Negli anni ottanta in Giordania non c’erano i gay. C’erano solo i khawal (finocchi) e i tant (femminucce). Pronunciate con disprezzo, queste parole sono state una costante della mia infanzia, anche se all’epoca non ne conoscevo il significato. Poi, con il tempo, mi hanno fatto capire perché mi sentivo fuori posto. Subito dopo la prima guerra del Golfo, nel nostro mondo chiuso sono arrivati internet e la tv via cavo, e le sitcom statunitensi hanno proposto un linguaggio e un modo di pensare inimmaginabili per gli adolescenti come me, che fino ad allora non avevano mai avuto parole per esprimere la loro sessualità né spazi in cui manifestarla. Avevo varcato un confine.

Il nuovo saggio di Mark Gevisser The pink line (La linea rosa) indica una linea di frontiera mobile, che separa “le parti di mondo in cui si accetta l’esistenza – e l’uguaglianza – delle persone che deviano dalle norme sessuali o di genere e quelle in cui si continua a negarla”. È un “confine tra diversi sistemi di conoscenza” e culture che si riflette anche sui confini geografici – tra paesi e continenti, tra periferie e città – e sulla frontiera temporale “tra il passato e un futuro immaginato”. Per le persone queer è la differenza “tra la paura e la vulnerabilità da un lato, e il rifugio e l’affermazione dall’altro”. Nei paesi dove l’omosessualità è punibile per legge, questa linea segna una separazione netta tra vita pubblica e privata.

pierluigi longo

Gevisser, che è sudafricano, ha passato gli anni tra il 2012 e il 2018 a fare interviste in decine di paesi. In Uganda ha scoperto una comunità queer che cerca di barcamenarsi tra le aspirazioni globalizzatrici del movimento per i diritti lgbt+ e una classe politica alleata con gli evangelici statunitensi. Ad Ann Arbor, nel Michigan, dopo la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso la discussione si è spostata sul diritto degli alunni di usare i bagni secondo il genere che loro hanno scelto. In Egitto, dopo la rivoluzione del 2011 gli attivisti hanno preso fiducia e hanno cominciato apertamente a frequentare bar e spazi pubblici nella “zona liberata” del centro del Cairo. C’erano ottimi motivi per festeggiare la fine del regime di Mubarak, che aveva perseguitato i gay. Nel 2001, per esempio, la polizia del Cairo aveva fatto irruzione nel Queen River, un locale galleggiante sul Nilo, e aveva arrestato 52 uomini sottoponendoli a pestaggi e visite mediche per “provare” la loro omosessualità. L’euforia del dopo Muba­rak, tuttavia, è durata poco. Con l’ascesa al potere di Al Sisi, nel 2014, è ripartita la repressione contro la comunità gay, accusata dai politici di essere una struttura infiltrata da agenti occidentali. Molti hanno scelto la prudenza e sono andati in clandestinità oppure in esilio.

Le testimonianze di Gevisser sono coinvolgenti. Ci sono storie struggenti (“Non posso nemmeno morire in pace”, racconta Zaira, una lesbica messicana che sta provando a far avere alla sua compagna l’affido della figlia); le vittorie, anche piccole, sono rare. Ci sono capitoli che riflettono sui meccanismi dell’othering, il “rendere altro”, e sui più famosi casi di caccia alle streghe, come il lavender scare, il “terrore color lavanda”, quando negli Stati Uniti degli anni cinquanta un’ondata di paura irrazionale montata ad arte spinse l’amministrazione Truman a epurare gli impiegati pubblici gay e lesbiche perché ritenuti potenzialmente ricattabili e portati a coltivare idee sovversive e antiamericane.

Gevisser si sofferma anche sulla spinta globalizzatrice della cultura queer occidentale (ma soprattutto statunitense). Il “dollaro rosa” – il potere d’acquisto delle coppie omosessuali dink (double income no kids, doppio reddito senza figli) – sta contribuendo alla gentrificazione delle grandi città e alimenta un fiorente settore turistico. Gevisser vede il dollaro rosa come una linea di faglia economica e ideologica: il fatto che “il consumismo e il turismo aprono un mondo insulare a nuove idee, nuovi capitali e nuove persone” contrasta con la lotta per difendere le culture, soprattutto non occidentali, da questa minaccia.

Pochi anni prima che Gevisser cominciasse a dedicarsi al suo progetto, Joseph Massad, professore di studi mediorientali alla Columbia university di New York, scriveva Desiring arabs (2007). In questo saggio e nel successivo Islam in liberalism (2015) osserva che le pretese globalizzanti del pensiero di sinistra occidentale (“i diritti dei gay sono diritti umani”, dichiarava Hillary Clinton nel 2011, quando era segretaria di stato degli Stati Uniti) stanno distruggendo le espressioni indigene della sessualità e del genere nelle culture non occidentali, rappresentate come “buie, inique, intolleranti, regressive”. Nelle società arabe, scrive Massad, le relazioni tra persone dello stesso sesso prosperarono per secoli prima di essere criminalizzate dalle ex potenze coloniali europee che oggi, insieme a organizzazioni non governative come Human rights watch e Amnesty international, sostengono il coming out come parte di un ampio programma di tutela dei diritti umani. Massad vede in questo fenomeno una forma di sequestro dei diritti dei gay a beneficio degli interessi degli Stati Uniti.

Massad ha un punto di vista diverso anche sugli attacchi alla comunità queer in Egitto: “La campagna dell’Internazionale gay governata dall’occidente non coglie una distinzione importante. Non sono le pratiche sessuali tra persone dello stesso sesso a essere soffocate dalla polizia egiziana, ma l’identificazione sociopolitica di queste pratiche con l’identità gay occidentale”. La stessa espressione araba comunemente usata per descrivere gli omosessuali, al-shudhudh al-jinsi, significa “devianza sessuale”. Secondo Massad, nella cultura araba esisteva un vocabolario informale che avrebbe potuto aiutare i giovani ad affrontare le difficoltà legate ai loro desideri verso le persone dello stesso sesso. Col passare degli anni questo vocabolario è stato sovvertito, cancellato o cooptato dagli occidentali e dagli omofobi locali. D’altra parte, affermare la presenza di espressioni indigene sulla sessualità o il genere, come fa Massad, vuol dire accettare che anche l’omofobia ha le sue iterazioni locali e non è un’importazione coloniale all’ingrosso.

Da adolescente della classe media cresciuto in una famiglia ragionevolmente progressista, non ho avuto difficoltà ad adottare il punto di vista occidentale. Ma se Massad ha ragione, io e altri come me siamo stati involontariamente vittime di una colonizzazione immaginaria (la teoria di Massad dà in qualche modo credito alle accuse che ci dipingono come agenti stranieri ed emarginati). La prima reazione di mio padre al mio coming out è stata: “Tutta colpa di Cambridge”, ma poi, con il tempo, ha accettato la mia omosessualità. L’autorevolezza accademica di Massad è stata usata sia dagli antimperialisti sia dai conservatori, rafforzandoli nella loro convinzione comune che l’omosessualità, per come è rappresentata nel linguaggio universalizzante dei diritti lgbt+, non ha spazio nel mondo arabo. Le persone omosessuali si sono spesso sentite prese in mezzo tra questi due schieramenti, tra due forme d’identità in competizione tra loro. Non è un’esperienza inconsueta per i cittadini dei paesi colonizzati o ex colonizzati, come possono testimoniare le donne con il velo.

Gevisser non dà molto peso all’idea di Massad di un’Internazionale gay schierata contro le tradizioni indigene. Questa tesi, sostiene Gevisser, è una forma di “ostinata nostalgia” che immagina “popolazioni native completamente isolate dalle influenze globali fino all’arrivo dell’Internazionale gay, e incapaci di pensare – e sognare – per conto loro”.

Ogni volta che torno ad Amman resto colpito dalla fiducia con cui i giovani della comunità queer giordana affermano se stessi e dal coraggio della loro fame di visibilità

Effettivamente, ogni volta che torno ad Amman resto colpito dalla fiducia con cui i giovani della comunità queer giordana affermano se stessi e dal coraggio (o l’innocenza?) della loro fame di visibilità. Molti hanno sviluppato una raffinata capacità di lettura del loro spazio del mondo e del presunto divario tra occidente e paesi arabi, sposando apertamente le posizioni lgbt+ senza per questo dimenticare il loro attaccamento alla regione. Altri rifiutano i codici e lo stile di vita gay pur ricercando relazioni omosessuali, per esempio definendosi mithli (uguali) per descrivere la loro identità gay senza cadere nella trappola di un linguaggio universalizzante. La purezza evocata da Massad, se mai è esistita, è perduta da tempo.

La Palestina è un esempio lampante di questo presunto conflitto tra proiezione imperiale e tradizione indigena. Nel 2020 Julia Zaher, palestinese residente in Israele, ha fatto una generosa donazione ad Aguda, un’organizzazione israeliana per i diritti dei gay, chiedendo l’apertura di un numero verde dedicato ai palestinesi. Zaher è la proprietaria di Al Arz, una delle principali aziende che producono pasta di sesamo in Israele, e dopo la donazione molti negozianti palestinesi hanno cominciato a boicottare i suoi prodotti accompagnando il gesto con una raffica di commenti omofobi: l’omosessualità, dicevano, è stata portata dall’estero con connotazioni israeliane e non ha spazio nella cultura palestinese. Sembrava che la linea rosa di cui parla Gevisser fosse stata tracciata tra gli israeliani di sinistra e i palestinesi conservatori; ed è così, infatti, che la polemica della “tahina gay” è stata rappresentata dalla maggior parte dei mezzi d’informazione occidentali. Nella vicenda, però, c’era un altro risvolto, meno pubblicizzato: molti cittadini e associazioni palestinesi, tra cui alQaws (una delle voci più autorevoli della comunità queer palestinese), condannavano la decisione di Zaher di donare fondi a un’organizzazione israeliana anziché palestinese. Il problema, dal loro punto di vista, era la complicità con l’apartheid israeliano. Secondo la ex presidente di alQaws, Haneen Maikey, Aguda non aveva veramente a cuore gli interessi dei palestinesi queer se riusciva a restare in silenzio di fronte all’oppressione israeliana di tutti i palestinesi, al di là del genere o dell’orientamento sessuale. Attraverso un portavoce, Aguda ha precisato di essere “impegnata nella battaglia per la parità dei diritti di tutte le persone in Israele, a prescindere dal contesto religioso o nazionale”.

Gevisser interpreta la situazione in Palestina in un modo che riflette il suo essere sudafricano. Colloca la causa palestinese “nella tradizione dei movimenti di liberazione del novecento” e pensa che la politica ufficiale “ha sempre considerato ogni tipo di rivendicazione particolare come una distrazione rispetto alla battaglia fondamentale per la libertà. In più, l’omosessualità è stata segnata da uno stigma molto particolare (e fatale), quello della contaminazione con Israele e della collaborazione con l’oppressore”. Israele, in effetti, ama considerarsi un rifugio per i gay in una regione che descrive come una roccaforte del pregiudizio omofobo: non a caso, il corteo del Gay pride di Tel Aviv è uno dei più grandi del mondo. Le storie spesso esagerate sui queer palestinesi che fuggono dalla persecuzione nella loro comunità per cercare riparo in Israele servono a distogliere l’attenzione dagli atti di oppressione dello stato israeliano, oltre che dall’uso della sessualità da parte dei servizi segreti per “trasformare” i palestinesi in collaboratori: gli agenti li ricattano, li spingono a denunciare altre persone e li minacciano di rendere pubblica la loro omosessualità sui mezzi d’informazione. Il fatto che apparecchiature di sorveglianza israeliane siano impiegate da stati autoritari (tra cui la Cina, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti) per identificare i cittadini gay non viene mai citato.

Secondo Saed Atshan, professore palestinese di antropologia all’università Emory di Atlanta, negli Stati Uniti, resistere al colonialismo israeliano non vuol dire negare l’omofobia palestinese. Proprio su queste basi Atshan ha elogiato la donazione di Julia Zaher ad Aguda, sottolineando che l’associazione offre un servizio ai palestinesi in Israele. Le alleanze con le organizzazioni israeliane sono possibili, perfino desiderabili, osserva, a patto che siano impegnate nella “co-resistenza” contro la dominazione israeliana. AlQaws e altri gruppi di attivisti, tra cui il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), non ne sono convinti. Sono loro i “puristi radicali” (spesso ammiratori di Massad) di cui parla Atshan nel suo Queer Palestine and the empire of critique (2020), quando scrive che il movimento lgbt+ palestinese, sia in Israele sia nei Territori occupati, si scontra contro la sua sovrastruttura di “critica dell’impero”. I puristi vigilano su tutte le forme d’identificazione sessuale o di genere in nome dell’antimperialismo, ma date le condizioni di vita sotto la colonizzazione e l’occupazione, osserva Atshan, nessuno, nemmeno “gli attivisti e gli accademici più radicali”, può rivendicare una superiorità morale. Tutti sono coinvolti in qualche modo. È meglio avanzare un passo alla volta, accontentandosi di piccole conquiste.

Su questo punto Atshan ha ragione. Uno dei palestinesi intervistati da Gevisser racconta che quando le forze di sicurezza israeliane hanno tentato di convincerlo a collaborare minacciandolo di rivelare la sua relazione con un ebreo israeliano, ha chiesto aiuto ad alQaws e si è sentito rispondere: “A voi ragazzi gay interessa solo andare a fare la bella vita a Tel Aviv, poi quando vi mettete nei guai venite a piangere da noi!”. Diversi palestinesi in Cisgiordania mi hanno detto che vorrebbero che alQaws si concentrasse meno sull’attività antisionista e più sulle loro necessità di tutti i giorni: per esempio, stilando una lista di medici disposti a offrire consulti riservati per evitare che i loro dati finiscano in mano alle autorità palestinesi, oppure allestendo cliniche dove poter fare in riservatezza i test sulle malattie sessualmente trasmissibili.

Nell’ultimo capitolo Gevisser invoca It gets better, un progetto che si rivolge agli adolescenti gay statunitensi con problemi di depressione e pulsioni suicide, e che è diventato virale su internet. Non crede molto all’idea che paesi come l’Uganda e l’Egitto “possano, con la giusta influenza, ‘maturare’ diventando simili alle società, con annesse libertà, che caratterizzano l’Europa occidentale o il Nordamerica”. Gevisser sostiene che questo processo restringe la possibilità di considerare altre culture e civiltà come uguali, alle loro condizioni, e annulla una dialettica in cui il sud del mondo può dare forma alla visione che il nord ha di se stesso. Questo breve momento di dubbio e introspezione è influenzato da studi come Terrorist assemblages (2007) di Jasbir Puar, che analizza il modo in cui gli stati guadagnano rispettabilità sullo scenario mondiale sposando le posizioni sui diritti lgbt+ definite dall’occidente. Più di recente, anche Out of time: the queer politics of postcoloniality (2020) di Rahul Rao ha messo in discussione l’idea di un “progresso egemonico” lineare, concentrandosi invece su come l’intreccio di fattori globali e locali influisce sulle espressioni indigene della sessualità e del genere in paesi come l’Uganda e l’India.

In Palestina, la parola queer è stata già translitterata in arabo come kwir. Ma replicare l’esperienza statunitense, con o senza finanziamenti occidentali, non è l’unica strada. Con il suo rifiuto di scimmiottare le posizioni occidentali sui diritti, alQaws sta dalla parte dell’esperienza locale e indigena, facendo propria la critica di Massad e ridefinendo allo stesso tempo le condizioni della cultura queer in Medio Oriente, spogliandola dei suoi elementi coloniali. Non è l’unica organizzazione nella regione che sta lavorando per denunciare i limiti e i pericoli delle ideologie lgbt+ straniere. Nessuno è immune da tendenze puriste o non ha responsabilità per i danni collaterali procurati alla comunità gay, come possono confermare molti palestinesi e altri arabi. Gevisser e Atshan hanno ragione a dire che i diritti queer in Medio Oriente non possono essere svincolati dal passato coloniale e dal presente imperialista. La loro adesione al pragmatismo di sinistra, tuttavia, non è la strada giusta. Riconoscere che l’identità non è una questione semplice ed essere disposti a scavare tra i detriti del trauma coloniale è un prerequisito per una vera emancipazione, e su questo i puristi radicali stanno svolgendo un ruolo molto più costruttivo di quello che i due autori vogliono riconoscergli. ◆ fas

Tareq Baconi

è presidente di Al Shabaka, un centro studi sui diritti umani in Palestina. È nato in Giordania e vive nel Regno Unito. Sta scrivendo un libro sull’amore queer ad Amman. Questo articolo è uscito sulla London Review of Books con il titolo Cambridge did this.

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati