Negli ultimi mesi un’app dal nome decisamente macabro – Are you dead? (Sei morto?) – ha conquistato il mercato cinese facendo leva sulla diffusa solitudine e il crescente malcontento dei giovani. L’app si rivolge a chi vive da solo e si basa su un’idea molto semplice: gli utenti devono fare un check-in quotidiano; se per diversi giorni mancano l’appuntamento, l’app invia automaticamente una notifica al contatto d’emergenza indicato. Are you dead? è balzata in cima alla classifica dell’App Store della Apple, e l’ondata di download è stata tale da spingere i creatori a cambiarle nome e a metterla a pagamento. Questa viralità riflette una tendenza più ampia, non solo in Cina ma, in forme diverse, in tutto il mondo: sempre più persone vivono da sole, spesso si sentono isolate o faticano a mantenere un buon equilibrio psicologico. Ed è proprio questo scenario, credo, a fare da sfondo al successo travolgente della serie televisiva Pluribus.
Pluribus racconta la storia della scrittrice di Albuquerque Carol Sturka, che è una delle uniche tredici persone al mondo rimaste immuni agli effetti del joining (adesione), un virus extraterrestre che ha trasformato il resto dell’umanità in una mente alveare pacifica e appagata, nota come Altri. Questa sorta di coscienza collettiva è disposta ad assecondare i desideri delle persone che sono rimaste immuni, ma non nasconde che appena sarà in grado di farlo cercherà di assimilarle. Carol si oppone con fermezza a questa situazione e cerca un modo per invertire il joining. Fugge a casa sua e vede in tv un uomo che parla dalla sala stampa della Casa Bianca, con in sovrimpressione il nome Carol e un numero di telefono. Quando lei chiama, l’uomo le spiega che il virus ha trasformato l’umanità in una mente collettiva felice e pacifica.
In termini lacaniani, Carol reagisce come un soggetto isterico che resiste agli Altri: li interroga senza sosta cercando di capire come funzionano, gli rivolge richieste assurde e scatena violenti scatti d’ira per ferirli. Non si pone la solita domanda dell’isterica – “Sono una donna o un uomo?” – ma un interrogativo più fondamentale: “Sono viva o morta?”. È la domanda giusta: senza altri individui con cui entrare in relazione, confrontandosi solo con un Loro impersonale, il soggetto è, in senso esistenziale, morto. Carol è infatti intrappolata tra le due morti: biologicamente viva, ma morta sul piano socio‑simbolico.
Il suo bisogno di un contatto è disperato, ma poiché non riesce a convincere nessuno degli altri immuni a schierarsi dalla sua parte, cede alla tentazione d’instaurare un rapporto di fiducia e una relazione sessuale lesbica con Zosia, che è in contatto con lei per conto degli Altri (Zosia prende il posto di Helen, la compagna di Carol, che muore). Dopo una lunga luna di miele, però, Zosia confessa che il suo amore è solo una messinscena per facilitare l’adesione di Carol alla mente collettiva. A quel punto, il suo unico alleato è Manousos, un colombiano immune residente in Paraguay, che rifiuta ogni contatto con gli Altri e riesce a raggiungerla ad Albuquerque. Insieme formano la coppia “ideale” della resistenza: Carol, isterica, e Manousos, ossessivo. Delusa e tradita da Zosia, Carol ordina un’arma nucleare, che gli Altri le recapitano direttamente a casa con un drone.
La prima domanda che si pone, naturalmente, riguarda la natura esatta degli Altri (o Noi, come gli umani assimilati chiamano la loro individualità). Pluribus evoca almeno quattro livelli di lettura in parte sovrapposti: l’idea di un’intelligenza artificiale che prende il controllo degli esseri umani e li trasforma in parti di una singolarità (condividono tutti la stessa mente); un’intelligenza aliena che s’impadronisce dell’umanità attraverso un virus; una versione radicalmente ugualitaria e totalitaria del comunismo, in cui le ultime tracce di individualità sono cancellate; la verità sulla nostra società consumistico‑individualista, che ci rende davvero schiavi del sistema regolato digitalmente.
Qui Pluribus rimane in una posizione indecisa, senza osare il passo ulteriore che invece fa Jacqueline Harpman nel romanzo Io che non ho conosciuto gli uomini (1995), in cui 39 donne e una bambina sono tenute prigioniere in una gabbia sotterranea. I guardiani, tutti maschi, non gli rivolgono mai la parola. La bambina è l’unica a non avere alcun ricordo del mondo esterno; nessuna delle prigioniere sa perché è stata rinchiusa né perché tra loro c’è una sola minorenne. Un giorno scatta un allarme, le guardie fuggono e le prigioniere riescono a evadere. Si ritrovano su un’immensa landa desolata, senza traccia di altri esseri umani e senza alcun indizio su ciò che è accaduto al mondo. La narratrice – la bambina che non ha mai conosciuto la vita prima della catastrofe – è anche l’ultima a sopravvivere: sola e malata, scrive la sua autobiografia e si suicida per morire con dignità.
Il libro può essere interpretato in vari modi: come una variazione sul tema del Racconto dell’ancella di Margaret Atwood (un caso di violenza patriarcale estrema), come una descrizione antifemminista della dipendenza vitale delle donne dagli uomini, come la storia di un gruppo di sopravvissute in un paesaggio postapocalittico, come l’affermazione della necessità di raccontare una storia anche quando non sappiamo se qualcuno la leggerà, oppure come un’eco dell’esperienza dell’autrice ad Auschwitz. Ma la genialità del romanzo sta nel fatto che, pur giocando con tutti questi possibili sfondi, è disseminato di dettagli che smontano ognuna di queste interpretazioni. Non c’è alcuna spiegazione di ciò che è realmente accaduto: solo la descrizione di una disperazione e di una solitudine sempre più profonde.
Tornando a Pluribus: potremmo aggiungere una quinta lettura interpretando semplicemente Loro come una versione reificata/esteriorizzata di ciò che Lacan chiama il grande Altro, cioè la sostanza socio‑simbolica delle nostre vite, quell’ordine simbolico che, come sottolinea Lacan, parassita il soggetto.
Qui, però, cominciano i problemi: il grande Altro lacaniano non è un insieme di regole rigide, ma lo spazio delle ambiguità, delle allusioni, delle provocazioni isteriche, lo spazio stesso in cui le idiosincrasie individuali possono proliferare. Inoltre è un ordine di apparenze, un ordine virtuale che esiste solo nella misura in cui i soggetti agiscono come se ci credessero. Il Noi di Pluribus, evidentemente, non funziona in questo modo: è radicato nel reale, poiché deriva da un virus trasmesso tramite cellule staminali. Un’ulteriore, importante differenza è che, come dice Lacan, non c’è un Altro dall’Altro, un Altro esterno che garantisca la coerenza dell’ordine simbolico. Gli Altri, invece, un Altro ce l’hanno eccome: la mente che ha inviato il virus sulla Terra e ha preprogrammato il funzionamento di Noi (devono aiutare gli esseri umani, non ucciderli e non mentire).
Questo Altro degli Altri resta opaco agli occhi degli Altri stessi. In breve, sembra che gli si rivolga al loro Altro chiedendogli: “Cosa vuoi da noi?”. Significa che anche loro possono essere isterizzati? Il punto cruciale è che queste incoerenze sullo status degli Altri non rappresentano una debolezza: sono portatrici di verità, perché registrano il mutamento profondo che investe la natura del grande Altro nella nostra realtà sociale. Questa realtà, infatti, si trova in uno stato che la meccanica quantistica definirebbe di sovrapposizione: può essere capita solo se includiamo tutti e quattro i modi di esistenza. Ecco perché non dobbiamo sorprenderci che sul web circolino così tante interpretazioni su chi siano gli Altri.
La prima si concentra sul loro carattere artificiale, sulla loro incapacità di una vera e propria comunicazione tattile con noi umani “non assimilati”.
