È inverno oltre il circolo polare artico. Un’altra stagione da record, perché ogni anno arrivano più turisti e l’offerta diventa più ricca. Si può fotografare l’aurora boreale, dar da mangiare alle renne, avvistare le balene, fare escursioni con i cani da slitta: “Senti la brezza fresca sul viso mentre sfrecci sulla neve nella natura incontaminata. Diventa musher per un giorno. C’è una muta di cani felici che non vede l’ora di seguirti!”.

“Nessuno conosce il numero esatto dei cani, ma sono migliaia. Appaiono e scompaiono”, raccontava Magda nella primavera del 2024. Lavorava in un resort vicino a Tromsø, la città più grande della Norvegia settentrionale. “Uccidono i cuccioli e quelli che non hanno più la forza di lavorare. Ne nascono troppi e gli adulti servono solo finché tirano. Vivono in media solo qualche anno, perché correre in queste condizioni li distrugge”.

Magda era arrivata al nord pochi mesi prima dall’Europa centrale. Aveva lavorato per anni con i cani, anche con quelli che avevano subito dei traumi. Sapeva che i cani da slitta vengono sono in modo diverso da quelli domestici. Vivono all’aperto, in recinti, sono spesso alla catena, in gruppo. Nel settore turistico si usano soprattutto gli alaskan, cani allevati e selezionati per trainare le slitte. Negli allevamenti ben gestiti, ricevono assistenza veterinaria, fanno attività fisica regolare e riposano, non sono portati allo stremo, non hanno paura delle persone.

“Il mio responsabile è una leggenda del mushing (le corse con slitte trainate da cani), ha vinto molte gare”, ha continuato Magda. “All’inizio sembrava un tipo a posto, ma presto ho capito che è violento. Ha i suoi cani da gara di cui si prende cura con la massima attenzione, ma nel resort ce ne sono più di cinquanta per le escursioni turistiche ed è su di loro che si sfoga. Ripete che non siamo a Disneyland, che la vera vita al nord è questa. Li prende a calci, li picchia, urla. Perfino di fronte ai turisti. Spiega che solo così diventeranno obbedienti. E sai cosa? La gente ci crede. Perché vuole crederci. Nessuno vuole pensare di aver pagato per la sofferenza di qualcun altro”.

“In questo ambiente si dice spesso che l’unica forma efficace di addestramento sia la violenza, ma non è vero”, mi ha detto Magda. “Per addestrare un cane ci vogliono tempo e pazienza. E lì nessuno ne ha. Ogni giorno bisogna gestire decine di persone e diverse escursioni. I cani hanno una soglia del dolore molto alta, riescono a correre anche se sono feriti, ma hanno una psiche estremamente fragile. E i turisti non chiedono nulla delle loro condizioni. Sono troppo impegnati a vivere la loro avventura artica. Ricevono le tute, qualche istruzione, e chi vuole può guidare la muta da solo. In teoria dovrebbero correre insieme ai cani, aiutarli in salita, controllare la slitta. Fanno cenno di sì, ma poi non se ne preoccupano più, perché la cosa più importante sono le foto e i video per TikTok”.

Guidare male la slitta, con continue frenate e accelerazioni, danneggia la colonna vertebrale dei cani, mi ha spiegato Magda. E si nota, perché corrono di lato e sono disorientati. A volte si fermano all’improvviso o si azzuffano. E i turisti si lamentano che sono pigri.

“I cani corrono per più di quaranta chilometri lungo lo stesso percorso. Sarebbe sostenibile se avessero dei giorni di riposo. Ma qui corrono per cinque mesi di fila, sette giorni su sette. All’inizio della stagione sono pieni di energia, poi iniziano a incurvarsi, sono tutti spenti, si nascondono nelle cucce. E noi li tiriamo fuori e possiamo solo chiedere scusa”.

Un legame tossico

Magda mi ha raccontato anche la storia di Nanook, un cane anziano e instancabile che soffriva di dolori cronici al collo causati dalla trazione scorretta, che veniva comunque regolarmente attaccato alla slitta. Alla fine il veterinario ha suggerito l’eutanasia.

“È stata la prima volta che l’ho visto scodinzolare, in quell’ambulatorio dove la maggior parte dei cani ha una fifa nera. Quel giorno è uscito dalla gabbia, dal tran tran quotidiano, ed era curiosissimo. È stata la sua ultima spedizione. Prima di addormentarsi ha mangiato delle crocchette dalla mia mano”.

Quando ci siamo riviste qualche mese dopo, Magda non lavorava più al resort. Usciva da un lungo periodo di convalescenza dopo un incidente sul lavoro. Parlava del suo senso di impotenza: “Segnalavamo gli abusi alla direzione, ma ci dicevano che il responsabile sapeva quello che faceva. Con quel posto ormai avevamo un legame tossico. Sapevamo di essere parte del problema, ma avevamo paura di andarcene, avevamo paura che senza di noi i cani sarebbero stati trattati ancora peggio, che nessuno gli avrebbe dato da mangiare e da bere”.

