Il 12 settembre a Venezia si respirava un’aria di déjà-vu: nessun italiano figurava nella lista dei premiati della Mostra internazionale d’arte cinematografica. L’assenza di premi, per di più in casa, si è aggiunta alla mancanza di registi italiani nelle sezioni principali dei festival di Berlino e di Cannes all’inizio dell’anno. È da più di dieci anni che un italiano non vince un Leone d’oro (Gianfranco Rosi nel 2013), un Orso d’oro (lo stesso Rosi nel 2016) o un Oscar (Paolo Sorrentino nel 2014), per non parlare della Palma d’oro (Nanni Moretti nel 2001).

A essere onesti un premio è stato consegnato in realtà l’8 settembre sulla laguna a un italiano: quello per la critica più tagliente lasciata sul “Muro del pianto”, dove i visitatori sono invitati, per gioco e su un semplice foglio di carta, a denigrare il programma del festival.

Premiato per il suo velenoso commento a The echo chamber – uno dei cinque film italiani in concorso – Cristian Poletti rifiuta di cedere al fatalismo: “Il nostro cinema dispone di un vivaio di talenti”, vuole credere questo dipendente dell’università di Padova, che ha preso due settimane di ferie per seguire il festival. “Il problema è che le risorse sono monopolizzate da una generazione che ormai ha fatto il suo tempo”.

Non lontano sosta l’ambulanza ufficiale della Mostra, la cui carrozzeria omaggia la “donazione” finanziaria dei campioni del mondo di calcio del 2006. Viene naturale vederci un’allegoria, visto che le scarse prestazioni dei registi ricordano quelle dei calciatori italiani, eliminati nelle qualificazioni degli ultimi tre mondiali.

Cos’è successo al paese di Fellini per ritrovarsi in una situazione simile? All’indomani della premiazione veneziana la stampa locale non ha usato mezzi termini. Una “disfatta”, ha scritto La Repubblica. “L’ennesima conferma della debolezza” del cinema nazionale, “prigioniero di un’eccessiva chiusura in se stesso”, incalzava il Corriere della Sera.

Di fatto, l’83ª edizione della Mostra arriva dopo anni tormentati per il settore. Nonostante alcuni successi popolari, come C’è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi, il settore sta affrontando una crisi dopo l’altra. Dalla fine della pandemia di covid-19 il suo modello industriale è in difficoltà, mentre la creazione artistica fatica a rinnovarsi in un paese dal declino demografico irreversibile.

Inoltre l’arrivo al potere dell’estrema destra con il governo di Giorgia Meloni nel 2022 ha reso il cinema il terreno di uno scontro che ha lasciato il segno; il meccanismo degli aiuti pubblici è rimasto a lungo bloccato, anche se l’attuale ministro della cultura Alessandro Giuli sta moltiplicando i gesti di distensione.

Riconfermato a maggio alla direzione artistica della Mostra, Alberto Barbera ridimensiona la questione. “Il settore è rimasto fermo per quasi un anno (tra il 2023 e il 2024), il tempo necessario affinché i crediti di imposta (il cosiddetto tax credit) venissero rinegoziati. Di conseguenza, la maggior parte dei film non era pronta né per Berlino né per Cannes. Per Venezia invece sì e ho avuto l’imbarazzo della scelta”.

Per Barbera, che paragona il settore a una “congrega” sempre pronta a “piangersi addosso”, il cinema italiano soffre innanzitutto di “sovrapproduzione”: nel 2025 sono stati autorizzati 403 film (contro i 290 della Francia), un totale raddoppiato nel giro di un decennio, spinto dal successo delle piattaforme di streaming.

“Si è privilegiata la quantità a scapito della qualità. Accanto a un successo ci sono tanti film brutti che nessuno ha visto”, lamenta Barbera. “Nonostante questo emergono talenti capaci di parlare ai giovani attraverso un cinema di genere”.

Barbera cita L’estranea di Paolo Strippoli che a 33 anni ha festeggiato la sua prima selezione in concorso. Il film fa un quadro spaventoso del paese, prigioniero di un ingranaggio in cui un male ne attira un altro e dove perfino le scene di gioia, come durante la vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006, hanno un profumo di disastro.

Circolo vizioso

L’immagine del circolo vizioso torna nelle parole di molti professionisti: la chiusura delle sale, aggravata dall’invecchiamento della popolazione, riduce le risorse del settore, che quindi tende a adagiarsi sugli allori invece di innovare, e questo raffredda ancora di più i potenziali spettatori. Terzo mercato europeo, l’Italia ha staccato 67 milioni di biglietti nel 2025 in 3.579 sale cinematografiche (contro i 156 milioni della Francia in quasi seimila sale).

Di questa spirale negativa il produttore Angelo Barbagallo fatica a individuare le responsabilità: “Sono di sinistra, ma sarebbe troppo facile incolpare solo il governo. Non ho nulla da rimproverare, tra l’altro, ai dirigenti della Mostra, che anche se nominati da Meloni fanno un ottimo lavoro”.

Per lui il male è più profondo: “Il nostro paese soffre di una depressione economica, politica, artistica. A differenza della Francia, dove il cinema è parte integrante dell’identità nazionale, noi abbiamo svenduto la nostra cultura e il nostro senso critico. E questo comincia fin dalla scuola: alle medie gli insegnanti di mia figlia le hanno fatto visitare due volte un caseificio, ma l’unico film che le hanno mostrato è stata una copia pirata di Vacanze di Natale a Cortina”.

A Venezia il suo collega Nicola Giuliano ha presentato The echo chamber, di Andrea Pallaoro, basato sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci (1941-2018). Il produttore prende di mira il “conformismo” – un termine reso celebre da Bertolucci – che a suo dire consuma il paese: “Perfino al Centro sperimentale di cinematografia, dove insegno, gli studenti guardano le stesse serie di Netflix”.

In un settore in cui Rai Cinema, la filiale del gigante dell’audiovisivo pubblico, continua a fare il bello e il cattivo tempo, e mentre incombono minacce sui fondi europei, anche Giuliano invidia il modello francese: “Gli abbonamenti cinematografici illimitati, il contributo obbligatorio delle piattaforme di streaming, lo statuto degli intermittenti dello spettacolo. Da noi non esiste nulla di tutto questo. Il nostro sistema aspetta che l’innovazione nasca da sola, invece bisogna individuarla, accompagnarla, stimolarla”.

Quali sono gli ostacoli? Le lungaggini dell’amministrazione, che tarda a rimborsare i crediti d’imposta, e le numerose coproduzioni internazionali girate in Italia (L’Odissea, The dog stars-Le stelle dopo la fine, Il diavolo veste Prada 2 e così via), che fanno lievitare i costi e indeboliscono le società indipendenti, incapaci di stare al passo.

Giuliano elenca le multinazionali che di recente hanno comprato società di produzione o distribuzione italiane: StudioCanal, Fremantle, Itv, Banijay, Beta, Federation, Vuelta e così via. “Mi hanno fatto ottime offerte, che ho rifiutato. Sono meno ricco, ma mi sento più libero”, aggiunge, ritenendo che i conglomerati siano riluttanti a puntare sui giovani talenti.

Il produttore Lorenzo Mieli smorza i toni: “Cerco attivamente un ricambio generazionale, tanto più che con il crescente sostegno delle case di moda di lusso c’è uno spazio per farlo emergere”. Insieme a Mario Gianani, Mieli è amministratore delegato della Our Films, controllata dal gruppo francese Mediawan, e ha prodotto autrici come Alice Rohrwacher e Paola Cortellesi.

“A Roma un gruppo di ragazzi che ruota attorno al cinema Troisi è riuscito a riaccendere la fiamma dell’amore per il cinema”, continua. “Purtroppo è un’eccezione. La maggior parte dei giovani si allontana dal cinema, un tempo centrale nell’immaginario italiano, mentre oggi è percepito come un settore di nicchia. Manca anche quel senso di emulazione collettiva che, come sappiamo fin dai tempi della nouvelle vague o della nuova Hollywood, alimenta la creatività”.

Gianluca Farinelli, direttore della prestigiosa Cineteca di Bologna, concorda: “Poco più di dieci anni fa c’è stato un rinnovamento attorno alle figure di Paolo Sorrentino, Matteo Garrone o Alice Rohrwacher, ma lo slancio si è esaurito. A differenza del cinema francese, il cinema italiano non riesce più a essere, come era stato a lungo nel passato, lo specchio della società. Non è un momento particolarmente felice, ma può essere comunque un momento di riflessione”.

Vendetta ideologica

Questo momento difficile è stato inizialmente accentuato dalla nomina di Giorgia Meloni a presidente del consiglio. Il giornalista di estrema destra Gennaro Sangiuliano, ministro della cultura dal 2022 al 2024, ha dichiarato guerra alla “casta” della settima arte, mentre la sua coalizione politica cercava di mettere in riga il mondo della cultura, considerato l’ultimo baluardo di una sinistra sconfitta alle urne. L’obiettivo dichiarato era far emergere una “nuova narrazione nazionale”, identitaria e conservatrice.

Il progetto passava dall’occupazione di poltrone chiave, come è avvenuto nell’agosto del 2023 con la rimozione sbrigativa di Marta Donzelli dalla guida del Centro sperimentale. Ma questo scontro frontale, che aveva suscitato l’indignazione degli attori e dei registi più stimati del paese, era solo il preambolo di una lunga crisi legata agli aiuti pubblici, passati dai 750 milioni di euro del 2022 ai 500 milioni previsti per il 2027.

Fedele alla strategia al tempo stesso vittimistica e aggressiva della destra radicale italiana, Sangiuliano si presentava come il bersaglio di un ambiente abituato allo spreco di denaro pubblico e i cui interessi sarebbero stati in contrasto con quelli del paese.

Anche se è vero che nel settore ci sono stati veri e propri abusi con film finanziati e mai realizzati, la crociata del ministro si è tradotta in una grande instabilità normativa. In questo quadro caotico, che ha molto ridotto i criteri di accesso ai crediti d’imposta, la maggior parte delle riprese si è bruscamente interrotta.

Nel 2025 il 75 per cento dei professionisti del cinema (cioè più di 120mila posti di lavoro) era in cassa integrazione, secondo uno studio di un collettivo che difende gli interessi del settore. L’attacco politico della destra ha prodotto una reale crisi economica, ma Alessandro Giuli – successore di Sangiuliano, allontanato dopo uno scandalo personale nel 2024 – si è impegnato a ristabilire un clima di fiducia.

Così nella primavera del 2026 si è affrettato a scusarsi dopo una nuova polemica che ha colpito una professione già ferita. Questa volta si è trattato del rifiuto di una commissione ministeriale di finanziare un documentario dedicato a Giulio Regeni, il ricercatore italiano di 28 anni torturato e assassinato dai servizi di sicurezza egiziani nel 2016. Quest’omicidio è all’origine di un conflitto diplomatico che Roma voleva chiudere rapidamente, per ottenere dal Cairo il sostegno alla sua politica di restrizione dei flussi migratori.

La commissione aveva approvato invece il finanziamento di un documentario sul caffè e di un altro sulla ricetta delle fettuccine Alfredo, un piatto di pasta popolare negli Stati Uniti. Giuli, giudicando “inaccettabile” la decisione, ha licenziato uno dei suoi collaboratori coinvolti nella vicenda.

Dopo questo segnale, una riforma ambiziosa, frutto di un raro consenso tra maggioranza e opposizione, è stata votata alla camera il 10 settembre. Prevede in particolare l’istituzione di un’agenzia del cinema e del settore audiovisivo, che si occuperà degli aiuti alla produzione e che è stata paragonata al Centre national du cinéma et de l’image animée francese (Cnc), un ente che l’estrema destra francese vorrebbe distruggere.

Alcune commissioni pubbliche dovrebbero garantire maggiore trasparenza, mentre le produzioni indipendenti dovrebbero essere favorite e i lavoratori precari meglio tutelati.

“I primi anni della legislatura sono stati segnati dall’atteggiamento punitivo della destra contro questo settore, una sorta di vendetta ideologica che ha avuto un disastroso impatto economico”, denuncia il senatore del Partito democratico Francesco Verducci, della commissione cultura del senato, che considera la riforma un “punto di svolta, frutto di una collaborazione con Giuli tutt’altro che scontata”.

Piuttosto ben accolto, il cambio di rotta è tuttavia opera del ministro di un governo vicino alla fine del suo mandato, con all’orizzonte le elezioni politiche nella primavera del 2027 e in un contesto in cui l’opposizione di estrema destra guadagna terreno.

Anche se le misure non potranno essere messe in atto prima del 2028 e restano ancora da finanziare, Giuli si dice ottimista, al punto da intravedere uno “stil novo” del cinema italiano, in riferimento al rinnovamento poetico del duecento di cui Dante fu il rappresentante più noto.

Lontano da questi slanci poetici, Marta Donzelli chiede innanzitutto, come molti suoi colleghi, “una stabilità legislativa”, fondamentale per far nascere nuovi talenti. Donzelli, torinese di 51 anni, ha prodotto due successi recenti e inaspettati, Berlinguer-La grande ambizione di Andrea Segre e Le città di pianura di Francesco Sossai, che hanno attirato nelle sale italiane rispettivamente 600mila e 436mila spettatori, tra cui molti giovani.

I motivi per sperare ci sono: a giugno le persone con meno di 34 anni – cioè quasi un terzo della popolazione – hanno comprato il 45 per cento dei biglietti su tutto il territorio.

“C’è un desiderio di cinema avventuroso e politico, che interessa i giovani”, afferma Donzelli. “Sta a noi intercettarlo”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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