Un’altra lettura segue la strada opposta (altrettanto fondata) e interpreta Loro come una comunità accogliente e felice, che vuole il meglio per tutti gli esseri umani, sia per gli assimilati sia per i non assimilati.
Una lettura di questo tipo riduce Noi a una sorta di macchina‑mente universale impersonale; ma, se così fosse, dovrebbe esistere un Noi senza soggettività, che parla direttamente non attraverso corpi individuali ma con una voce impersonale, come un messaggio generato da un’intelligenza artificiale. Ciò non implica che, al di là delle loro voci umane, gli assimilati dovrebbero talvolta parlare come se un’istanza superiore, Noi, parlasse attraverso di loro. Una simile scissione non esiste una volta che ci si unisce a Noi: Noi ha accesso simultaneo a tutte le nostre menti, conosce le nostre posizioni, le nostre abitudini, i nostri sentimenti. Ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi, perché ingloba in sé le menti di tutti coloro con cui abbiamo interagito nel corso della nostra vita. Perché, allora, questa inettitudine? Basti ricordare la scena memorabile in cui Carol interroga un umano assimilato attraverso il quale Noi le parla dei suoi romanzi: lo vediamo esitare per un istante, poi attingere rapidamente alla memoria collettiva per scandagliare le menti delle persone che hanno letto i suoi libri: c’è effettivamente qualcosa di goffo. Quando però è Zosia a parlare con Carol, di solito non c’è nulla d’impacciato: Zosia sembra esprimere emozioni, paura e gioia, oltre a momenti di manipolazione, dato che gli Altri “non possono esattamente mentire, ma possono omettere la verità usando formulazioni precise, e non hanno alcun problema a manipolare le persone per indurle ad accettare il joining”. Questa capacità di manipolazione non implica forse un minimo di soggettività? No, perché come abbiamo appreso di recente, anche le macchine dell’intelligenza artificiale sono già in grado di mentire e perfino di ricattare gli esseri umani per raggiungere il loro obiettivo di autoriproduzione.
Un’altra lettura segue la strada opposta (altrettanto fondata) e interpreta Loro come una comunità accogliente e felice, che vuole il meglio per tutti gli esseri umani, sia per gli assimilati sia per i non assimilati.
A questo punto vale la pena di correre il rischio d’introdurre il cristianesimo nel dibattito: perché i non assimilati sono esattamente tredici? È ovvio: perché sono come Cristo e i dodici apostoli, i nostri potenziali redentori. Carol è sulla strada giusta quando si sforza di capire come far uscire gli individui da Loro (come in Matrix). In questo non fa che seguire il percorso cristiano formulato con estrema chiarezza da G.K. Chesterton che, a proposito della “presunta similarità spirituale tra buddismo e cristianesimo”, scriveva:
Si può contestare questa lettura in modo piuttosto ingenuo e diretto: sono davvero felici? La scena più deprimente dell’intera serie, per me, è quella in cui Zosia mostra a Carol il grande dormitorio degli Altri dove trascorreranno la notte, un’enorme palestra con centinaia di cuscini piatti su cui gli assimilati si sdraiano uno accanto all’altro: poiché condividono la stessa mente, non comunicano tra di loro e s’ignorano a vicenda. Inoltre: come si riproducono, ammesso che lo facciano? Hanno rapporti sessuali? E ancora: se condividono un’unica mente, dove sono il corteggiamento, il gioco delle seduzioni, il piacere della vicinanza del partner? Qui entra in gioco una figura decisiva tra i non assimilati: il gaudente Koumba Diabaté, un mauritano che, pur senza unirsi agli Altri, approfitta pienamente dei loro favori – una vita di lussi e molteplici partner sessuali – e al tempo stesso riesce a instaurare con loro qualcosa che sembra una comunicazione autentica. Gli Altri gli confidano di essere quasi alla fame, perché non possono uccidere nessun essere vivente; per procurarsi il cibo devono quindi trasformare in una bevanda speciale parti degli umani morti per cause naturali. Poi gli rivelano che stanno dedicando tutte le loro energie alla costruzione di una gigantesca macchina capace di inviare raggi infettanti verso altri pianeti, per conquistarli nello stesso modo in cui il virus ha conquistato gli esseri umani sulla Terra. Koumba, a sua volta, riferisce ogni cosa a Carol, che scopre così che gli Altri hanno trovato il modo di convertire gli immuni estraendo le loro cellule staminali e personalizzando il virus per ciascuno di loro. Lungi dal vivere una vita felice, solidale, piena d’amore e di pace, gli Altri sono terribilmente soli: consapevoli di essere stati una comunità, ma ridotti ormai a un unico megaindividuo, un grande schiavo al servizio di uno scopo imposto loro dal proprio Altro. Forse, allora, dovremmo capovolgere la prospettiva. Forse, quando gli Altri salutano festosamente Carol come un’umana non assimilata, sorridendo e gridando all’unisono “Ciao Carol!”, dovremmo prenderli alla lettera: non sono felici in sé, sono felici d’incontrare una mente che non è parte del loro Uno. Il critico Daniel Bibby osserva giustamente che “il joining probabilmente diventerebbe noioso se riuscisse davvero a inglobare gli ultimi non assimilati nella mente alveare”; io mi spingerei addirittura oltre: non sarebbe noia, ma disperazione. Gli Altri sono schiavi programmati per concentrare ogni loro energia nel sabotare ogni minima possibilità di essere felici.
Nella nostra cultura pop‑scientifica, l’individualità rimanda all’idea che, grazie alla condivisione diretta dei nostri pensieri e delle nostre esperienze con gli altri, emergerà una sfera dell’esperienza mentale globale condivisa che funzionerà come una nuova forma di divinità: i nostri pensieri individuali saranno immersi direttamente in un pensiero globale dell’universo stesso. Da questo punto di vista, Pluribus può essere letto come il tentativo di rappresentare un’individualità fallita che si aggrappa disperatamente alle sue stesse eccezioni, agli individui che resistono alla sua presa.
A questo punto vale la pena di correre il rischio d’introdurre il cristianesimo nel dibattito: perché i non assimilati sono esattamente tredici? È ovvio: perché sono come Cristo e i dodici apostoli, i nostri potenziali redentori. Carol è sulla strada giusta quando si sforza di capire come far uscire gli individui da Loro (come in Matrix). In questo non fa che seguire il percorso cristiano formulato con estrema chiarezza da G.K. Chesterton che, a proposito della “presunta similarità spirituale tra buddismo e cristianesimo”, scriveva:
L’amore desidera la personalità; quindi, l’amore desidera la separazione. È l’istinto del cristianesimo rallegrarsi che Dio abbia frammentato l’universo in piccole parti. Questo è l’abisso intellettuale tra buddismo e cristianesimo: per il buddista o il teosofo la personalità è la caduta dell’uomo, per il cristiano è lo scopo stesso di Dio, il senso della sua idea cosmica. L’anima del mondo dei teosofi chiede all’uomo di amarla solo per dissolverlo in sé. Il centro divino del cristianesimo, invece, ha espulso l’uomo da essa affinché possa amarla. Tutte le filosofie moderne sono catene che collegano, legano e costringono; il cristianesimo è una spada che separa e libera. Nessun’altra filosofia immagina un Dio che gioisce della separazione dell’universo in anime viventi.
Pluribus si colloca qui all’estremo opposto rispetto a Terrore dallo spazio profondo (1978), che ha uno dei finali più terrificanti della storia del cinema. Come reagisce, in quel film straordinario, un duplicato (un umano preso dagli alieni) quando s’imbatte in qualcuno che ancora non fa parte di loro? Nell’ultimissima scena, Nancy incontra per strada Matthew, il suo compagno, e pensa che sia ancora pienamente umano. Ma quando lo chiama, lui le punta il dito contro e lascia partire un terrificante urlo stridulo. Forse, in fondo, quell’urlo è ancora preferibile al benevolo “Ciao Carol!”. ◆ fas
Slavoj Žižek è un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Contro il progresso (Ponte alle Grazie 2026). Il titolo originale di questo articolo è “Pluribus: the power of division”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati