Quest’anno il premio Nobel per l’economia è andato a Robert Hall e Michael Woodford per il loro lavoro sulle fondamenta microeconomiche di modelli macroeconomici. Hall è un professore dell’università di Stanford, Woodford della Columbia university, ma la maggior parte dei vincitori passati viene dal Massachusetts institute of technology, da Harvard e dall’università di Chicago. Il Nobel di solito lo vince chi ha già una carriera accademica, ottenuta grazie alle proprie ricerche. Se uno studio non è abbastanza buono da garantire un posto in una delle università d’élite, non sarà mai da Nobel. Quindi il premio a che serve? Non certo a sostenere giovani emergenti (Hall ha 83 anni, Woodford 71). Tra gli economisti un Nobel cambia poco, mentre garantisce grande autorevolezza presso il grande pubblico, che spesso non conosce le ricerche che hanno motivato il premio. Il Nobel trasforma specialisti autorevoli a fine carriera in opinionisti per conferenze, giornali e tv. E diffonde l’idea che l’economia sia una scienza dura, che permette scoperte di verità definitive. Invece resta una scienza sociale che propone modelli e teorie frutto del tempo in cui sono stati prodotti. Verità provvisorie che i giovani sono chiamati a rimettere in discussione. Il Nobel ostacola la continua riscrittura delle certezze. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati