Barili di petrolio in un deposito a Santo Domingo, il 6 febbraio 2015. (Ricardo Rojas, Reuters/Contrasto)

Qual è il prezzo giusto del petrolio?

Barili di petrolio in un deposito a Santo Domingo, il 6 febbraio 2015. (Ricardo Rojas, Reuters/Contrasto)
18 gennaio 2016 16:39

Qual è il “prezzo giusto” del petrolio? La domanda può apparire strana, visto che in teoria la risposta dipende dagli interessi in gioco. Ma da un punto di vista economico un prezzo ottimale esiste. E adesso che il barile di greggio è sceso sotto i trenta dollari dopo aver raggiunto il picco di 115 dollari nel giugno del 2014, i paesi produttori, le compagnie petrolifere e i paesi importatori concordano su un punto: questo prezzo è troppo basso e non può durare.

Il giusto prezzo del petrolio è quello che garantisce la redditività degli investimenti di produzione senza intaccare la domanda e garantisce l’equilibrio finanziario dei paesi produttori senza penalizzare l’economia dei paesi importatori. Per molti analisti questo prezzo dovrebbe attestarsi attorno ai 70 dollari, lontano dai 90-100 rivendicati dall’Arabia Saudita all’inizio del decennio.

Il prezzo attorno ai 70 dollari permette ai paesi produttori di coprire le loro spese. La maggior parte di questi paesi ha fissato in passato il proprio bilancio pubblico prevedendo un prezzo al barile superiore ai 100 dollari, per poi eventualmente riequilibrarlo successivamente. Tutti i paesi produttori, con economie poco diversificate e dipendenti dagli idrocarburi (Russia, Arabia Saudita, Venezuela, Algeria), nel 2015 hanno presentato grandi deficit di bilancio e perciò hanno dovuto approvare tagli drastici per il 2016.

A trenta dollari al barile le compagnie saranno costrette a ridurre gli investimenti e a tagliare l’organico

Per le compagnie petrolifere i prezzi elevati non garantiscono soltanto profitti e sostanziosi dividendi per gli azionisti, ma permettono anche di investire per trovare e sfruttare i giacimenti del futuro e rinnovare le loro riserve. In mancanza di queste risorse la rarefazione dell’offerta provocherà un aumento del prezzo che potrebbe essere brutale in caso di forte squilibrio tra domanda e offerta. Un barile sotto ai 50 dollari è raramente redditizio, con l’eccezione di quelli provenienti dalla penisola arabica. Tra il 2005 e il 2013, quando i prezzi sono fortemente aumentati raggiungendo i massimi storici, gli investimenti delle compagnie petrolifere hanno raggiunto cifre senza precedenti, facendo registrare un record nel 2013. A 30 dollari al barile le compagnie saranno costrette a ridurli drasticamente e a tagliare l’organico.

Per i paesi importatori un barile che oscilla attorno ai 70 dollari può essere sopportabile, perché tra il 2010 e il 2014 sono riusciti ad adattarsi a una quotazione compresa tra i 90 e i 110 dollari. La quotazione di 70 dollari rilancerebbe un po’ l’inflazione, precipitata a livelli prossimi allo zero. Ma per la bolletta energetica del paese, per il potere d’acquisto dei consumatori e per la riduzione del deficit commerciale qualsiasi aumento è nocivo.

In questo contesto bisogna considerare un’ultima componente: la lotta al riscaldamento climatico. Più il petrolio è caro e più le energie alternative sono competitive, mentre le persone sono meno inclini a prendere la macchina.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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