Alla fine è arrivato il momento di Robert Mueller. Il 22 marzo il procuratore speciale incaricato di indagare sui rapporti tra il comitato elettorale di Donald Trump e il governo russo durante le elezioni statunitensi del 2016, ha consegnato il suo rapporto al ministro della giustizia William Barr. Il 23 marzo Barr ha presentato al congresso le sue conclusioni sul rapporto. Anche se non abbiamo potuto leggere l’intero documento, le informazioni emerse finora sono positive per Trump. Nella sua sintesi di quattro pagine, Barr sostiene che Mueller “non ha riscontrato, da parte dei vertici della campagna elettorale di Trump o di chiunque vi abbia partecipato, nessuna cospirazione o collaborazione con la Russia nel tentativo di influenzare le elezioni presidenziali del 2016”. I conservatori hanno immediatamente esultato, e lo stesso ha fatto Trump, che su Twitter ha dichiarato di essere stato scagionato dal rapporto.

Per mesi la sinistra e tutti gli oppositori di Trump hanno sperato in una conclusione clamorosa dell’indagine di Mueller. A questo punto sembra evidente che avevano riposto troppe aspettative nel lavoro del procuratore speciale, dimenticando che il cammino verso la giustizia è spesso tortuoso. I limiti dell’indagine erano chiari fin dall’inizio, ma questo non ha impedito a molti di dare libero sfogo all’immaginazione.

Magliette, candele, cartelli, attacchi su Twitter: tutti segnali che, a posteriori, sono chiari sintomi di un fervore civico-religioso. Si diceva che le regole avrebbero prevalso, che dovevano prevalere. Mueller avrebbe fornito al congresso gli strumenti per liberarci da Trump e mettere fine al nostro incubo nazionale.

Ma è sempre stata un’illusione, che dipendeva dai capricci di un ministro della giustizia nominato da Trump. Forse un giorno scopriremo che Barr è venuto meno alle sue responsabilità, liquidando le prove che dimostrano che Trump ha ostacolato la giustizia. Ma anche se il dipartimento di giustizia avesse deciso di chiedere delle incriminazioni sulla base del rapporto di Mueller, resterebbero comunque i problemi politici che quest’amministrazione non è nella posizione di risolvere. Nuove accuse avrebbero potuto mettere a rischio la rielezione di Trump, ma di sicuro non avrebbero spazzato via il nazionalismo bianco che lo ha portato alla presidenza. Il governo russo non ha inoculato il razzismo e lo sciovinismo nel cuore degli statunitensi.

Cambiamento dal basso

La decisione di Barr non cambia i fatti che sono alla base della situazione che vivono gli Stati Uniti, né cancella gli argomenti a sostegno della messa in stato d’accusa del presidente. Il lavoro di Mueller ha prodotto rinvii a giudizio che hanno evidenziato una corruzione profonda ai più alti livelli del potere. Sapevamo già che molto probabilmente Trump è colpevole di frode fiscale. Sapevamo che la corruzione è entrata nella cerchia di collaboratori stretti del presidente. Soprattutto, sapevamo che Trump è un estremista il cui temperamento, ostile verso i poveri e verso gli immigrati, lo rende inadatto a governare. L’indagine di Mueller non si è occupata di questi aspetti. L’Fbi non è mai stata nella posizione di salvare gli statunitensi dalla minaccia che Trump rappresenta per le loro libertà.

Anche se il rapporto avesse allontanato Trump dalla Casa Bianca, le forze che ce lo hanno portato resterebbero intatte. Gli Stati Uniti rimarrebbero ingiusti e violenti, minati da una disuguaglianza che le nostre regole non sono riuscite a evitare, e anzi hanno rafforzato. Il cambiamento non verrà dalla penna di Robert Mueller, ma attraverso un movimento di massa e il processo elettorale. Aspettare un salvatore non serve a niente. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati