Ci sono la neve e un refolo d’aria fredda quando arrivo all’albergo, nella cittadina termale di Shima Onsen, nella prefettura di Gunma, in Giappone. Sono confuso di fronte alla tenda di nylon verde che protegge il rotenburo (una vasca termale all’aperto) e copre in parte la vista sulla splendida vallata. Poi parlo con un cliente, che mi spiega: “L’hanno messa per impedire alle scimmie di entrare. Fare un bel bagno caldo piace anche a loro, specialmente in questa stagione”.

La cosa mi fa pensare a Dogo Onsen, un impianto termale a Matsuyama, nell’isola di Shikoku. Secondo la leggenda sorge dove un airone immerse una zampa ferita in un onsen, una sorgente termale naturale. Ma scimmie e aironi a parte, c’è qualcosa di quasi mistico nei bagni termali giapponesi. Si racconta che il monaco e asceta Kōbō Daishi, nato nel 774 e morto nel 835, per curare i malati abbia fatto sgorgare molte sorgenti termali colpendo la terra con il suo bastone magico.

Nel Giappone medievale il cosiddetto bagno devozionale non era solo un modo per lavarsi. Mentre erano immersi nell’acqua calda i fedeli pregavano Budda. Il bagno rituale, noto con il nome di saikaimokuyoku, trasformò la pulizia del corpo in una purificazione spirituale. In seguito, quando i templi furono dotati di terme pubbliche, si diffuse la pratica delle abluzioni. Nelle prime forme di scintoismo, la religione giapponese politeista e animista, i fedeli dovevano fare dei bagni rituali prima di partecipare alle celebrazioni o di entrare nelle aree sacre.

Ancora oggi, per purificare corpo e anima, i fedeli a volte sono obbligati a sedere seminudi sotto le cascate naturali, sopportando getti d’acqua molto fredda. Anche il buddismo considerò i bagni un atto religioso, oltre che un mezzo per prevenire le malattie e augurare la buona fortuna. Fu una spinta decisiva per la diffusione delle norme igieniche in tutto il Giappone.

Luoghi d’incontro

La popolarità degli onsen fu alimentata dalla diffusione dei sentō, bagni pubblici in cui l’acqua è riscaldata dalle caldaie. Questi bagni di quartiere divennero un’istituzione alla fine del cinquecento, quando furono usati come luoghi in cui rilassarsi e incontrare persone di classi sociali diverse, anche in un periodo di rigide gerarchie. Tuttavia gli onsen e i sentō sono diversi. I primi servono a purificarsi, i secondi a lavarsi. A giudicare dagli avventori delle terme pubbliche del mio quartiere, in un sentō è accettabile fare molto chiasso, strisciare i secchi sulle mattonelle o schizzare qualcuno mentre si chiacchiera ad alta voce. Un atteggiamento simile provocherebbe diverse alzate di sopracciglia negli onsen, in cui bisogna comportarsi in modo più rigoroso.

Per secoli l’idea di spogliarsi e immergersi in compagnia di perfetti sconosciuti non è mai stata messa in discussione in Giappone, anzi era un modo per superare le barriere sociali e generazionali, nonostante i limiti che esistevano in altri aspetti della vita. Per i giapponesi togliersi i vestiti e condividere l’acqua di una vasca bollente è sempre stata un’esperienza salutare e capace di unire. Ma la riservatezza e l’individualismo di oggi, insieme a un po’ di pudore, hanno ridimensionato quel senso di comunione.

La pratica un tempo diffusa del konyoku (bagni misti di uomini e donne), considerata un’innocua forma d’interazione tra i generi, oggi rischia di suscitare imbarazzi. Dove sopravvive ha spesso regole improbabili, come quella che le donne devono indossare uno yuamigi, un copricostume elasticizzato di spugna. Oggi è più probabile che chi ha problemi di salute e i pensionati benestanti si concedano lunghi soggiorni nelle tojiba, sorgenti termali le cui acque dalle proprietà minerali offrono sollievo da una serie di disturbi: nevralgia, diabete, rigidità articolare, emicrania, malattie della pelle e reumatismi. Bere acqua termale aiuta contro la stitichezza e i calcoli biliari. A quanto si dice, le sorgenti termali sono in grado di riattivare le cellule ossidate e di eliminare quelle vecchie, donando lucentezza alla pelle. Le tojiba sono luoghi in cui rilassarsi a mollo nell’acqua ricca di minerali, fino a che le dita delle mani e dei piedi si raggrinziscono.

Molti stabilimenti termali si trovano in luoghi stupendi. Anche se meno alla moda di un tempo, la città di Beppu, nel sud del Giappone, ha una certa reputazione tra le città termali del paese. Lo scrittore di viaggi Willard Price scrisse di Beppu nel suo _ Journey by junk, _un coinvolgente resoconto di un viaggio nell’isola di Kyūshū, pubblicato nel 1953. Raccontò che era “costru­ita sul tetto dell’inferno. Con un passo pesante il tuo piede potrebbe sprofondare oltre la sottile crosta terrestre e finire bollito”.

I bagni termali lasciarono Price inorridito. “Lo zolfo e il ferro fanno diventare i capelli color rosso ruggine e l’immersione prolungata raggrinzisce la pelle delle persone fino a farle sembrare lebbrosi ricoperti di rughe”, scrisse. È improbabile che i turisti di oggi si ustionino la pianta dei piedi , ma è vero che la città poggia su una superficie porosa, attraversata da molte fessure da cui escono vapori bollenti, un’enorme caldaia che rischia di scoppiare da un momento all’altro.

L’inalazione di vapori contenenti ferro, radio e cloruro di sodio, mentre ci si rilassa in nuvole di zolfo che si mescolano alle fragranze legnose di una vasca di cipresso – legno scelto per le sue qualità antimicrobiche – è un’esperienza che ha sicuramente del trascendentale. Per gli appassionati, la ricerca della sorgente termale perfetta è una missione che può durare una vita intera. Secondo alcuni è un vero e proprio percorso religioso. ◆ nv

Questo articolo è uscito sul numero 1452 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati