora, dopo il sesto test nucleare fatto dal regime di Kim Jong-un, Trump rischia una nuova disfatta. Ha accusato la Corea del Sud di avere un atteggiamento troppo conciliante, ipotizzando di cancellare l’accordo di libero scambio con Seoul. Ha minacciato nuove sanzioni contro la Cina e ha detto di essere pronto a usare le armi nucleari. La cooperazione internazionale sulla crisi nordcoreana si sta sfaldando.
Se Washington vuole sfruttare la questione nordcoreana per colpire la Cina dovrebbe avere almeno un alleato pronto a fare la guerra. Ma non ce l’ha
Una parte della destra statunitense ha sempre considerato la guerra nucleare una possibilità concreta. La tradizione risale al 1945, in occasione delle testimonianze da Hiroshima del diplomatico Paul Nitze. Nitze fu sorpreso dal fatto che le persone vicine all’esplosione erano sopravvissute, che i treni avevano ricominciato a funzionare nel giro di 48 ore e che il numero di morti, almeno secondo lui, era simile a quello provocato dai raid alleati su Berlino e Dresda. Anche se da vecchio Nitze diventò un sostenitore del disarmo unilaterale, per gran parte della carriera sostenne che essere pronti alla guerra nucleare era l’unico modo per evitarla. Anche Trump la pensa così. È sempre stato ossessionato dalle bombe atomiche. Nel 1984 dichiarò che avrebbe potuto convincere la Russia ad accettare una tregua nucleare. “Ci vorrebbe un’ora e mezza a imparare tutto sui missili. E penso di saperne già abbastanza”, spiegò a un giornalista.
In realtà i falchi favorevoli alla bomba atomica – da Truman a George Bush padre – non l’hanno mai usata perché si rendevano conto di avere delle responsabilità internazionali. E nel 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, l’illusione di avere un potere assoluto spense la sete di annientamento nucleare della destra americana. Ora però Trump ha invertito la tendenza.
Il presidente sudcoreano Moon Jae-in è arrivato al potere a maggio dopo la destituzione della conservatrice Park Geun-hye, che aveva un atteggiamento duro con la Corea del Nord. Moon Jae-in ha promesso la riconciliazione con Pyongyang, ha proposto una politica estera più indipendente dalla Casa Bianca e si è opposto, almeno all’inizio, al sistema anti missile americano. Se Washington vuole sfruttare la questione nordcoreana per colpire la Cina – come ha dichiarato l’ex consulente strategico di Trump Steve Bannon – dovrebbe avere almeno un alleato pronto a fare la guerra. Ma non ce l’ha. La traballante democrazia sudcoreana funziona comunque meglio di quella americana e ha permesso l’allontanamento di Park per crimini meno gravi di quelli di cui è accusato Trump. E i sudcoreani sanno che la Cina è la forza dominante nel Pacifico. Il mondo dominato da un’unica superpotenza lascia il passo a un sistema caotico in cui Cina e Russia stanno diventando potenze regionali.
Immaginate questa situazione: Kim Jong-un lancia un missile contro Guam o contro il Giappone. Gli Stati Uniti colpiscono due o tre obiettivi militari in Corea del Nord con bombe nucleari e affondano la marina di Pyongyang. Segue una breve guerra convenzionale che distrugge Seoul e gran parte della Corea del Nord. La Cina non risponde. Questa è probabilmente l’ipotesi meno catastrofica, se pensiamo che sarebbe il primo attacco nucleare dal 1945. Quale sarebbe l’insegnamento per Russia e Cina? Dal punto di vista pratico, che le armi nucleari possono essere usate con risultati positivi. Dal punto di vista etico, che l’annientamento nucleare è accettabile.
In un mondo in cui gli Stati Uniti sono in declino spetta a tutti, a cominciare dall’Europa, creare un sistema multipolare basato sulla diplomazia che separi la geopolitica dal commercio. Il pericolo non riguarda solo la fine del tabù nucleare, ma anche la possibilità che le azioni di Kim Jong-un e Trump impediscano di creare un sistema multipolare globale. Steve Bannon, sbattuto fuori dalla Casa Bianca da un gruppo di ex generali che cercano di arginare Trump, ha definito i suoi oppositori “pacificatori razionali”. Ma di fronte all’ascesa di Pechino il dialogo è l’unica strada. Cercare la pace non significa smettere di sostenere l’opposizione in Cina e in Corea del Nord. Non significa neanche ritirare le forze armate in modo unilaterale. Significa parlare. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati





