I visitatori della sala 210 dell’Humboldt forum, il nuovo museo berlinese da 644 milioni di euro, che ha completato la sua apertura scaglionata il 16 settembre, potrebbero credere per un attimo di trovarsi al British museum. In entrambi i musei una parete di aste metalliche segna l’inizio di una mostra sull’antico regno del Benin. A Londra la griglia metallica è decorata con rilievi in bronzo che raffigurano re e guerrieri del Benin, che sono ancora nella collezione del museo nonostante siano stati saccheggiati dai soldati britannici oltre un secolo fa. A Berlino le aste sostengono una fila di schermi su cui curatori, funzionari e attivisti tedeschi e nigeriani spiegano perché i bronzi non appartengono più all’Europa.

L’installazione video, inizialmente prevista come una sorta di nota a piè di pagina, è diventata centrale negli ultimi mesi: a luglio infatti la Germania e la Nigeria hanno firmato un accordo per la restituzione di tutti i bronzi del Benin conservati a Berlino. I quaranta bronzi in mostra, molti meno rispetto ai circa duecento previsti, e ora abbinati a opere di artisti nigeriani contemporanei, sono in prestito per un periodo di dieci anni.

Tenere il passo

Il riferimento dei curatori al British museum serve anche a ricordare quale tipo di luogo fosse l’Humboldt forum quando è stato concepito, trent’anni fa. All’inizio degli anni novanta un gruppo di ricchi industriali tedeschi concepì il progetto di abbattere il cubo modernista che aveva ospitato il parlamento della Repubblica democratica tedesca (Ddr) e di ricostruire quello che c’era prima in quel luogo: il palazzo barocco del seicento in cui viveva la dinastia degli Hohenzollern. Riempire l’involucro sgargiante di quell’edificio, il Berliner schloss, con oggetti delle collezioni etnologiche berlinesi fu un pensiero successivo, ma all’altezza delle sue ambizioni, soprattutto quando Neil MacGregor del British museum fu ingaggiato come direttore, nel 2015.

Mentre si gettavano le basi di questo nuovo polo per la “cultura mondiale”, però, il mondo è andato avanti. Il dibattito sulla restituzione del patrimonio africano al continente d’origine, promosso dal presidente francese Emmanuel Macron, si è cristallizzato a Berlino quando Bénédicte Savoy, storica dell’arte e specialista in materia di restituzioni, si è dimessa dal comitato consultivo dell’Humboldt forum nel luglio 2017, frustrata dalla riluttanza dell’istituzione a indagare sui sanguinosi retroscena coloniali della sua collezione.

Anche il pubblico potenziale del museo stava cambiando: nei vent’anni passati da quando l’Humboldt forum ricevette il via libera dal governo tedesco, il numero di visitatori internazionali nella capitale è quintuplicato. Con l’avvicinarsi della data di apertura, l’idea di un’attrazione turistica in stile British museum a Berlino, che spiegasse il mondo dall’alto attraverso oggetti accumulati durante il regno di una dinastia prussiana responsabile di alcuni dei più raccapriccianti assalti coloniali e genocidi del novecento, sembrava fuori luogo e in ritardo sui tempi. Dopo aver paragonato a Černobyl il patrimonio tossico dell’Humboldt forum, Savoy ha suggerito di riempire le sale di repliche. “Un falso museo all’interno di un falso palazzo, questo sì che avrebbe senso”, ha dichiarato alla Süddeutsche Zeitung.

Bronzi del Benin in esposizione all’Humboldt forum (Jens Schkueter, Afp/Getty)

L’accordo di quest’estate sui bronzi del Benin ha risparmiato ai direttori alcuni imbarazzi. Ma a cinquant’anni dalla prima richiesta della Nigeria di riavere i reperti in prestito permanente, è difficile dire che l’Humboldt sia all’avanguardia in questa materia. Tuttavia, la sincera volontà d’imparare dagli errori del passato e di ripensare le modalità con cui sono esposte le collezioni etnologiche è tangibile nell’ala orientale appena inaugurata.

Alcune mostre sono state curate in collaborazione con le comunità dei paesi in cui gli oggetti erano stati acquistati o sequestrati. Le collezioni sudamericane sono esposte nello stile delle case rotonde _ëttë _degli ye’kuana del Venezuela e del Brasile, mentre una mostra sugli omaha del Nebraska è disposta “come un cerchio di storie” e affiancata da video-interviste realizzate di recente.

L’approccio curatoriale manca di coerenza. Alcune sezioni hanno un’impronta tradizionale, mentre altre affrontano più direttamente il tema dello sfruttamento coloniale: in una mostra temporanea sulla Tanzania, ex colonia tedesca, si è scelto di non includere nessuno dei diecimila oggetti tanzaniani presenti nei magazzini del Museo etnologico di Berlino, perché la loro provenienza era problematica. Le vetrine sono state lasciate vuote oppure contengono “surrogati” realizzati da artisti contemporanei.

Wolfgang Kumm, picture alliance/Getty

Domande senza risposte

“Come uno studente pigro rimproverato dai genitori, l’Humboldt forum comincia a fare i suoi compiti e a porre domande fondamentali”, dice Savoy alla vigilia dell’apertura del museo. “Ma anche la sua architettura è importante e può essere considerata una forma di negazione storica. E come coniugare verità storica e negazione storica?”.

“Una delle grandi questioni dei musei europei è se oseranno ammettere verità scomode che metterebbero in discussione la loro stessa esistenza”, prosegue. “Queste istituzioni possono raccontare una verità spesso sgradevole e continuare la loro attività come prima?”. Proprio l’ambiente principesco dell’Humboldt forum, con le sue pareti bianche immacolate e le scale in pietra naturale, solleva domande importanti su come potrebbe presentarsi un moderno museo delle culture del mondo. Ma non dà risposte.

Le didascalie accanto agli oggetti si dilungano su come i bronzi del Benin siano stati saccheggiati da soldati e marinai britannici durante una spedizione punitiva a Benin City nel 1897 e successivamente venduti in Europa e in Nordamerica. Le parole “acquisizioni” e “collezioni” sono usate tra virgolette. Ma alla violenza si accenna soltanto: evocare apertamente lo spietato spargimento di sangue in queste sale che ispirano timore reverenziale è un rischio che i curatori non hanno voluto correre.

Eppure bastava guardare dall’altra parte della strada per capire che si sarebbe potuto fare altrimenti. Una mostra sul colonialismo allestita nel 2016 al Museo storico tedesco, dal lato opposto del viale Unter den Linden, ha dimostrato che i grandi musei possono scioccare i loro visitatori e spingerli a riflettere.

Alla fine, anche i filmati frettolosamente allestiti all’inizio della mostra appaiono, più che un gesto di umiltà, una pacca sulla spalla paternalistica. E pomposa, con i direttori del museo che occupano uno spazio precedentemente riservato ai re e ai guerrieri del Benin. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati