Vedere delle automobili senza conducente per le strade di San Francisco è già abbastanza strano quando si gira a piedi, ma lo è ancora di più quando si è in bicicletta e si assiste da vicino allo spettacolo inquietante di un volante che sterza da solo. Dall’agosto 2023 i taxi senza conducente si possono prenotare con un’app, ma spesso sono vuoti. Questi robot a forma di veicolo non si muovono come le auto guidate dagli esseri umani. Mentre ne affiancavo uno al semaforo, l’ho visto prima fermarsi con il giallo e poi avanzare in mezzo all’incrocio, mandando il traffico in tilt. In qualche modo mi ci sono abituata, dato che da anni si collaudano auto senza conducente per le strade della città, in alcuni casi con qualcuno nell’abitacolo, in altri senza. Circolano nonostante il parere contrario di alcune autorità municipali, come il comandante dei vigili del fuoco. Di recente la città ha fatto causa all’ufficio dello stato della California che ha permesso alle aziende di usare le strade come un laboratorio privato. I vigili del fuoco hanno segnalato più volte che le auto senza conducente tendono a parcheggiare davanti agli idranti. Nel giugno 2023 una ha impedito a un’ambulanza di raggiungere le vittime di una sparatoria, a quanto pare questi veicoli non sono programmati per valutare situazioni simili e reagiscono fermandosi di colpo. La comunicazione diretta non è un’opzione: l’unico modo per condizionare il comportamento di un’auto senza conducente è contattare l’azienda che la gestisce.

A ottobre una di queste macchine, di proprietà della Cruise, azienda controllata dalla General Motors, ha investito una donna che era stata urtata da un’altra automobile, trascinandola per sei metri, ferendola gravemente e lasciandola intrappolata sotto le ruote. Il veicolo non è stato in grado di rilevare che stava schiacciando una persona e non ha risposto ai soccorritori, che hanno dovuto sollevare le ruote per liberare la donna. La Cruise ha ritirato 950 vetture, ma la Waymo, un’azienda della Alphabet, la casa madre di Google, continua a far circolare le sue.

Le auto senza conducente sono spesso chiamate “veicoli a guida autonoma”, ma nella guida non c’è niente di autonomo. È un’attività cooperativa e sociale, in cui parte della responsabilità di chi è al volante è comunicare con gli altri sulla strada. Quando vado a piedi, in bicicletta o in auto, faccio molti gesti con le mani – per lo più per dire “aspetta!” o “vai!” – e osservo i segnali degli altri. Ma in un’auto senza conducente non c’è nessuno con cui stabilire un contatto, nessuno che sia in grado di vedere un essere umano che fa segno con le mani o di sentirlo gridare o di rispondere a un suo segnale. Queste auto usano le frecce per svoltare, ma non sempre svoltano quando azionano le frecce.

Per giustificare l’introduzione dei veicoli senza conducente si citano la necessità di eliminare l’errore umano e la possibilità per le persone con disabilità di spostarsi in autonomia. Una motivazione più convincente è che le aziende del settore possono trattenere i profitti che altrimenti dovrebbero usare per pagare i guidatori. L’automazione è sempre stata un modo per far aumentare i guadagni dei padroni, fin dai tempi in cui i luddisti protestavano contro i telai meccanici. Oggi gli aeroporti hanno macchine per fare da soli il check-in, i supermercati hanno casse automatiche, strade e ponti hanno una tecnologia che legge le targhe delle auto al posto dei casellanti. I numeri di telefono dei servizi clienti ci mettono in collegamento con operatori digitali e con una serie di altri sistemi automatizzati.

Una pandemia di solitudine

Tutto questo ha un prezzo. Gli statunitensi sono nel pieno di una pandemia sociale di solitudine e isolamento. Vivek Murthy, che ha il ruolo di surgeon general, cioè il massimo funzionario federale che si occupa di questioni di salute pubblica, l’ha definita una grave crisi. I suoi rapporti individuano una serie di cause, tra cui internet, gli smartphone e i social network. Queste innovazioni naturalmente non sono state sviluppate per creare la crisi, ma l’hanno favorita. Tra gli “esempi di danni” elencati da Murthy ci sono “tecnologie che sostituiscono l’impegno di persona, monopolizzano la nostra attenzione, riducono la qualità delle nostre interazioni e fanno perfino calare la nostra autostima”.

La pandemia ha aggravato il problema dell’isolamento, ma già prima la tecnologia aveva reso ridondanti i sistemi che usavamo per riunirci e socializzare, descrivendoli sistematicamente come pericolosi, spiacevoli, inefficienti e sconvenienti. L’idea di fondo è che ognuno di noi aspira a essere il più produttivo possibile, di conseguenza bisogna mettere da parte tutto ciò che interferisce con la produttività. È stato il messaggio di molte aziende nate negli anni novanta, quando hanno cominciato a diffondersi lo shopping online e altre transazioni finanziarie digitali. Questo sviluppo ha trasformato l’aspetto delle città, oltre che le delle persone. L’American booksellers association, l’associazione che raccoglie le librerie indipendenti statunitensi, riferisce che nel 2021 “il trasferimento dei ricavi dai rivenditori al dettaglio ad Amazon ha costretto alla chiusura 136.000 negozi, per un totale di un milione di metri quadrati di spazi commerciali tradizionali”. L’impatto sul numero di posti di lavoro a livello locale, ma anche sulle relazioni tra i luoghi e le persone, è enorme.

Washington square park, San Francisco, gennaio 2015 (Anthony Thornton)

I piccoli negozi che stiamo perdendo non vendevano solo prodotti: offrivano gratuitamente una serie di vantaggi intangibili. Su internet spendiamo meno per comprare lo shampoo o magari abbiamo più scelta sulle buste da lettera, ma in un negozio fisico possiamo stabilire un rapporto con il proprietario, chiacchierare con gli altri clienti, incontrare un amico o un vicino. Questo può succedere anche in posti come Starbucks, ma nelle grandi catene i dipendenti difficilmente restano a lungo, i ricavi non tornano alla comunità e gli arredi sono anonimi, non hanno niente a che vedere con il contesto.

Levatevi di torno

La San Francisco della mia giovinezza era piena di piccoli negozi che, con la loro simpatica eccentricità, erano parte integrante del luogo. Alcuni esistono ancora, ma sono sempre meno. Molti avevano sui muri vecchie foto delle attività del quartiere, in altri c’erano oggetti del passato o opere d’arte. Nel negozio di liquori e alimentari del mio quartiere c’era una parete tappezzata di foto dei clienti che avevano partecipato al barbecue annuale organizzato dal proprietario e un registro dove venivano annotate le transazioni con gli anziani che compravano a credito e pagavano alla fine del mese. Questi scambi tra persone che si conoscevano erano servizi che gli esercizi commerciali offrivano insieme ai prodotti in vendita.

In Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane (1961), Jane Jacobs parla degli “occhi sulla strada”, cioè il modo in cui il traffico pedonale, il movimento della gente in pubblico non solo garantiva la sicurezza di un luogo ma lo rendeva conviviale, socievole. Possiamo descrivere quello che è successo alla mia città con un’espressione: “la grande ritirata”. Per strada le persone sembrano avere gli occhi da un’altra parte, spesso sul telefono: se davanti a loro fosse commesso un crimine magari lo riprenderebbero con lo smartphone, ma è anche possibile che non si accorgerebbero di niente. Molti sembrano trasalire al minimo contatto diretto con degli sconosciuti o fanno finta che non sia successo; io stessa ho imparato a evitare queste interazioni fugaci, che sembrano ancora ben accette a New Orleans o perfino a New York.

Mi sono trasferita a San Francisco nel 1980, quando c’era ancora vita in strada e nei locali. Ma i bar erano pochi al di fuori del quartiere italiano di North Beach. Hanno cominciato a spuntare come funghi negli anni ottanta e novanta: le persone ci andavano per passare il tempo, per leggere, per chiacchierare o semplicemente per guardare gli altri. Con il nuovo millennio i clienti dei caffè, in maggioranza giovani bianchi, hanno cominciato a starsene in silenzio a fissare un qualche dispositivo Apple, come in un ufficio.

Ma anche questa fase sembra superata. Siamo al livello successivo, quello in cui si cerca di fare in modo che i clienti non si trattengano troppo. Ad aprile 2023 una rivista del settore alimentare ha pubblicato un articolo intitolato “Nel 2023 i caffè di San Francisco vogliono che vi leviate subito di torno”. Hanno cominciato a eliminare tavoli e sedie, spiegava l’articolo, per concentrarsi sui prodotti da asporto, perché si sono accorti che le persone tendevano a usare quegli spazi come uffici.

Istituzioni culturali, sociali e religiose sono state costrette a spostarsi altrove o a chiudere, festival cinematografici e centri d’arte hanno lasciato la città, negozi storici, tra cui la più antica libreria gestita da afroamericani negli Stati Uniti, sono stati sfrattati, il tutto mentre la ricchezza continua a concentrarsi a un ritmo senza precedenti nelle mani di pochi.

I piccoli negozi indipendenti che stiamo perdendo non vendevano solo prodotti: offrivano anche una serie di vantaggi intangibili

San Francisco è un luogo di contraddizioni fin dalla sua rinascita, alla fine degli anni quaranta dell’ottocento, quando gli Stati Uniti conquistarono la metà settentrionale del Messico, compresa la California. Cambiarono il nome della città, da Yerba Buena a San Francisco, in onore del santo patrono d’Italia. La città è sempre stata abitata da sognatori, eccentrici, bohémien, ma anche da opportunisti e approfittatori; fino a poco tempo fa c’era posto per tutti. I big four, i quattro grandi baroni delle ferrovie, erano commercianti di Sacramento che avevano accumulato una piccola fortuna vendendo attrezzature per i cercatori d’oro; poi si erano spostati a San Francisco e avevano accumulato fortune scandalose costruendo la metà occidentale della ferrovia transcontinentale, spennando il governo e monopolizzando i trasporti nell’ovest. Con questi soldi, nel 1885 Leland Stanford fondò la Stanford university sul terreno del suo allevamento di cavalli, sessanta chilometri a sud della città. Da una costola di Stanford sarebbe nata la Silicon valley.

Nel 1959 il monaco buddista Shunryu Suzuki arrivò nella Japantown di San Francisco per servire la comunità nippo-americana del posto. I giovani bianchi che avevano letto o sentito parlare dello zen vennero ad ascoltare i suoi insegnamenti, e il loro entusiasmo fu più travolgente di quello della congregazione d’origine, al punto che Suzuki fondò il San Francisco zen centre, che da allora è un punto di riferimento per tutti i praticanti e i sacerdoti zen. Lo zen, come le letture di poesie nelle piccole gallerie cooperative e nei bar della città, si basa sull’essere presente, lo stare insieme, lo stare nel momento, l’imparare, come diceva il guru psichedelico Ram Dass, a “essere qui, ora”.

Su un tram a San Francisco, marzo 2015 (Anthony Thornton)

Sempre nel 1959, Ronald Davis fondò la San Francisco mime troupe, che organizza ancora oggi spettacoli gratuiti di teatro satirico all’aperto. Il Sierra Club si stava trasformando da club alpinistico locale a organizzazione nazionale per la tutela dell’ambiente. Più a sud, lungo la penisola, stavano nascendo le prime aziende di semiconduttori, ma la tecnologia era ancora una piccola parte dell’economia della regione, e lo sarebbe rimasta ancora per qualche decennio. Non lontano da quei primi pionieri, la Cia pagava dei pazienti per testare l’lsd; uscita dagli ospedali, la sostanza si insinuò nella controcultura californiana degli anni sessanta.

Le Daughters of Bilitis (figlie di Bilitis) si formarono nel 1955 a San Francisco per difendere i diritti delle lesbiche; le sue ideatrici, Del Martin e Phyllis Lyon, sono state la prima coppia omosessuale a sposarsi quando la città ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, nel 2004. La rivolta di Stonewall del 1969 a New York è giustamente passata alla storia, ma già tre anni prima le drag queen di San Francisco avevano protestato contro l’oppressione della polizia durante la rivolta della Compton’s Cafeteria, e negli anni cinquanta e sessanta in tutta la città c’erano cabaret che ospitavano spettacoli di travestiti, locali per lesbiche e leather bar.

Anche se l’epicentro del boom e del crollo delle aziende legate a internet alla fine degli anni novanta è stato a San Francisco, fino a una decina di anni fa la Silicon valley era associata a San Jose, la città che collega la parte meridionale della baia alle propaggini suburbane della penisola di San Francisco. Intorno al 2012 Facebook, Google e Apple hanno cominciato a mettere a disposizione lussuose navette che hanno facilitato gli spostamenti dei pendolari e incoraggiato molti lavoratori a trasferirsi a San Francisco, che oggi è completamente inglobata nella Silicon valley. Spesso i dipendenti di queste aziende si considerano degli outsider, un’avanguardia anticonformista, ma lavorano per multinazionali che dominano la cultura, la politica e l’economia.

Torri che sprofondano

Negli ultimi decenni San Francisco è sopravvissuta a una serie di recessioni locali e nazionali. Ma oggi secondo gli esperti si trova in una “spirale catastrofica” provocata dalla chiusura di tanti uffici e negozi dopo la pandemia. I tagli al personale dei colossi della tecnologia sono una delle cause di questo fenomeno, ma l’industria ha favorito anche la ritirata in massa degli impiegati dai luoghi di lavoro: molti lavorano da casa, e a volte si trasferiscono in altre regioni. Più che dal calo della popolazione e dallo svuotamento del centro, il nuovo stato d’animo della città è influenzato da una rinuncia al contatto umano. San Francisco è ancora una città densamente popolata, ma il modo in cui la gente la vive è sempre più quello tipico delle realtà suburbane, con un’attenzione crescente a evitare gli estranei e le sorprese.

Negli ultimi vent’anni schiere di torri di vetro sono comparse a sud del vecchio centro cittadino. Il secondo edificio più alto a ovest del fiume Mississippi è la Sales­force Tower, che con i suoi fianchi curvi e i suoi bordi smussati viene spesso paragonata a un dildo. È certamente un monumento all’arroganza. Completata nel 2018, oggi è mezza vuota. All’inizio del 2023 la Salesforce, mostrando tutta la volatilità dell’industria, ha mandato a casa buona parte dei dipendenti (poi, in autunno, ne ha riassunto qualche migliaio). Le aziende tecnologiche spingono regolarmente le altre imprese ai margini per poi fallire, trasformarsi o migrare, lasciandosi alle spalle il vuoto.

La Salesforce – il più grande datore di lavoro privato della città – ha abbandonato anche il Salesforce East, che sorge accanto a un altro grattacielo, la Millennium Tower, un edificio di 58 piani a uso prevalentemente residenziale che è stato inaugurato nel 2009. Una brochure promozionale la definiva “il primo grattacielo di extra-lusso, una raffinata oasi nel cuore della capitale tecnologica della città”. Ma nel 2015 l’edificio si è inclinato ed è sprofondato di alcuni metri per un difetto di costruzione. Dopo una causa intentata dai residenti, sono stati spesi cento milioni di dollari per puntellarlo.

Vivo a San Francisco da quarantaquattro anni, mi sposto soprattutto a piedi e non sono mai stata minacciata da una persona senza dimora

San Francisco è spesso associata alla criminalità e al degrado, come una prova del fallimento delle politiche progressiste. La scorsa estate ho passato un po’ di tempo in New Mexico e mi sono resa conto che quando le persone scoprivano da dove venivo inorridivano: mi chiedevano come facessi a sopravvivere in quel caos. Negli ultimi anni i mezzi d’informazione di destra hanno dato molto spazio alle notizie sulla criminalità e sul vagabondaggio e a quelle legate alla crisi (reale, ma non certo unica) del fentanyl in città. I conservatori, e anche tanti baroni della tecnologia, le strumentalizzano per invocare lo stesso tipo di guerra alla delinquenza – più polizia, pene più severe, meno libertà civili – che gli imprenditori chiedevano negli anni ottanta e novanta.

In realtà a San Francisco il tasso di reati violenti è più basso che in molte città statunitensi. I furti sono il problema principale, aggravato, come il vagabondaggio, dal boom tecnologico che negli ultimi trent’anni ha attirato molti lavoratori con stipendi alti e ha fatto impennare i prezzi delle case. A questo vanno aggiunti gli stravolgimenti economici e i tagli alla rete di protezione sociale decisi a partire dagli anni ottanta. Nel 2021 è diventato virale un video girato in un negozio di alimentari di San Francisco in cui si vedeva un nero povero che riempiva di cibo una busta dell’immondizia e poi scappava in bicicletta. Le grandi catene sostengono di aver dovuto chiudere molti punti vendita in centro a causa dei furti, ma i giornalisti locali hanno scoperto che nella maggior parte dei casi le chiusure erano legate agli incassi ridotti o ad altri problemi banali.

Crimini tra ricchi

In ogni caso, l’opinione pubblica statunitense dà ormai per scontato che a San Francisco l’illegalità dilaghi. All’alba del 4 aprile 2023 Bob Lee, imprenditore del settore tecnologico, è stato accoltellato per strada, e molti hanno collegato l’omicidio all’ondata di violenza scatenata da un sottoproletariato fuori controllo. Elon Musk ha scritto su X: “La criminalità violenta a SF è terrificante, e anche se gli aggressori vengono arrestati spesso sono rilasciati all’istante”, facendo capire che secondo lui il colpevole era un delinquente abituale che aveva approfittato di politiche permissive. L’investitore Matt Ocko ha tuonato: “Il procuratore distrettuale e il consiglio municipale hanno letteralmente le mani sporche del sangue di Bob”.

Alla fine la persona incriminata per l’omicidio è stata Nima Momeni, un imprenditore della Silicon valley che la sera del delitto era insieme alla vittima. Quando Lee è morto, nel suo sangue c’erano tracce di cocaina e chetamina; secondo i notiziari locali, la vittima, il presunto assassino e sua sorella avevano usato droghe che erano state in parte fornite da Jeremy Boivin, un amico di Lee, anche lui con un passato nel settore tecnologico. Nel 2021 Boivin era stato arrestato perché trovato in possesso di un chilo di cocaina e un chilo di metamfetamina, e nuovamente fermato nel 2022 per possesso delle stesse sostanze. Nel 2020 era stato accusato di aver somministrato alla sua collaboratrice domestica il Ghb, la cosiddetta droga dello stupro, e di averla aggredita sessualmente (per Rolling Stone fu Lee a pagargli la cauzione). Secondo le ricostruzioni, il pomeriggio del 3 aprile 2023 Lee era a casa di Boivin con la sorella di Momeni e un’altra donna; entrambe avevano preso Ghb ed erano svenute.

Chesa Boudin, ex procuratore distrettuale della città, ha detto che “tra i conservatori c’è la convinzione che le droghe le prendano solo i poveri brutti e cattivi. La realtà è che l’industria tecnologica ne è immersa fino al collo…”. Su Mission Local, il principale sito d’informazione di San Francisco, un amico ha raccontato che Momeni aveva un problema con la cocaina, “come tanti dirigenti della Silicon valley”, e che il suo numero di telefono “compare su un sito usato dalle lavoratrici del sesso per segnalare clienti pericolosi o problematici”. I legali di Momeni hanno ipotizzato che l’assassino fosse un senzatetto che dormiva vicino a dove è stato ritrovato Lee, ma il dna di Momeni è stato rinvenuto sull’impugnatura dell’arma del delitto, un coltello da cucina che fa parte di un set di proprietà della sorella.

La Cina ha dimostrato che le nuove tecnologie possono creare uno stato di sorveglianza che si pensava inimmaginabile

Prima di morire Lee si è accasciato davanti a un complesso di appartamenti di lusso, al numero 403 di Main street. L’indirizzo mi suonava familiare, perciò sono andata a cercarlo: è a un isolato di distanza dal civico 301, l’Infinity Tower, dove una decina d’anni fa, in un attico da sette milioni di dollari, il milionario Gurbaksh Chahal è stato ripreso dalla telecamera di sorveglianza nella sua camera da letto mentre colpiva una donna 117 volte e la minacciava ripetutamente di morte. Chanal è stato rimosso dall’incarico di amministratore delegato della sua azienda ed è finito in carcere per violazione della libertà vigilata dopo un altro episodio di violenza nei confronti di una donna. Attualmente è a capo di un startup che si presenta con la tipica prosa vaga del settore: “L’ia di ultima generazione si fonde con il commercio globale, passando da transazioni elementari a scambi densi di significato”.

La criminalità a San Francisco può essere descritta in molti modi. Ma non ci sono video in cui si vede Sam Bankman-Fried, il miliardario delle criptovalute di Palo Alto, appropriarsi indebitamente di 8,6 miliardi di dollari dei clienti, o che mostrano la truffa organizzata da Elizabeth Holmes, ex studente di Stanford, che ha raccolto 700 milioni di dollari per la Theranos, un’azienda il cui unico prodotto era una tecnologia medica inesistente. Holmes, che viveva in una villa da 15 milioni di dollari e si spostava su un jet privato della Theranos, sta scontando una pena in un carcere federale per frode ai danni degli investitori. Bankman-Fried è stato condannato a 25 anni di carcere. Si parla di vere e proprie rapine, ma la ricchezza prodotta dalla Silicon valley ha dato a un manipolo di miliardari la convinzione di essere al di sopra della legge. Molti hanno fatto fortuna nella finanza o nella tecnologia; questi patrimoni e il distacco dal mondo li hanno convinti di essere i più bravi in qualsiasi cosa facciano, compreso plasmare la società a loro piacimento.

Poveri con un lavoro

Nel 2022 William Oberndorf e David Sacks, due miliardari della Silicon valley, hanno appoggiato un referendum per chiedere la rimozione del procuratore Boudin. La campagna ha ricevuto 7 milioni di dollari di donazioni, di cui l’80 per cento da 50mila dollari o più; Oberndorf ha versato 600mila dollari e ha speso somme enormi per sostenere le charter school (scuole private che ricevono finanziamenti pubblici) e combattere il sindacato degli insegnanti. Sacks, amico di Musk, è uno dei principali finanziatori dei candidati di destra alle elezioni e sembra ossessionato dalla delinquenza nelle città.

Un altro investitore miliardario nemico di Boudin, Ron Conway, da anni usa la sua ricchezza per spingere San Francisco a destra. Nel 2010 è stato uno dei più importanti promotori di un’ordinanza che vietava di sedersi sui marciapiedi, pensata per colpire chi vive per strada. Nel 2016 Conway e Oberndorf hanno sostenuto un referendum per l’abolizione delle tendopoli dove si rifugiano le persone senza dimora. L’élite tecnologica tende a considerare i senzatetto non come persone con necessità non soddisfatte ma come un’intrusione o addirittura un’aggressione alla sensibilità altrui (va detto che Mark Banioff, il fondatore della Salesforce, si è comportato meglio, donando 30 milioni di dollari per studiare la questione). Chi associa la ricchezza alla virtù tende anche ad associare la povertà al vizio. I capi delle aziende tecnologiche sono convinti di essere i buoni, quelli che portano le soluzioni; a volte le vittime, mai quelli che creano i problemi.

Grant avenue a San Francisco, maggio 2015 (Anthony Thornton)

Vivo a San Francisco da quarantaquattro anni, mi sposto prevalentemente a piedi e non sono mai stata minacciata da una persona senza dimora. Una maggioranza piuttosto vistosa di queste persone ha problemi mentali o fa abuso di sostanze, ma molte hanno un lavoro, sono genitori, pensionati, studenti (compresi 2.370 bambini iscritti alle scuole pubbliche di San Francisco nel 2022). La malattia e la dipendenza sono spesso le conseguenze, più che le cause, della precarietà, dell’umiliazione e dello stress di non avere una casa. Gli alloggi a prezzi di mercato sono fuori dalla portata di tantissimi, anche di chi lavora, e questo rende sempre più difficile trovare manodopera a buon mercato per negozi, ristoranti e attività. Anche qui, San Francisco è una versione estremizzata di un problema comune a molte aree urbane ad alto reddito.

Forse la presenza dei senzatetto, unita all’offerta e all’ideologia tecnologica, ha incoraggiato le persone a restare in casa, a non avventurarsi negli spazi pubblici o a farlo con riluttanza. Con la proliferazione dei servizi di consegna a domicilio, è sempre più comune farsi portare i pasti a casa invece di uscire per andare al ristorante. “L’economia dello sfruttamento è dannosa e disumanizzante per i consumatori come lo è per i lavoratori”, scriveva nel 2016 Andrew Callaway, un rider di San Francisco. “Ormai non si guardano nemmeno più in faccia le persone che ci fanno le pulizie in casa. Molta gente mi chiede di lasciarle il pranzo o la cena davanti alla porta. I clienti imparano ad amare le applicazioni che rendono anonimo il lavoratore”.

Producendo questi picchi estremi di ricchezza, la tecnologia sta creando una sorta di sistema feudale, con una manciata di potenti che non rispondono a nessuno. C’è Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, che ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari e ora soffia sulla disinformazione e l’odio, offrendo una piattaforma agli estremisti di destra, ai razzisti e ai complottisti, oltre a usare i suoi satelliti Starlink prima a favore e poi contro l’esercito ucraino nel conflitto con la Russia. “Ci sono pochi precedenti di un imprenditore che diventa arbitro di una guerra tra nazioni”, ha scritto Ronan Farrow sul New Yorker, “o paragonabile al livello di dipendenza che oggi lega gli Stati Uniti a Musk in una varietà di campi, dal futuro dell’energia e dei trasporti all’esplorazione dello spazio”. Farrow aggiunge che secondo chi conosce Musk, il suo uso della chetamina “è degenerato negli ultimi anni e la droga, unita all’isolamento e a un rapporto sempre più conflittuale con la stampa, potrebbe aver accentuato la sua tendenza a fare dichiarazioni e a prendere decisioni caotiche e impulsive”.

Poi c’è Mark Zuckerberg, che ha chiuso gli occhi di fronte alle responsabilità di Facebook nella manipolazione dei processi elettorali e nel genocidio in Birmania, e al ruolo di Instagram nella crisi di salute mentale degli adolescenti. C’è Peter Thiel, fondatore di PayPal, che ha speso dieci milioni di dollari nella causa legale che nel 2016 ha fatto fallire il sito di gossip Gawker, responsabile di aver rivelato la sua omosessualità. Si potrebbe pensare che Thiel abbia a cuore il tema della privacy. Peccato che sia anche il fondatore della Palantir, un’azienda che sorveglia gli immigrati per conto del dipartimento della sicurezza interna e che, secondo la rivista online The Intercept, “ha contribuito ad accelerare l’espansione della rete globale di spionaggio dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa)”.

O la democrazia o i miliardari

Mentre Musk sogna viaggi nello spazio e colonie su altri pianeti, Thiel sogna l’immortalità. Molti miliardari del settore tecnologico credono di non dover essere limitati dalle leggi nazionali o della biologia, e vogliono continuare impunemente a consumare una quantità esagerata delle risorse del mondo a tempo indeterminato. “Sono contro le tasse, i collettivi totalitari e l’ideologia dell’inevitabilità della morte per tutti gli individui”, scriveva Thiel nel 2009 su un giornale online di orientamento libertario. “Non credo che libertà e democrazia siano compatibili”. Tra le due, non ha scelto la democrazia. Non si può essere allo stesso tempo a favore della democrazia e dei miliardari, perché la democrazia richiede pari opportunità, mentre la ricchezza estrema offre vantaggi inimmaginabili a fronte di responsabilità praticamente nulle. Da tempo sono convinta che la democrazia dipenda dalla coesistenza con gli estranei e con le persone diverse da noi. Internet ha spinto le persone a ritirarsi dalle comunità variegate e dalle esperienze condivise e a rintanarsi in gruppi omogenei che spesso istigano a odiare chi sta fuori dalla loro cerchia, incoraggiando l’anonimato.

A volte è la disconnessione il modello d’impresa, come per Airbnb, un’azienda nata proprio a San Francisco, che ha rovinato i quartieri di tutto il mondo, dalle grandi città alle comunità rurali, trasformando gli alloggi a lungo termine, che favorivano radicamento e relazioni, in affitti brevi, spesso con l’effetto di far impennare i prezzi. Una mia amica che vive a Joshua Tree, comunità semirurale nel deserto a est di Los Angeles, si è ritrovata circondata da inquilini temporanei e non ha più dei vicini nel senso tradizionale della parola.

Le città più pericolose
Crimini violenti ogni centomila abitanti in alcune città statunitensi, nel 2021 (Fonte: san francisco examiner)

I grandi imprenditori tecnologici amano le scuole private, i jet privati, i mega-yacht e le isole private, aspirano a una vita segregata e protetta. Ma si arricchiscono grazie a innovazioni che, mentre favoriscono il ritiro dalla società, mirano a raccogliere più informazioni possibili sulle nostre vite. La conseguenza è che siamo sempre più isolati, ma abbiamo anche sempre meno riservatezza. Non ho mai incontrato nessuno di questi miliardari, ma per necessità uso le loro piattaforme e mi muovo tra i loro dipendenti. Vivo in una città e, in un certa misura, in un mondo che sono stati radicalmente rimodellati dai loro desideri e ideali, che non sono i miei desideri e i miei ideali.

Quando uso i contanti per comprare qualcosa in un negozio, a volte dico scherzando al cassiere che ormai le banconote e le monete sono più segrete delle criptovalute. Quando pago il pedaggio su un ponte, uso un parcometro (che mi chiede di inserire il numero della targa e di pagare con la carta), ordino un caffè, sto riempiendo un registro delle mie attività. A meno di non modificare le impostazioni, lo smartphone tiene traccia dei nostri spostamenti per conto di Google o della Apple. Google e la Meta (la casa madre di Facebook e Instagram) raccolgono e monetizzano tutti i dati su cui mettono le mani, e anche se è possibile cambiare le opzioni per sottrarsi almeno in parte alla loro sorveglianza, l’impostazione di default della internet commerciale è la cattura e la mercificazione della nostra vita.

I software per il riconoscimento facciale e la raccolta del dna stanno mettendo a rischio altri tipi di privacy. La Cina ha dimostrato che le nuove tecnologie possono creare uno stato di sorveglianza che si pensava inimmaginabile. Allo stesso tempo, le criptovalute vengono promosse e incoraggiate come un mezzo per sfuggire a qualsiasi controllo dei governi sulle transazioni finanziarie, una moneta usata senza nessuna regolamentazione e nessuna misura di sicurezza. Qualcuno ci si è arricchito, altri hanno perso i risparmi di una vita. Truffe e liti in tribunale abbondano.

La città impossibile

I miliardari della Silicon valley non hanno mai amato davvero San Francisco, almeno non come un luogo di diversità e libera circolazione. E non hanno mai ammesso di essere tra i principali responsabili dei drammatici squilibri economici della città. Alcuni di loro hanno deciso di costruire una nuova città alla periferia nordorientale dell’area della Baia. La Flannery Associates – un consorzio di miliardari che comprende Laurene Powell Jobs (la vedova di Steve Jobs), Reid Hoffman (uno dei fondatori di LinkedIn) e gli investitori Marc Andreessen e Michael Moritz – ha comprato segretamente ventimila ettari di terreni agricoli nella contea di Solano per circa 800 milioni di dollari (per fare un paragone, San Francisco ha un’estensione di circa dodicimila ettari).

John Garamendi, il deputato che rappresenta quella zona al congresso, ha detto che “la Flannery Associates sta agendo in segreto, e usa la prepotenza e metodi malavitosi per costringere gli agricoltori a vendere”. Nell’agosto 2023 il gruppo ha scoperto le carte e ha inviato ai residenti un sondaggio in cui annunciava l’intenzione di costruire “una nuova città con decine di migliaia di nuove case, una grande centrale a energia solare, frutteti con più di un milione di nuovi alberi e più di quattromila ettari di nuovi parchi e spazi all’aperto”. Nel suo sito, il consorzio non dà risposte concrete alle domande sull’impatto ambientale del progetto, sull’amministrazione di una nuova città fondata e (presumibilmente) di proprietà di una élite e sui servizi pubblici di cui dovrà usufruire. Si è limitato a pubblicare delle foto dai toni pastello di bambini senza volto che giocano su strade alberate, tra pittoresche case a schiera e adulti con la pelle chiara o scura, che vanno in bicicletta o siedono in una piazza.

Affitti proibitivi
Prezzo medio degli affitti in alcune aree metropolitane statunitensi, migliaia di dollari (Fonte: san francisco examiner)

È abbastanza improbabile che qualche socio della Flannery Associates sia disposto a vivere in una di queste case a schiera o a mandare i figli a giocare per strada o a sedersi sul treno vicino alla signora nera nella foto. Nel 2022 Andreessen e la moglie si sono scagliati contro la proposta di costruire alloggi multifamiliari ad Atherton, la loro elegante città natale lungo la penisola (reddito medio annuo: 539mila dollari; prezzo mediano di una casa: 7,9 milioni di dollari). In un’email all’amministrazione municipale hanno scritto: “Questi progetti urbanistici abbasseranno drasticamente il valore delle nostre case, la qualità della nostra vita e di quella dei nostri vicini e faranno aumentare l’inquinamento acustico e il traffico”.

In un certo senso, i ricchi non vivono da nessuna parte: sono nomadi che vagano tra residenze multiple. Andreessen è il proprietario di un complesso da 177 milioni di dollari a Malibù; lì Jobs ha tre ville, a cui si aggiungono due case a San Francisco e a Palo Alto, un rifugio in campagna a Los Altos Hills, vicino a San Jose, un centro equestre in Florida, una casa di 1.400 metri quadrati a Woodside e parte del Kona Village, un resort alle Hawaii.

L’opposizione della comunità locale al progetto della Flannery Associates è stata feroce, e l’amministrazione della contea ha annunciato che non rilascerà le concessioni per la conversione dei terreni agricoli in zone edificabili. Non so se questi miliardari sanno cos’è una città; so solo che hanno messo le mani su San Francisco, che è la mia casa dal 1980, e che hanno sfruttato la loro ricchezza per renderla sempre meno varia e accessibile, demonizzando i poveri, trasformando i politici nei loro burattini e spingendola politicamente a destra. Hanno prodotto una distopia su vari livelli, restando convinti di portare tutti verso una magnifica utopia per la quale dovremmo essergli grati.

Un tempo ero orgogliosa di abitare a San Francisco. Lo consideravo un posto di liberazione e protezione. Il movimento ambientalista è nato qui; eravamo la terra della poesia sperimentale e dei cortei contro la guerra, di Harvey Milk e dei diritti dei gay, dell’occupazione dell’isola di Alcatraz che ha galvanizzato il movimento nazionale per i diritti dei nativi, ma anche il movimento dei braccianti di César Chávez e delle Pantere nere a Oakland. Eravamo l’avanguardia di sinistra degli Stati Uniti, un antidoto alla loro brutalità e al loro conformismo, un rifugio per i dissidenti e i disadattati e un laboratorio per le nuove idee. Siamo ancora quel laboratorio, ma non siamo più un’avanguardia. Siamo un centro globale di potere, e quello che esce da qui – a partire da una nuova superélite – modella il mondo in forme sempre più inquietanti. ◆ fas

Rebecca Solnit è una scrittrice e saggista statunitense. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie 2021).

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Questo articolo è uscito sul numero 1563 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati