Se in tutto il mondo i miliardari pagassero un’imposta pari al 3 per cento del loro patrimonio, e il denaro raccolto fosse destinato a finanziare gli aiuti per lo sviluppo, potremmo evitare la morte di 29,5 milioni di persone entro il 2030. È la stima più alta emersa da una ricerca dell’Instituto de salud global de Barcelona (Isglobal), pubblicato sulla rivista medica The Lancet. Lo studio valuta in che misura dieci strumenti per redistribuire la ricchezza possono contrastare le conseguenze sul piano sanitario dei tagli alla cooperazione internazionale, aumentati a partire dal 2025.
“Uno degli argomenti a sostegno della riduzione degli aiuti umanitari è che non ci sono le risorse. Non è vero. Le risorse esistono eccome. Il problema è che viviamo in un mondo caratterizzato da un’alta concentrazione della ricchezza”, sottolinea Davide Raselle, coordinatore dello studio. “L’obiettivo della ricerca è dimostrare che se attuassimo determinate misure potremmo salvare milioni di vite umane. È un’analisi che mostra gli effetti di un trasferimento reale di denaro dai più ricchi del mondo verso le persone che vivono in condizioni di estrema povertà”.
Lo studio di Isglobal illustra i benefici delle soluzioni alternative in un contesto di crisi degli aiuti per lo sviluppo. Un anno e mezzo fa il governo degli Stati Uniti ha smantellato l’agenzia per la cooperazione Usaid. Allo stesso tempo, paesi come il Regno Unito, la Germania, la Francia, i Paesi Bassi e il Belgio hanno annunciato una riduzione del loro sforzo economico per la cooperazione internazionale, preferendo investire nella spesa militare e in altri settori.
In totale, secondo le ultime cifre pubblicate dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2025 gli aiuti per lo sviluppo sono diminuiti del 23,1 per cento rispetto all’anno precedente.
I ricercatori hanno preso in considerazione i dati relativi a 59 paesi con redditi bassi e medio-bassi in un arco di tempo compreso tra il 2002 e il 2021. Dopo aver calcolato il rapporto tra gli aiuti ricevuti e la mortalità nel corso di questi anni, si sono chiesti cosa succederebbe se i tagli proseguissero fino al 2030.
Secondo il modello elaborato, questa riduzione dei fondi potrebbe essere associata a 7,6 milioni di decessi in più e cancellerebbe i risultati ottenuti negli ultimi vent’anni.
Partendo da questa constatazione, i ricercatori hanno valutato l’effetto potenziale di dieci strumenti per redistribuire la ricchezza. Lo studio ipotizza che i guadagni sarebbero usati per compensare in parte o del tutto gli aiuti tagliati. In questo modo sarebbe possibile mantenere programmi sanitari e di sviluppo, evitando le morti associati ai tagli.
Una misura minima
Gli strumenti analizzati comprendono aliquote dell’1 per cento, del 2 per cento e del 3 per cento sui grandi patrimoni, una Tobin tax sulle transazioni finanziarie, un’imposta minima sugli utili da richiedere alle multinazionali con guadagni superiori a 750 milioni di euro, formule applicate agli interessi sul debito pubblico dei paesi con redditi medi e bassi, una tassa sulle emissioni di CO2 e due modalità di tassazione delle criptovalute.
“In tutti gli scenari presi in esame, le misure proposte genererebbero risorse sufficienti per compensare in parte, o nella maggioranza dei casi interamente, gli effetti negativi legati alla riduzione degli aiuti”, spiega Isglobal. Secondo Gonzalo Barreix, autore dello studio, in alcuni scenari i fondi raccolti sarebbero superiori a quelli persi. Per questo motivo la ricerca stima che l’approccio proposto potrebbe scongiurare tra 6,6 milioni e 29,5 milioni di morti entro il 2030.
Le tasse sui grandi patrimoni sono il meccanismo che avrebbe gli effetti più consistenti. La ricchezza complessiva dei 3.028 miliardari del mondo ammonta a 16.100 miliardi di dollari. Anche nel caso in cui la tassazione imposta a questo gruppo non dovesse raggiungere il 3 per cento ma limitarsi a una percentuale più bassa, i risultati sarebbero comunque molto rilevanti. Un’imposta dell’1 per cento permetterebbe di scongiurare 15 milioni di morti, mentre una del 2 per cento salverebbe 22,9 milioni di persone.
Secondo l’economista della Escuela de economía de Icesi Lucio Espósito, che ha partecipato allo studio, un’aliquota compresa tra l’1 e il 3 per cento rappresenta un livello minimo. “Negli ultimi anni la crescita del capitale è stata compresa tra il 6 e il 7 per cento”, sottolinea Espósito.
“Dunque la misura proposta cancellerebbe circa un terzo di questo guadagno. È il minimo che un sistema fiscale progressivo impone ai guadagni e ai patrimoni più alti. Non è niente di straordinario. È un intervento di solidarietà che permette di salvare vite umane e in più ha una solida giustificazione economica”.
Tra gli altri provvedimenti proposti, quello che avrebbe un effetto maggiore secondo gli autori è la Tobin tax, che potrebbe evitare circa 24 milioni di morti. Seguono l’imposta sulle multinazionali (venti milioni di decessi in meno) e un’aliquota del 3 per cento sui diecimila possessori di criptovalute più ricchi al mondo (6,6 milioni).
I tagli agli aiuti per lo sviluppo hanno aggravato una situazione già di per sé drammatica: i paesi coinvolti, infatti, versavano molto meno rispetto a quanto pattuito. Nel 1970 le Nazioni Unite hanno fissato come obiettivo per i paesi ricchi uno stanziamento dello 0,7 per cento del prodotto interno lordo da destinare agli aiuti per lo sviluppo. I governi, invece, hanno versato in media lo 0,3 per cento.
Alcuni dei paesi che hanno ricevuto questi soldi hanno provato ad aumentare le voci di bilancio destinate alla sanità pubblica, ma non riescono a coprire il vuoto lasciato dai tagli. Nell’ultimo anno la mancanza di risorse ha costretto molti governi a ridurre o interrompere programmi contro l’hiv, la malaria, la tubercolosi e altre malattie che provocano milioni di vittime, soprattutto tra i paesi del sud globale.
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A essere colpiti sono stati anche progetti per combattere la fame e la povertà, interventi che pur non essendo sempre strettamente sanitari condizionano in maniera decisiva la salute e la sopravvivenza delle persone più vulnerabili.
In tutto questo, la disuguaglianza a livello mondiale continua a crescere inarrestabile, come sottolinea uno studio condotto dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Tra il 2004 e il 2024, l’1 per cento più ricco del mondo ha accumulato il 41 per cento della ricchezza, mentre il 50 per cento più povero si è dovuto accontentare dell’1 per cento.
Alcune delle misure analizzate da Isglobal sono state discusse anche in occasione dei vertici internazionali organizzati per cercare alternative agli aiuti per lo sviluppo. Per esempio durante il G20 del 2024 a Rio de Janeiro è stata valutata un’aliquota del 2 per cento per i tremila miliardari del mondo, ma alla fine non è stato trovato un accordo sul meccanismo di ripartizione, anche a causa dell’opposizione degli Stati Uniti. Nel 2025, in occasione della quarta Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo dell’Onu, organizzata a Siviglia, Brasile e Spagna hanno presentato una proposta per tassare di più i grandi patrimoni.
“Non stiamo parlando di un ritorno al comunismo”, scherza Raselle. “Stiamo simulando misure che toccano appena il 2 per cento della ricchezza dei miliardari. Spesso Elon Musk perde molti più soldi in un giorno a causa delle fluttuazioni del mercato”.
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