Due anni fa ho realizzato il sogno della mia infanzia: scrivere fumetti. Dire che è più difficile di quello che sembra non rende l’idea. Più che scrivere fumetti, gli scrittori li disegnano con le parole. Tutto si deve vedere. Ne ero consapevole quando ho cominciato a lavorarci, ma non l’ho capito davvero finché non mi ci sono trovato in mezzo. Per due anni ho vissuto nello stato immaginario di Wakanda, scrivendo l’albo Pantera nera. Quest’estate entrerò in un altro universo, quello di Capitan America. E sull’argomento ci sono molte cose da dire.

Chi non ha mai letto un fumetto di Capitan America o non ha visto i film della Marvel sarà perdonato se penserà a questo personaggio come a una mascotte del nazionalismo statunitense. In realtà la cosa migliore della storia di Capitan America è la sua ironia intrinseca. Capitan America è Steve Rogers, un uomo con il cuore di un dio e il corpo di un pappamolle. A un certo punto anche il suo corpo diventa quello di un dio grazie al siero del supersoldato Soldier, che lo trasforma in un essere umano di livello fisico superiore. Ribattezzato Capitan America, Rogers diventa la personificazione degli ideali ugualitari statunitensi, un’incarnazione forzuta del sogno americano che grazie alla determinazione e alla scienza diventa un idolo nazionale.

Capitan America, che incarna una specie di ottimismo alla Abraham Lincoln, secondo me fa una domanda importante: perché mai una persona dovrebbe credere al sogno americano?

La trasformazione in Capitan America è garantita dall’esercito. Ma, forse a causa delle sue origini, Rogers è un dissidente ed è pronto a scontrarsi sia con i suoi superiori sia con il cattivo Teschio Rosso. I suoi nemici sono molti e potenti, e sono perfino dentro la Casa Bianca. A un certo punto Rogers rinuncia al titolo stesso di Capitan America. Alla fine della seconda guerra mondiale viene congelato nel ghiaccio. Si risveglia ai giorni nostri, un fatto che contribuisce a fargli prendere le distanze dai suoi ideali. È un “uomo fuori dal tempo”, il simbolo della propaganda della greatest generation, la generazione vissuta tra la grande depressione e la seconda guerra mondiale, riportato in vita nella nostra epoca postmoderna e atomizzata.

Capitan America quindi non è legato agli Stati Uniti di oggi, ma a quelli di un passato immaginario. In una scena famosa del fumetto Rogers, lodato da un generale per la sua “lealtà”, si aggrappa alla bandiera statunitense e dice: “Non sono leale a niente generale, se non al sogno”. In passato ho provato sentimenti contrastanti nei confronti di proclami come questo, ma è il motivo per cui sono entusiasta di occuparmi di Capitan America. Anche io ho delle opinioni molto chiare sul mondo. E una delle ragioni per cui ho deciso di fare giornalismo d’opinione – quello che mescola il racconto dei fatti con il punto di vista del reporter – è capire in che modo le mie opinioni si conciliano con quelle degli altri. Questo per me è molto più interessante che ribadire di continuo la mia opinione.

Scrivere, per me, è una questione di domande, non di risposte. E Capitan America, che incarna una specie di ottimismo alla Abraham Lincoln, secondo me fa una domanda importante: perché mai una persona dovrebbe credere al sogno americano? La cosa esaltante per me non è mettere le mie parole nella testa di Capitan America, ma mettere le parole di Capitan America nella mia testa e aprirsi alla possibilità di esplorare.

E poi c’è la sfida fondamentale di disegnare con le parole, e la paura che l’accompagna sempre. Una paura che è parte del fascino della sfida perché, a essere onesti, le “opinioni” del giornalismo d’opinione non fanno più paura come un tempo. Raccontare i fatti, che è sinonimo di scoperta, farà sempre paura. L’opinione di chi scrive meno. E niente dovrebbe spaventare uno scrittore più del momento in cui smette di far paura. Credo che sia in quel momento che si comincia a diventare la caricatura di se stessi, ripetendo senza fine le stesse idee e le stesse considerazioni. Non sono sicuro che riuscirò a raccontare una grande storia di Capitan America, ed è proprio per questo che voglio provarci.

In questo sforzo sarò accompagnato dall’incredibile Leinil Yu per le tavole interne e da Alex Ross per le copertine. Sia Yu sia Ross sono delle leggende. Anche se non siete dei maniaci dei fumetti, dovreste dare un’occhiata alle loro opere. Sono fortunato a poter lavorare con loro, e ancor più fortunato ad avere una comunità di fumettisti che mi ha adottato e mi ha insegnato il mestiere.

Infine devo ringraziare gli sceneggiatori neri di fumetti che leggevo da bambino, spesso senza neanche sapere neanche che fossero neri. In particolare Christopher Priest, Denys Cowan, Dwayne McDuffie. Senza di loro niente di tutto questo sarebbe possibile. Per molto tempo i creatori di fumetti neri si sono lamentati perché erano costretti a disegnare solo personaggi afroamericani. Se sono cresciuto in un mondo in cui nessuno limita la mia libertà di scrittura, devo ringraziare i sacrifici di quelli che sono venuti prima di me. Il primo numero del mio Capitan America uscirà negli Stati Uniti il 4 luglio. Excelsior, fratelli. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati