Da quando ho sfogliato le copie conservate alla Biblioteca nazionale di Roma, la rivista sudafricana Drum è diventata un mio pallino. Nata in Sudafrica all’inizio degli anni cinquanta come periodico per la maggioranza nera approvato dal governo razzista bianco per fare bella figura all’estero, si smarcò presto da questo ruolo diventando un’importante piattaforma per una generazione di scrittori e fotografi non bianchi, che cambiarono il modo in cui veniva rappresentata la società nera urbana.

Fu anche uno spazio di libertà e sperimentazione culturale in un momento storico delicato, in cui il Sudafrica si stava chiudendo nel terribile regime dell’apartheid, approvando di anno in anno leggi sempre più discriminatorie. A Drum, però, aspiranti giornalisti e fotografi neri – come Ernest Cole, di cui avevo parlato in questo articolo – potevano accumulare esperienza pratica e ottenere una formazione di livello nel giornalismo (cosa che gli veniva negata nelle scuole), e potevano beneficiare di un ambiente lontano dalla rigida segregazione che caratterizzava il mondo esterno alla redazione.

“Drum era un’iniziativa commerciale, con uscite mensili, ma era animata dalla passione anticonformista di Jim Bailey (l’editore) per il giornalismo afroamericano, dal talento di Anthony Sampson (il direttore) nello scovare nuovi talenti e da una brillante squadra di scrittori e fotografi”, scrive l’ex giornalista, direttore di vari giornali sudafricani, Anton Harber. “Le pagine della rivista presentavano un mix esplosivo di storie su gangster, politici radicali, taverne illegali, cantanti jazz, sesso senza distinzioni razziali e inchieste scomode, sia scritte sia in immagini. Fu l’espressione pionieristica di uno sguardo africano esuberante e sicuro di sé, che celebrava la leadership, i successi e la creatività africani. La nascita delle edizioni per l’Africa orientale e occidentale trasformarono Drum in una delle prime iniziative di respiro continentale, distribuita in otto paesi con notevole successo”.

Now Voyager, una nuova rivista statunitense di giornalismo longform, torna sugli storici giornalisti e scrittori di Drum con un articolo firmato dal reporter keniano Carey Baraka. “Un tempo c’erano i Drum boys. Erano un gruppo di scrittori sudafricani degli anni cinquanta che lavoravano per la rivista Drum, all’epoca uno dei rari giornali in inglese a pubblicare articoli scritti da neri. Tra loro c’erano Henry Nxumalo, Arthur Maimane, Nat Nakasa, Es’kia Mphahlele, Bloke Modisane, Todd Matshikiza, Casey Motsisi, Lewis Nkosi e Can Themba”, scrive Baraka. “Erano tutti amici e il loro motto era tratto dal romanzo del 1947 Le lacrime della città di Willard Motley: ‘Vivi alla grande, muori giovane e lascia un bel cadavere’. La loro scrittura era diversa da qualsiasi altra cosa si vedesse in Africa a quell’epoca: spiritosa, ricca di sprazzi letterari e abile nell’usare gli strumenti narrativi per fare giornalismo”.

Erano i “filosofi delle shebeen” (le rivendite di alcolici tipiche delle township sudafricane), che lavoravano spesso sotto copertura e a rischio della vita, usavano stratagemmi per fotografare o semplicemente recensivano i migliori jazzisti di Sophiatown, che a quell’epoca era l’unico quartiere del centro di Johannesburg dove poteva vivere anche la popolazione non bianca ma che fu distrutto a metà degli anni cinquanta.

Baraka si concentra sulla figura di Can Themba, un insegnante di Sophiatown, che entrò a Drum dopo aver vinto un concorso di scrittura e ne diventò uno degli esponenti più rappresentativi. Genio riconosciuto, con un grave problema di alcolismo, diventò famoso per i suoi racconti, di cui il più noto è probabilmente The suit, che uscì però non su Drum, ma su The Classic, la rivista letteraria fondata nel 1963 da Nat Nakasa (ex Drum) e Nadine Gordimer, e racconta la storia di un tradimento e di un completo maschile che diventa un’insostenibile punizione. In Sudafrica nel 2022 è uscita una biografia di Can Themba, scritta da Siphiwo Mahala, intitolata Can Themba: the making and breaking of the intellectual tsotsi.

Un altro giornalista rappresentativo è Henry Nxumalo, conosciuto come Mr Drum, autore di inchieste sotto copertura che hanno fatto storia, come quella che riguardò la fattoria di Bethal, nelle campagne a est di Johannesburg, in cui Nxumalo si fece assumere come bracciante per rivelare un sistema di abusi e torture, scappando poi di notte con grandi rischi. Per un’altra inchiesta si fece arrestare e finì in carcere. È lui al centro del libro scritto nel 1991 da Mike Nicol A good-looking corpse, sempre sui giornalisti di Drum.

Ma Drum era anche un giornale molto maschile, critica Sabeeka Al-Kuwari in un recente articolo sulla rivista keniana The Elephant. Mentre gli uomini potevano essere “moderni”, nota l’autrice, le donne erano rappresentato in modo normato, “più spesso associate alla bellezza, alla moda e alla rispettabilità, mentre gli uomini tendevano a essere ritratti attraverso la musica, lo sport, la politica e la vita pubblica”. Non è raro infatti trovare copertine con donne in costume da bagno o che pubblicizzano concorsi di bellezza (come una in cui una ragazza è misurata con dei metri da sarta da un gruppetto di uomini). Un altro discorso sono una famosa copertina e gli splendidi servizi fotografici dedicati alla cantante Miriam Makeba, anche lei espressione della scena culturale di Sophiatown, prima di diventare un’icona globale dei tempi della decolonizzazione.

Drum continua a essere pubblicato in Sudafrica come testata del gruppo editoriale Media24, solo in versione online. Offre ancora contenuti indirizzati a lettrici e lettori neri, ma si occupa soprattutto di gossip e intrattenimento. Niente a che vedere con il giornalismo pionieristico di un tempo.

Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.

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