26 marzo 2021 15:34
  • L’uso di mascherine, il distanziamento interpersonale nelle aule, l’igiene delle mani, la pulizia profonda degli ambienti, l’aerazione degli ambienti, il tracciamento dei contatti stretti e il rispetto dell’isolamento e della quarantena. Sono le misure di salute pubblica che rendono le scuole dei luoghi non a rischio, anche in piena pandemia. La trasmissione in ambito scolastico di covid-19 è rara, anche tra i contatti stretti di coloro che risultano positivi al virus, secondo uno studio pilota dei Centers for disease control and prevention negli Stati Uniti che ha coinvolto una ventina di scuole elementari e medie della città di Springfield e della contea di Saint Louis, in Missouri, a dicembre. Complessivamente, hanno partecipato 22 scuole per un totale di 193 persone tra studenti, insegnanti e personale scolastico. Nel corso delle due settimane di studio, tra il 7 e il 18 dicembre 2020, 37 persone sono risultate positive al covid-19: 24 (65 per cento) erano studenti e 13 (35 per cento) insegnanti o personale scolastico. Su 156 contatti stretti dei partecipanti, 102 si sono sottoposti al test della saliva e solo due sono risultati positivi al controllo, indicando una probabile trasmissione secondaria in ambito scolastico. “Nonostante l’elevata diffusione del virus nella comunità, la trasmissione nelle scuole che hanno applicato le strategie di mitigazione è risultata inferiore a quella della comunità”, si legge nel rapporto dei Cdc pubblicato su Morbidity and Mortality Weekly Report. “Questi risultati suggeriscono che le scuole possono operare in sicurezza durante la pandemia adottando le opportune strategie per prevenire i contagi”, ha commentato Jason Newland, della Washington university, coautore della ricerca. “Lo studio pilota ha mostrato una bassa trasmissione nelle scuole e nessuna trasmissione da studente a insegnante. E questo è accaduto durante il picco della pandemia a dicembre, quando registravamo alti tassi di trasmissione nella comunità”.
  • La Germania potrebbe classificare la Francia come “zona ad alto rischio” e applicare restrizioni per l’entrata in territorio tedesco, ha dichiarato il 25 marzo la cancelliera Angela Merkel. Finora nella lista di zone ad alto rischio francesi rientra solo il dipartimento frontaliero della Mosella. La Francia era già una “zona a rischio”, ma il livello superiore, creato qualche settimana fa dall’istituto della sanità Robert-Koch con il diffondersi delle varianti del virus, implica importanti restrizioni alla circolazione, che vanno dall’obbligo di esibire un test negativo effettuato due giorni prima dell’ingresso sul suolo tedesco, alla quarantena di dieci da trascorrere in Germania, fino all’imposizione di stretti controlli alla frontiera, simili a quelli già applicati da Berlino con la Polonia (che il 26 marzo ha registrato in un giorno 35.143 nuovi contagi) e prima con la Repubblica Ceca e il Tirolo austriaco. Le autorità sanitarie tedesche il 25 marzo hanno registrato per la settimana precedente una media di nuovi casi di 113 ogni centomila persone, oltre la soglia di 100 su centomila che fa scattare misure più restrittive. Il 24 marzo Merkel ha annullato l’ordine di chiusura totale tra il 1 e il 5 aprile annunciato il 22; nel paese, dove i nuovi contagi risalgono dall’inizio di marzo, restano comunque in vigore fino al 18 aprile le restrizioni su molte attività, comprese le scuole, decretate a dicembre.
  • La pandemia ha causato 2.745.337 decessi dalla fine del dicembre 2019, secondo i conteggi realizzati dall’Afp il 25 marzo in base alle statistiche ufficiali disponibili.
  • Il Messico ha superato la soglia dei 200mila morti causati dal covid-19. Il sottosegretario responsabile al contrasto della pandemia, Hugo López-Gatell, ha attribuito la gravità del conteggio al fatto che il paese ha affrontato la pandemia con un sistema sanitario deteriorato da anni di “corruzione”, spiegando che l’87 per cento delle persone decedute per il virus “soffriva di almeno una malattia cronica”. Nel paese i decessi oscillano tra i 200 e i mille al giorno, i contagi sono finora 2,2 milioni su una popolazione di 126 milioni di abitanti. López-Gatell ha spiegato che nel paese sono arrivate quasi undici milioni di dosi di vaccino anticovid e che ne è stato somministrato il 58 per cento. È stata inoltre fermata la vaccinazione del personale scolastico e ulteriormente rimandata la riapertura delle scuole in presenza.
  • Secondo le misurazioni di Our world in data, nell’Unione europea fino al 22 marzo sono state somministrate circa 13 dosi di vaccino anticovid ogni cento persone, rispetto a 38 ogni cento negli Stati Uniti, 45 ogni cento nel Regno Unito e 113 ogni cento in Israele.
  • La Svezia ha ripreso la somministrazione del vaccino dell’AstraZeneca per chi ha più di 65 anni, la Danimarca ha deciso di prolungare la sospensione per altre tre settimane, e la Norvegia si pronuncerà il 15 aprile dopo aver esaminato i casi di tre donne sotto i 50 anni morte per un’emorragia cerebrale e che alcuni giorni prima erano state vaccinate con il vaccino anglosvedese.
  • Lo schema Covax dell’Organizzazione mondiale della sanità per fornire i vaccini a basso e medio reddito sta registrando ritardi nelle forniture dovuti a problemi tecnici in un impianto di produzione sudcoreano e al diminuito numero di dosi inviate dal Serum Institute indiano che dovrà dare priorità alla domanda interna: in India infatti, i contagi sono in risalita e le autorità sanitarie hanno chiesto di privilegiare le forniture nazionali sulle esportazioni.
  • Al vertice europeo dei capi di stato e di governo del 25 marzo, che si è svolto in videoconferenza, è stata implicitamente riconosciuta la necessità di rafforzare il meccanismo di controllo sulle esportazioni dei vaccini fuori dell’Ue, in riferimento soprattutto alle esportazioni verso il Regno Unito e alle forniture delle dosi dell’AstraZeneca, scrive Virginie Malingre sul quotidiano francese Le Monde. I dubbi di paesi come il Belgio, i Paesi Bassi, l’Irlanda e la Svezia, che hanno una forte industria farmaceutica, sono stati espressi dal premier svedese Stefan Löfven che ha sollevato il timore di una “guerra commerciale” in un contesto mondiale in cui non c’è continente o paese interamente autonomo quanto alla produzione di vaccini. Anche la cancelliera tedesca Merkel, pur ribadendo il sostegno tedesco alla commissione, ha dichiarato che “è auspicabile che non siano messe in discussione le catene di approvvigionamento”, in un settore farmaceutico globalizzato come quello attuale. Il presidente del consiglio europeo, Charles Michel, ha insistito sulla necessità vitale di aumentare la produzione in Europa, mentre la presidente della commissione, Ursula von der Leyen, ha considerato raggiungibile l’obiettivo di vaccinare il 70 per cento della popolazione adulta europea entro l’estate, dato che entro il primo semestre dovrebbero essere consegnate 360 milioni di dosi.
  • Secondo le misurazioni di Our world in data, nell’Unione europea fino al 22 marzo sono state somministrate circa 13 dosi di vaccino anticovid ogni cento persone, rispetto a 38 ogni cento negli Stati Uniti, 45 ogni cento nel Regno Unito e 113 ogni cento in Israele.
  • Il parlamento europeo ieri ha approvato la procedura di urgenza per adottare il regolamento relativo al certificato verde digitale, che dovrebbe facilitare la libera circolazione delle persone nell’Ue. L’obiettivo è facilitare l’introduzione entro l’estate. Il certificato dovrebbe contenere informazioni sulla vaccinazione contro il covid-19, i risultati dei test ed eventuali precedenti infezioni. La proposta di procedura d’urgenza è stata adottata con 468 voti favorevoli, 203 contrari e 16 astensioni. Nelle conclusioni del vertice, i leader dei 27 hanno detto che “il lavoro tecnico e legislativo su certificati digitali interoperativi e non discriminatori sul covid-19 (….) deve essere portato avanti come una questione urgente sulla base della proposta della Commissione”.
  • In Irlanda entra in vigore il 26 marzo il sistema di quarantena alberghiera prevista per coloro che rientrano dai paesi considerati ad alto rischio. I viaggiatori devono passare a proprie spese dodici notti in un hotel, con la possibilità di abbreviare la permanenza se il test effettuato nel decimo giorno di quarantena ha esito negativo. La lista dei 33 paesi ad alto rischio include, tra gli altri, Argentina, Austria, Brasile, Cile, Mauritius, Ruanda, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti e Zimbabwe.
  • Secondo i dati statistici del servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) rilasciati tra il 1 agosto 2020 e il 21 marzo 2021 ed esaminati in un articolo del Guardian, è probabile che nel Regno Unito almeno 40.600 persone abbiano contratto il covid-19 negli ospedali in cui erano ricoverate per motivi diversi dal covid-19: in un ospedale su cinque, almeno un quinto di tutti i pazienti è stato colpito dal virus durante il ricovero. L’ospedale distrettuale del North Devon a Barnstaple ha registrato il tasso infezione più alto con il 31 per cento, mentre in quelli del nordovest è di circa il 20 per cento, quasi il doppio rispetto a Londra. Medici e direzioni sanitarie affermano che molte delle infezioni sono state causate dalla mancanza di letti e dai limiti posti dalle cattive condizioni in cui versano certe strutture: vecchie, anguste e scarsamente ventilate. A ciò si aggiunge, secondo il quotidiano, la decisione dell’estate scorsa dei vertici del servizio sanitario di proseguire in parallelo l’assistenza ospedaliera di pazienti covid e non covid, nonostante incombesse la seconda ondata della pandemia. “È impossibile eliminare i rischi di infezione nosocomiale, ma la forte pressione a curare covid e non covid ha inevitabilmente aumentato questo rischio”, ha affermato Claudia Paoloni, presidente del sindacato consulenti e specialisti ospedalieri.”Anni di carenza sistemica di personale e di riduzione dei costi ci hanno lasciato con meno posti letto disponibili rispetto ai nostri omologhi europei, il che ha reso più difficile separare i casi e ha causato un aumento delle possibilità di infezione acquisita in ospedale”.

Hanno collaborato Ilaria Rizzo e Laura Tonon.