09 aprile 2020 13:29

La calma della città vecchia è sorprendente, i vicoli di solito brulicanti sono deserti. Le botteghe sono chiuse, con l’eccezione di poche drogherie. Inoltre, cosa insolita per il mese di aprile, non ci sono pellegrini. Pesach, la Pasqua ebraica, e le celebrazioni della Pasqua cristiana attirano ogni anno decine di migliaia di persone giunte qui per pregare nei luoghi santi. Con la pandemia di coronavirus però la situazione è cambiata. All’aeroporto di Tel Aviv ormai atterrano pochi aerei al giorno e al momento soltanto gli israeliani, i palestinesi o gli stranieri con residenza sono autorizzati a entrare nel paese. Quest’anno i turisti non sono i benvenuti.

Gli abitanti dovranno così ripensare alle loro tradizioni per questo periodo di festa. Già da metà marzo è in vigore una forma di confinamento, ma lunedì 6 aprile il premier israeliano ha annunciato misure più rigide. Gli spostamenti non necessari erano già stati vietati, ma le regole sono state rafforzate fino a venerdì 10 aprile: i controlli della polizia si sono moltiplicati e il pomeriggio dell’8 aprile è entrato in vigore un coprifuoco per l’inizio delle festività di Pesach. Nessuno sarà autorizzato ad allontanarsi a più di 100 metri da casa sua.

Il governo vorrebbe evitare qualsiasi spostamento, si tratti di andare a pregare a Gerusalemme o di festeggiare in famiglia. “Quando è in gioco la vostra salute e le vostre vite, cittadini di Israele, non sono ammesse scorciatoie”, ha dichiarato Benjamin Netanyahu, giustificando la chiusura con la lezione appresa dopo la festività di Purim, celebrata a inizio marzo. Nonostante i festeggiamenti fossero stati cancellati, c’erano stati comunque numerosi assembramenti. “Il virus si è propagato a grandi cerchi”, ha affermato il capo del governo, e ha ribadito: “Lo dirò il più chiaramente possibile: a Pasqua non accadrà quello che è accaduto a Purim”.

Nella comunità ultraortodossa c’è quasi la metà dei casi di covid-19 censiti in Israele

Le misure annunciate dal governo per Pesach preoccupano il paese. “È la prima volta che il governo prende una simile decisione strategica”, sottolinea Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana. “Ci assicureremo che le persone restino a casa, non vadano in giro, non si riuniscano e osservino tra loro una distanza sociale di circa due metri. Sono queste le misure che faremo rispettare”, afferma.

Alcune località religiose però sono colpite più di altre. A Gerusalemme alcuni quartieri verranno chiusi per impedire a chiunque di entrare o uscire. “Ci concentreremo sulle zone più problematiche dal punto di vista del possibile aumento di casi di coronavirus”, spiega Micky Rosenfeld. Nella comunità ultraortodossa c’è quasi la metà dei casi di covid-19 censiti in Israele e le norme di distanziamento sociale imposte dal governo non sono sempre applicate in modo rigido: negli ultimi giorni la polizia ha fatto irruzione in diverse sinagoghe in cui erano state organizzate delle preghiere, in piena violazione delle norme in vigore.

Tuttavia, “nella maggior parte dei casi le persone della comunità a cui vengono illustrate in modo chiaro le reali caratteristiche della malattia capiscono e restano a casa”, garantisce Tzippi Yarom, una giornalista della rivista ultraortodossa Mishpacha. “Nella maggior parte dei quartieri rispettano l’isolamento. Pregano a casa e ridurranno al minimo i festeggiamenti per la Pasqua: è triste, ma quest’anno sarà così la notte del seder”, la cena rituale che mercoledì sera ha segnato l’inizio di Pesach.

Preghiere trasmesse su internet
Il coprifuoco è per ora finito, ma “regole simili verranno applicate per le feste dei nostri fratelli e delle nostre sorelle non ebrei”, assicura Netanyahu. Anche le celebrazioni cristiane della Pasqua sono infatti intralciate dalla pandemia. Domenica scorsa la tradizionale processione della domenica delle palme dal monte degli Ulivi alla città vecchia è stata annullata. E al momento il Santo Sepolcro, che nella tradizione cristiana è il luogo della crocifissione e della sepoltura di Gesù, è chiuso. Tuttavia le tre confessioni cristiane che lo gestiscono – la chiesa greco-ortodossa, quella cattolica e quella armena – hanno chiesto la riapertura del sito per consentire a pochi esponenti del clero di poter pregare. Pur rispettando le prescrizioni sanitarie, ci tengono a poter celebrare la Pasqua. “Non è stata annullata la preghiera. Quella della Pasqua è una festa importantissima, non si può sottovalutare”, precisa. I negoziati tra l’insieme delle chiese cristiane e le autorità israeliane sono ancora in corso.

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Anche le chiese ortodosse, che celebrano la Pasqua una settimana dopo quella cattolica, hanno annullato tutti i consueti raduni di popolo. Alla cerimonia del “fuoco sacro”, che attira di solito una folla immensa e compatta nel Santo Sepolcro e nei vicoli della città vecchia, potranno assistere solo pochi dignitari religiosi. Di solito i fedeli provenienti da diversi paesi in cui è presente una forte comunità ortodossa vengono a Gerusalemme per prendere una fiaccola e riportarla nei loro paesi. Quest’anno gli emissari non usciranno dall’aereo che li condurrà qui e la fiamma verrà loro portata direttamente in aeroporto.

Il Ramadan sarà l’ultima festa religiosa celebrata nelle prossime settimane. Comincerà il 23 aprile e, da qui ad allora verranno fatte altre valutazioni sulla situazione sanitaria. Nel suo discorso del 6 aprile Benyamin Netanyahu ha ritenuto “realistica la possibilità” che le misure di confinamento potrebbero essere progressivamente allentate dopo la Pasqua ebraica, “se verranno confermate le tendenze positive”. È tuttavia molto probabile uno sconvolgimento delle abitudini. Nel mese di digiuno più di centomila persone verranno a pregare ogni venerdì sulla spianata delle moschee: un movimento di gente difficile da immaginare in un contesto di pandemia, anche se la situazione dovesse migliorare. Tuttavia, per evitare possibili tensioni qualsiasi decisione dovrà essere presa in accordo con il governo giordano, responsabile della gestione del luogo sacro dell’islam.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)