Questa mattina, mentre bambine e bambini stavano entrando nella scuola Giovanni Daneo, nel centro storico di Genova, due agenti della Digos in borghese, senza presentarsi né dare spiegazioni, si sono arrampicati sulla cancellata e hanno strappato un lungo striscione in cui c’era scritto: “In questa scuola nessuno è straniero”.

È il primo effetto, certo indiretto ma molto significativo, del decreto approvato ieri dal governo per imporre in ogni classe un limite del 30 per cento al numero di studenti che non parlano l’italiano.

Giorgia Meloni lo aveva annunciato domenica 20 settembre, urlando alle ragazze e ai ragazzi del suo partito: “Non esiste, non e-si-ste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati una minoranza”.

Perché in un angolo? Sinceramente mi sembra difficile che si senta in un angolo un bambino che condivide la sua classe con compagni che stanno cominciando a imparare l’italiano. Conosco molte insegnanti che, cominciando l’anno in condizioni di partenza disuguali, come sono sempre le condizioni di partenza in tutte le classi, usano in positivo questa disomogeneità. Lo fanno per approfondire tanti aspetti della lingua che si possono scoprire quando in gruppo ci si cimenta nell’insegnare la propria lingua a chi non la conosce.

Se si dedica tempo a questa ricerca collettiva si aprono molte domande e grandi possibilità di ragionare insieme su cosa sia e come funzioni la nostra lingua, accompagnando chi la sta incontrando per la prima volta. Si crea anche la possibilità di incuriosirsi alla loro, di lingua, in uno scambio reciproco che può rivelarsi straordinariamente nutriente per tutte e tutti. Ricordo una bellissima ricerca sulle parole intraducibili, che sono una sorta di scrigno segreto di ogni lingua e cultura.

Che senso ha poi parlare di minoranze e maggioranze in una classe, quando si sa che le composizioni e scomposizioni dei diversi gruppi sono una cosa dinamica, in continua mutazione. E che, molto probabilmente, c’è più differenza tra maschi e femmine che tra italiani e stranieri.

Una comunità di ascolto

Per chi lavora nella scuola e si impegna nel difficile artigianato quotidiano del costruire democrazia trasformando le classi in piccole comunità capaci di ascolto reciproco, è avvilente e molto offensivo che temi come l’uguaglianza e l’inclusione siano affrontati con la clava della demagogia.

Seguiamo le prescrizioni del decreto e immaginiamo una donna appena arrivata in Italia con i suoi figli. Non parla italiano e il bambino più grande ha difficoltà ad apprendere rapidamente la lingua della scuola che comincia a frequentare. Ci sono molte ragioni che potrebbero essere all’origine di questa sua iniziale difficoltà: lo spaesamento, il lungo viaggio alle spalle, traumi subiti, la condizione abitativa in cui si trova a vivere. Non è che non imparerà l’italiano. Ci metterà solo un po’ più di tempo.

A questa donna è ora imposto, per decreto, di frequentare un corso. E la si avvisa che, se non imparerà la nuova lingua, rischia una multa da duecento a mille euro. Ci rendiamo conto di come si sentirà? E come si sentiranno figlie o figli gravati di questa responsabilità?

Abbiamo creato la peggiore condizione possibile per il loro apprendimento dell’italiano perché li abbiamo spaventati. Il processo naturale d’ingresso nella lingua del paese in cui si è arrivati è presentato come una prova che sarà sottoposta a un giudizio, a un esame. Una grave offesa alla nostra lingua, imposta non come scoperta, possibilità, apertura alla comunicazione e a nuovi incontri, ma come ostacolo da saltare.

Studi ed esperienze ci dicono che parlare in famiglia la propria lingua madre è un presupposto positivo che nutre l’apprendimento di ogni nuova lingua. Spesso, tra l’altro, per la maggiore plasticità della loro mente e perché, per la storia dei paesi da cui vengono, parlano più di una lingua , bambine e bambini apprendono molto più rapidamente l’italiano dei loro genitori, diventandone ambasciatori in famiglia.

Un’immersione

Ci sono molti modi per apprendere una lingua. Per immersione, giocando insieme, frequentandosi, favorendo momenti di scambio molteplici. Se davvero ci teniamo a che tutte e tutti in classe apprendano bene l’italiano come lingua comune, allora dobbiamo lavorare sul contesto, sulla qualità e durata di quell’immersione, tenendo le scuole aperte il pomeriggio, favorendo e finanziando tutte le collaborazioni possibili con il terzo settore, come già si fa in diverse città, purtroppo spesso in modo discontinuo.

Si può poi agire sulla didattica. Senza limitarsi alla “lezione” che molti non capiscono, evocata da Giorgia Meloni, e costruendo in classe un continuo dialogo, favorendo e ampliando tutte le situazioni di conversazione e di oralità, guidate da insegnanti che credano veramente che, ascoltando bambine e bambini delle più diverse latitudini, tutti possiamo imparare qualcosa da loro, anche se si esprimono a fatica all’inizio, con parole e frasi incerte.

C’è poi l’approfondimento necessario che si acquista leggendo, scrivendo, inventando storie, incontrando parole e linguaggi delle diverse discipline.

Le scuole più attive e innovative, così come diversi Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) e molte associazioni che si dedicano allo studio dell’italiano con i migranti da decenni lavorano su tutto questo, come testimoniato da tante pubblicazioni e anche da un documento del ministero dell’istruzione di grande qualità, pubblicato nel 2022, intitolato “Orientamenti interculturali. Idee e proposte per l’integrazione di alunni e alunne provenienti da contesti migratori”.

Ma tutto ciò sembra non interessare affatto alla destra italiana, intenta a primeggiare in ostentata cattiveria e volontà discriminatorie per raccattare voti, come le altre destre del continente europeo.

In Italia nel 1971, per far fronte allo spostamento dalle regioni del sud alle città industriali del nord di milioni di contadini, i cui figli non parlavano italiano, si introdusse il tempo pieno nelle scuole elementari.

Ci sono alcuni provvedimenti che davvero potrebbero aiutare il nostro paese ad affrontare le nuove discriminazioni e le disuguaglianze crescenti.

  • Raddoppiare il numero degli asili nido, che sono uno dei luoghi più ricchi di socialità interculturale.
  • Applicare l’obbligo scolastico alla scuola dell’infanzia, cominciando gradualmente dal rendere obbligatorio l’ultimo anno per le bambine e i bambini di cinque anni.
  • Estendere il tempo pieno in tutto il paese, perché è paradossale che nelle regioni più povere ci sia un tempo ridotto.
  • Rendere strutturale l’apertura delle scuole oltre l’orario scolastico, favorendo ogni tipo di collaborazione con il terzo settore.

Il nostro paese investe in istruzione il 4,1 per cento del pil, mentre la media europea è di più del 4,7 per cento. Ma il governo della destra sembra avere altre priorità. Del resto Giuseppe Valditara, prima di diventare ministro dell’istruzione, aveva scritto un libro con un titolo che la diceva lunga sulle sue intenzioni: L’impero romano distrutto dagli immigrati.

A fine mattina lo striscione davanti alla scuola Giovanni Daneo è stato rimesso: “In questa scuola nessuno è straniero”.

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