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Prima di andarsene Magda aveva adottato un alaskan che era appena stato operato. Il cane si teneva alla larga dalle persone, si nascondeva, era diffidente, ma stando con lei si è ripreso nel giro di pochi giorni: “Nei primi due mesi non sono riuscita nemmeno a farmi una foto con lui. Bastava che tirassi fuori il telefono e subito ringhiava e scappava. Nell’allevamento c’era sempre qualcuno che gli sventolava il cellulare davanti al muso”.

Marius lavorava nello stesso posto di Magda. Ha assistito a immersioni forzate e soffocamenti durante l’addestramento. È cresciuto in Svezia, va a caccia, non ha nulla contro chi tratta gli animali con fermezza, ma quella era pura violenza. Così ha iniziato a scrivere regolarmente al Mattilsynet, l’autorità norvegese per la sicurezza alimentare responsabile del benessere degli animali.

Ci hanno messo mesi a reagire. Sono arrivati insieme alla polizia e hanno interrogato i lavoratori. L’allevamento era costruito su un terreno paludoso, per cui d’inverno le cucce venivano inghiottite dal ghiaccio e i cani dormivano sui tetti. Non c’erano acqua corrente né strutture di copertura. Uno dei funzionari aveva ammesso che potevano solo ordinare un miglioramento delle condizioni di vita degli animali, ma non potevano intervenire sul loro sfruttamento.

Al termine della stagione, grazie a una raccolta fondi, è stato possibile portare via una quindicina di cani. Dopo esperienze così difficili non tutti erano adatti all’adozione, ma quelli che lo erano hanno trovato in poco tempo delle buone famiglie. Guardando le foto è difficile credere che siano gli stessi animali.

Troppi soldi

Kamila, originaria della Polonia, ha lavorato quattro anni in allevamenti, cambiandone tre. Dove aveva iniziato i cani erano cento e il responsabile preferiva addirittura assumere personale senza esperienza. Secondo lui, gli esperti avevano troppo da dire e spesso creavano problemi. Le guide avevano una sola pausa al giorno su dieci ore di lavoro, con contratti precari e straordinari non pagati. Erano per lo più stranieri che non conoscevano le leggi norvegesi sul lavoro.

Kamila non ha visto picchiare gli animali ma ne ha visto gli effetti.

“In questo settore è facile partire per la tangente”, dice. “La passione può trasformarsi velocemente in un business. E nel processo si perde di vista quel che conta davvero. Se si vuole vendere l’esperienza delle corse in slitta, bisogna che sia più costosa, esclusiva, non di massa”, continua, riflettendo su cosa si potrebbe fare. “Non lontano da me vive una coppia: hanno sedici cani e qualche volta alla settimana organizzano escursioni che durano tutta la giornata. Questo seleziona fin dall’inizio chi è davvero interessato. In un’escursione del genere il cane fa la giusta quantità di movimento e il turista può imparare qualcosa. Ma non credo che possa essere il modello per il futuro di questo tipo di turismo. I soldi in ballo sono tanti e la giornata è breve. Bisogna far partecipare il maggior numero di persone”.

Il tema delle escursioni con i cani da slitta supera i confini della Norvegia. Nella Svezia settentrionale incontro Annette. È l’unica veterinaria nel raggio di ottanta chilometri e non ha idea di quanti cani possano esserci nella sua zona. Secondo lei la cosa peggiore è che oggi in questo settore entrano i proprietari di hotel che non sanno nulla di cani. Comprano una muta e poi assumono qualcuno che si spaccia per esperto. Non è il proprietario a curare gli animali, ma un dipendente. E non si sa bene su chi ricada la responsabilità.

Annette sa che molti proprietari sopprimono da sé i propri cani. Spiega anche che la legge svedese lo consente, specificando addirittura in che modo e con quale arma si può fare, a seconda dell’età dell’animale: “Quelli che arrivano da me sono già fortunati. Ho visto tumori alle zampe grandi come un pugno, ferite che non guarivano da mesi, casi terribili di negligenza. Non voglio pensare cosa succede ai cani che non vedrò mai”.

Poi aggiunge: “Si dice sempre che questi animali amano correre. Ed è vero. Ma quasi a nessuno viene in mente che sono animali intelligenti e che percorrere sempre gli stessi tragitti di pochi chilometri li annoia da morire”.

Secondo Annette l’unica soluzione è vietare l’uso dei cani nel settore turistico. È come fare una passeggiata in groppa a un elefante o accarezzare le tigri durante le vacanze all inclusive in altre parti del mondo: “Se qualcuno fosse davvero interessato ai cani e volesse passare qualche giorno ad approfondire l’argomento in una struttura più piccola, dovrebbe semplicemente chiedere: quanti cani avete? Hanno tempo per correre liberamente? Dove sono i cani più anziani? E infine: avete un veterinario?”.

Le ispezioni sono ferme

Anni fa Nina aveva iniziato come responsabile di un canile, ma dopo quell’esperienza si era promessa che non sarebbe mai più salita su una slitta (tra le altre cose, aveva visto il proprietario dell’allevamento infilare in sacchi neri i cani a cui lui stesso aveva sparato e gettarli nella spazzatura). Oggi gestisce un rifugio per animali a Ivalo, nel nord della Finlandia, e raccoglie prove di violazioni sistematiche dei diritti degli animali.

Sul sito della Sey, la più grande organizzazione finlandese per la difesa dei diritti degli animali, di recente è stato pubblicato un servizio sulle escursioni con gli husky. Nel video si vedono cani bloccati alla catena, femmine immobilizzate insieme ai cuccioli in gabbie metalliche subito dopo il parto, ferite aperte, carcasse infilate nei sacchi. Le testimonianze stanno aumentando e i lavoratori del settore sono sempre più vigili. È grazie a loro se è possibile smascherare gli abusi.

Chiedo un commento sul tema alla Noah, la più grande organizzazione norvegese per la difesa dei diritti degli animali. La direttrice, Siri Martinsen, afferma che il benessere dei cani da slitta non è abbastanza monitorato e che non ci sono dati aggiornati sulla situazione degli animali impiegati nel settore turistico. Le informazioni disponibili, infatti, sono tratte dal rapporto Mattilsynet dell’anno 2018-2019, basato su un’ispezione statale in 323 canili che ha riscontrato irregolarità nel 25 per cento dei casi.

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Chiedo al Mattilsynet la frequenza degli interventi in seguito alle segnalazioni e lo stato dei lavori per migliorare le condizioni di vita dei cani. Ane Ramskjær, una consulente senior, mi conferma che quella è stata l’ultima ricerca ad ampio raggio, ma non spiega perché non sia stata ripetuta, nonostante le numerose irregolarità riscontrate e il rapido sviluppo del turismo di massa. Non dice neanche se siano stati fatti controlli in quel 25 per cento di canili che avevano delle irregolarità.

Scrivo al resort in cui lavorava Magda e chiedo un commento sulle accuse degli ex dipendenti. “Non ne sappiamo nulla”, è la risposta che ricevo dopo settimane dal nuovo direttore, un imprenditore locale, proprietario di decine di alberghi in tutta la Scandinavia. Ma poi ammette che c’erano state delle segnalazioni sul responsabile precedente, e per questo era stato sostituito. Hanno inoltre investito in un nuovo recinto, speso milioni di corone, e non c’è dubbio che ora i cani abbiano una vita meravigliosa.

Voglio sentire la versione dell’ex responsabile. So che ora lavora nel canile dove aveva iniziato Kamila. Nega tutti gli avvenimenti del resort. Il problema non era lui, ma quel posto. Dice che posso vedere di persona quanto i cani lo adorino. Parla molto e velocemente, non riesce a controllare i nervi.

Magda ora vive nel sud della Norvegia con il suo cane. Lavora in una piccola azienda turistica a conduzione familiare. Nel sud non esiste ancora il turismo con i cani da slitta, ma ha sentito che molti operatori della zona stanno pensando di avviare l’attività. Hanno già le aurore boreali e le renne, il pacchetto sarà completo. In qualche modo si organizzeranno. Si possono sempre assumere lavoratori esperti dal nord.

È passato un anno e mezzo da quando Magda ha lasciato l’allevamento.

“Il primo anno non dormi, ti torna tutto, sei sempre lì con la testa. Dopo ti abitui alla tua impotenza di fronte alla situazione, prendi le distanze”, dice. “Non voglio iniziare una guerra culturale. Per gli abitanti del nord è una tradizione e non smetteranno di farlo. L’unica cosa per cui continuerò a lottare è l’introduzione di restrizioni per gli allevamenti turistici, perché altrimenti questa storia non finirà mai. I cani hanno bisogno di diritti sul lavoro”.

Nel resort aveva sentito dire che i cani da slitta uccisi diventano aurore boreali, e da allora ha smesso di guardare il cielo.

(Traduzione di Barbara Delfino)

©Ilona Wiśniewska

Ilona Wiśniewska è una giornalista e fotografa polacca, autrice di Bagliore. Viaggio al limite estremo della Groenlandia (Iperborea 2026). Sabato 3 ottobre 2026 sarà al festival di Internazionale a Ferrara.

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