L’economista Erik Brynjolfsson ha raccolto le firme di migliaia di colleghi a sostegno di un appello dal titolo impegnativo: “Dobbiamo agire ora. Una dichiarazione sulla trasformazione dell’economia dovuta all’intelligenza artificiale”. Sono poche righe, a dimostrazione che l’unico modo per stabilire una base di consenso sull’argomento è fare affermazioni generiche: l’ia diventerà più potente nei prossimi dieci anni, produrrà trasformazioni paragonabili a quelle della rivoluzione industriale. Poi il cuore dell’appello: “Economisti, politici e leader tecnologici devono agire subito per capire l’economia dell’ia e costruire gli incentivi, i vincoli e le istituzioni necessari a orientarla in una direzione che integri il lavoro umano e produca benefici per la società”. Il problema è che non si trovano due economisti che siano d’accordo su come farlo. Vietare la pubblicazione di modelli più potenti? Rendere lo stato azionista delle aziende di ia? Favorire più concorrenza? Forse servirebbero tutte queste cose, o molte altre. Ma non sarà l’élite del settore a decidere. Sarà la democrazia, come si comincia a intuire con le proteste contro i data center, con gli scontri tra Unione europea e Stati Uniti sulle regole digitali. Quest’appello avrà lo stesso esito di uno analogo del 2023: nessuno. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati