Nel novembre 2024 tutte le scuole del Punjab, la regione più popolosa del Pakistan, hanno dovuto chiudere per lo smog, lasciando a casa quasi sedici milioni di bambini e adolescenti. Neanche un anno dopo, tra l’agosto e il settembre 2025, sono state le alluvioni a fermare le lezioni. Quest’anno, nel Punjab come in altre zone del paese, già a maggio le temperature hanno superato i 45 gradi, settimane prima dell’inizio delle vacanze estive, mentre in inverno il freddo intenso e la neve avevano costretto alcuni distretti a prolungare la pausa invernale o a ritardare l’ingresso in classe la mattina.
La risposta è sempre la stessa: si proclama lo stato d’emergenza, si rimandano gli esami o si annuncia una chiusura temporanea delle scuole. Sono schemi ormai familiari, che continuano a trattare gli eventi estremi come se fossero eccezionali e imprevedibili quando non è più così, scrivonodue ricercatori sul quotidiano pachistano The Nation. Bisogna muoversi in anticipo, dicono: un calendario scolastico non più fisso e uguale per tutti ma “che tenga conto dei cambiamenti climatici e delle differenze da una località all’altra è un punto di partenza pratico e abbastanza economico”.
Attraverso il Data and research in education (Dare-Rc), un consorzio che unisce università, enti pubblici, associazioni e società di consulenza pachistane e britanniche, i ricercatori hanno immaginato uno strumento per valutare i rischi climatici a cui sono esposte le scuole e le loro comunità. Il progetto pilota ha coinvolto una ventina d’istituti del Punjab, del Sindh e della capitale Islamabad, creando dei comitati per ognuno. Questi gruppi hanno considerato fattori come caldo e freddo estremi, alluvioni, smog, nebbia e infrastrutture inadeguate, mostrando lo scarto tra i picchi di rischio e la scansione dell’anno scolastico, cioè che le scuole restano aperte quando non dovrebbero. La loro conclusione è che serve più flessibilità per decidere gli orari delle lezioni e le date degli esami, ridistribuire le vacanze e recuperare i giorni persi.
Nell’articolo su The Nation, i due scienziati aggiungono che la flessibilità a livello locale può funzionare se ci sono dei criteri chiari, fissati in base ai dati sul meteo e sulla qualità dell’aria, oltre che alle valutazioni di rischio per le singole scuole; ed è altrettanto essenziale garantire un minimo di ore annuali per la didattica e piani di recupero, tenendo conto degli effetti disuguali che hanno le chiusure. Ultima cosa importante, la riforma del calendario non elimina i limiti strutturali delle scuole: le aule hanno comunque bisogno di una buona ventilazione, ombra, isolamento termico, acqua potabile e corrente; nelle aree soggette ad alluvioni servono sistemi di drenaggio e, se possibile, fondamenta rialzate.
Gli scienziati pachistani non hanno ideato il loro strumento dal nulla, ma ne hanno adattato uno sviluppato altrove, in Vietnam. Nel 2016 il ministero dell’istruzione vietnamita e l’Unesco costruirono un “assessment and preparedness toolkit” per le aree più vulnerabili: un percorso in tre fasi che porta ogni scuola a individuare i rischi che potrebbe correre (alluvioni, tifoni, frane), scrivere un piano condiviso con insegnanti, genitori e studenti, e definire protocolli da attivare quando uno di quei rischi si presenta.
Questo kit era destinato a un migliaio di comunità educative. Ma ha seminato bene, perché secondo uno studio a distanza di dieci anni si contano 40mila scuole vietnamite coinvolte in iniziative coordinate sulla resilienza climatica. In totale, parliamo di più di venti milioni di studenti. Nel 2019 il Vietnam ha aderito al Comprehensive school safety framework (versione 2022-2030), il quadro internazionale di riferimento per misurare e migliorare la sicurezza nelle scuole, e ha approvato una serie di provvedimenti per tradurre quei princìpi in politiche pubbliche (su edifici resilienti al clima, didattica flessibile nelle emergenze, controlli e azioni per farsi trovare pronti in caso di calamità naturali). Altri due dati: il Vietnam affronta in media dai sei ai dieci tifoni all’anno; e ha un tasso di alfabetizzazione giovanile del 98,6 per cento, tra i più alti dell’Asia-Pacifico.
Lo stesso studio, svolto dalla rete internazionale Gadrrres (che sta per Global alliance for disaster risk reduction and resilience in the education sector) segnala però che il paese non ha ancora una politica organica sulla sicurezza scolastica, e che mancano risorse soprattutto nelle aree remote abitate dalle minoranze etniche.
Le soluzioni immaginate da Vietnam e Pakistan sono abbastanza simili. Forse la differenza più consistente è che i ricercatori pachistani spostano l’attenzione da “cosa fare se capita un evento climatico estremo” a “quando, nel calendario scolastico, è più probabile che quell’evento arrivi”.
- A Chennai, capitale dello stato indiano del Tamil Nadu, sono state applicate vernici riflettenti sui tetti di alcune scuole pubbliche. L’intervento, soprannominato “tetti freddi”, ha fatto abbassare la temperatura nelle aule di 3-4 gradi e s’inserisce in un piano più ampio che dovrebbe portare in centinaia d’istituti anche pannelli solari, la raccolta dell’acqua piovana, più spazi verdi nei cortili. La rivista indiana Citizen Matters racconta questi lavori, avvertendo però che il raffrescamento passivo va bene come primo passo, non come soluzione unica: richiede manutenzione costante e può spostare il calore riflesso su altri edifici; e andrebbe affiancato a tecniche costruttive tradizionali più adatte al clima caldo-umido locale.
- Un’indagine dell’Unicef pubblicata ad aprile stima che gli eventi climatici estremi abbiano causato 1,3 miliardi di dollari di danni alle scuole dell’Africa orientale e meridionale, penalizzando 130 milioni di bambini e bambine. Ma un articolo pubblicato da Al Jazeera ricorda anche il potenziale del continente, con comunità e architetti che applicano da decenni strategie per gestire il caldo in modo sostenibile.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Doposcuola.
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