Tra tutti i possibili scenari, era uno dei peggiori. Dicembre 2021: l’aumento delle tensioni tra le fazioni rivali dell’ovest e dell’est della Libia ostacola l’organizzazione delle elezioni. Gli osservatori stranieri temono che le presidenziali, previste il 24 dicembre 2021, siano cancellate. Il voto è effettivamente rinviato con un preavviso di appena 48 ore, e per il paese nasce un nuovo problema. Il mandato del primo ministro del governo di unità nazionale Abdul Hamid Dbaibah, in carica da marzo 2021, è in scadenza perché è legato alle elezioni. Si apre un dibattito sulla formazione di un nuovo esecutivo. Dbaibah non sembra intenzionato a lasciare l’incarico, ma la camera dei rappresentanti di Tobruk (l’assemblea legislativa eletta nel 2014, che ha a lungo sostenuto un governo parallelo a quello di Tripoli) elabora in autonomia un piano per instaurare un nuovo governo di transizione. A questo punto ci sono tutti gli ingredienti per far tornare la Libia alla situazione del 2014-2016, quando nel paese c’erano due governi.

Detto fatto. Dal 10 febbraio in Libia si è riaperta una crisi istituzionale. Quel giorno, nonostante le obiezioni, il parlamento di Tobruk ha scelto Fathi Bashagha per sostituire l’attuale capo del governo con sede a Tripoli. Si consuma così il divorzio tra i due primi ministri, entrambi originari della città di Misurata, in Tripolitania. Il primo, il miliardario Abdul Hamid Dbaibah, gode della legittimazione internazionale e può contare sui finanziamenti della banca centrale. Il secondo, ex ministro dell’interno, è sostenuto da Khalifa Haftar, il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl), e dall’assemblea legislativa dell’est, presieduta da Aguila Saleh. Sia Dbaibah sia Bashagha hanno il sostegno di alcune milizie dell’ovest del paese, ma nessuno “dei gruppi armati di Tripoli è disposto a combattere per l’uno o per l’altro”, afferma Wolfram Lacher, ricercatore dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza (Swp).

Subito dopo il voto, Bashagha è atterrato all’aeroporto internazionale di Mitiga, vicino a Tripoli, per tenere una conferenza stampa in cui ha ringraziato Dbaibah per il suo lavoro. Tuttavia, osserva Anas el Gomati, direttore del centro studi Sadeq institute, “non ha parlato del governo di unità nazionale né del fatto di non avere un ufficio a Tripoli dove lavorare come primo ministro né un esecutivo”.

Fathi Bashagha ha due settimane per formare un governo, che dovrà essere approvato dall’assemblea di Tobruk. “I suoi futuri appoggi dipenderanno dalla scelta dei ministri”, dice Lacher. “A meno che Dbaibah non perda tutto il sostegno che ha ora, si potrebbe arrivare a uno scisma istituzionale”. A quel punto Bashagha potrebbe scegliere di far insediare il suo governo fuori della capitale, per esempio a Sirte.

Nessun asso nella manica

Dbaibah aveva dichiarato più volte che avrebbe ceduto il potere solo al vincitore delle elezioni. “Non accetterò nessuna nuova fase di transizione o autorità parallela”, aveva detto in un discorso trasmesso in tv l’8 febbraio. Le sue pretese potrebbero avere un fondamento giuridico, osserva El Gomati: “Per Dbaibah solo il presidente, Mohammed al Menfi, ha la prerogativa di nominare un nuovo primo ministro”.

Nonostante la legittimità garantita dall’Onu, Tripoli non ha più molte carte da giocare. Sempre il 10 febbraio Dbaibah è stato vittima di un tentato omicidio. Allo stesso tempo la sua popolarità è in calo rispetto a qualche mese fa. Pesa il fallimento del processo elettorale, e la sua decisione di candidarsi alla presidenza nonostante avesse promesso di non farlo. A questo si è aggiunto uno scandalo in cui è coinvolto, di falsi diplomi universitari.

Secondo alcuni osservatori il voto dell’assemblea di Tobruk è frutto di un accordo tra Bashagha, da un lato, e Haftar e Saleh dall’altro. L’ex ministro era rimasto il solo candidato, dopo che “l’unico avversario, Khaled el Baibas, si era ritirato per motivi misteriosi poche ore prima della votazione”, fa notare El Gomati. All’inizio della seduta il parlamento ha anche prolungato di quattordici mesi il suo mandato, scaduto a fine dicembre. “Perché i rappresentanti libici hanno deciso di istituire un governo parallelo senza risorse finanziarie? Volevano semplicemente prolungarsi il mandato”.

Le armi tacciono

Per il momento, dal punto di vista della sicurezza, la situazione sembra sotto controllo. “Non ci sono segni di mobilitazione militare: entrambi gli schieramenti aspettano che si voti la fiducia”, spiega Claudia Gazzini, esperta dell’International crisis group. Nonostante il clima teso, le milizie di Tripoli e di Misurata non hanno reagito all’annuncio della nomina di Bashagha. “È uno dei rari momenti in cui i gruppi armati dell’ovest hanno rispettato il processo politico, anche se per molti di loro allearsi con Haftar è uno shock”, sottolinea El Gomati, ricordando l’ostilità della popolazione della Tripolitania verso l’uomo che nell’aprile 2019 aveva lanciato un’offensiva sulla capitale. Il rischio di violenze non è del tutto scongiurato, in particolare “a Tripoli, nel caso in cui Bashagha cercasse di prendere il potere con la forza”, sottolinea Lacher.

In ogni caso gli ultimi avvenimenti seppelliscono le speranze di organizzare elezioni a breve. “La Libia è tornata al punto di partenza”, si lamenta El Gomati. I cittadini contavano sulle presidenziali e sulle legislative per uscire dalle difficoltà. L’elezione democratica di un nuovo presidente avrebbe permesso di unificare le istituzioni militari ed economiche, di adottare una costituzione e affrontare il problema della presenza di migliaia di combattenti e mercenari stranieri sul territorio nazionale. “La nuova tabella di marcia del parlamento di Tobruk prevede delle elezioni, ma in un futuro lontano. E questa è una garanzia di stagnazione politica”, conclude Lacher. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1448 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati