29 maggio 2020 15:43

Questo articolo è uscito nel numero 1184 di Internazionale.

Dylan, un labrador giallo di tre anni, salta giù dal furgone e va dritto verso Beth, una volontaria che se ne sta da sola in mezzo al vialetto con una benda nera sugli occhi. È la seconda volta che s’incontrano. A giudicare dal comportamento di Dylan, che agita la coda come un metronomo, i suoi ultimi giorni di addestramento come cane guida sono stati felici. La sua addestratrice, Natalie Garza, lo presenta a me e a mia figlia. Dylan china la testa per farsi accarezzare, ma si capisce chiaramente che non ci sta mettendo il cuore. È concentrato sul suo compito: guidare Beth, che in realtà ci vede benissimo, in una passeggiata di prova attraverso un quartiere periferico di Austin, in Texas.

Per Dylan, mi spiega Garza, guidare un volontario che vede è un lavoro ancora più difficile. Soprattutto perché deve enfatizzare i segnali che invia a Beth, segnali di cui una persona cieca abituata a spostarsi senza vedere non avrebbe bisogno. Dylan, che presto sarà assegnato al suo partner non vedente, oggi non può permettersi di prendere scorciatoie. “Questi cani salvano la vita alle persone”, mi ricorda Beth mentre Garza in fila la pettorina attraverso la testa di Dylan e gliela sistema. Ora Dylan deve concentrarsi. E lo fa: la passeggiata è un successo. Il momento migliore, secondo Garza, è quando Dylan guida Beth lungo un marciapiede sconnesso che corre parallelamente a una siepe dietro la quale due cani ringhiano furiosamente. Per la maggior parte degli appartenenti alla razza canina quella distrazione sarebbe irresistibile. I miei due cani sarebbero scesi subito sul piede di guerra. Ma per Dylan è come se non succedesse niente. Non drizza neanche un orecchio.

Grazie all’addestramento, Dylan fa bene il suo lavoro. Tiene lo sguardo fisso sui possibili ostacoli – in gran parte radici di alberi affiorate sul marciapiede – e avvisa Beth dei pericoli prima di procedere. È sempre molto cauto: si ferma perfino davanti a un ramo basso sotto il quale Beth può tranquillamente passare e aspetta che lo tocchi per riconoscerne la presenza. “Bravo ragazzo”, lo rassicura lei prima di dargli con la mano il segnale di procedere. “Ora andiamo sul marciapiede”, dice. Camminando pochi metri davanti a lei, Dylan si ferma e si siede, segnalando a Beth che è il momento di salire il gradino. E lei lo fa. “È facile fidarsi di Dylan”, dice la ragazza, mentre il cane con le sopracciglia alzate guarda Garza in attesa di un biscotto. Ne riceve più di uno.

L’abolizionismo parte dalla premessa che il rapporto tra animali ed esseri umani in realtà è una forma di sfruttamento

Né io né mia figlia avevamo mai visto un tipo d’interazione simile, e francamente siamo commossi. Osservare Dylan e Beth al lavoro, pensare all’intimità del loro legame, per non parlare di quello che significa, ci provoca un’emozione pura e semplice. È difficile immaginare che qualcuno possa avere da ridire su questo rapporto unico tra due specie, che si è evoluto per diventare esattamente come ci appare: utile per entrambi.

Ma è per questo che dio ha creato i filosofi, soprattutto i filosofi che si occupano dei diritti degli animali. Vista dall’esterno l’espressione “diritti degli animali” fa pensare a vegani pacifisti che predicano di “non far male agli animali”. In realtà i paladini degli animali sono un gruppo caratterizzato da fratture interne e contrasti tra personalità molto forti. Un’ala particolarmente polemica del movimento, che in genere è chiamata abolizionista, è moralmente contraria non solo al ruolo di Dylan come cane guida, ma a tutti i tipi di addomesticamento degli animali. Per gli abolizionisti mucche, maiali, galline, tacchini, capre, e secondo i più severi anche i tanto amati cani, gatti e criceti, sono creature di cui gli esseri umani dovrebbero favorire l’estinzione.

In un paese come gli Stati Uniti, dove si spendono più di sessanta miliardi di dollari all’anno per gli animali domestici, la loro opinione non è molto popolare. Eppure non è un’idea campata in aria. L’abolizionismo parte dalla premessa che il rapporto tra animali ed esseri umani, per quanto possa sembrare utile per entrambi, in realtà è una forma di sfruttamento. Perché gli animali addomesticati diventano di proprietà dei loro padroni e soprattutto, dato che sono stati geneticamente modificati per sviluppare le caratteristiche desiderate dagli esseri umani, i loro interessi sono automaticamente subordinati ai nostri. Su queste fragili fondamenta, sostengono gli abolizionisti, non è mai possibile stabilire un rapporto uomo-animale moralmente accettabile, o comunque un rapporto in cui l’animale gode del rispetto e dell’autonomia che merita. Gary Francione, un filosofo e docente di diritto alla Rutgers university, ha formulato questa tesi in modo più dettagliato di chiunque altro.

Muscoloso, energico e portato a polemizzare per temperamento, Francione, che ha 62 anni, ha messo l’abolizionismo al centro della posizione animalista sull’addomesticamento. Nel libro The abolitionist approach, scritto insieme alla sua compagna Anna Charlton, sostiene che, pur essendo obbligati a occuparci degli animali addomesticati finché sono in vita,“dobbiamo fare in modo che non esistano più”. Per essere chiari, Francione non parla solo degli animali che alleviamo per ottenere cibo e pellame o per la ricerca medica. La sua teoria si estende a tutti gli animali domestici, perché “l’addomesticamento non è più moralmente accettabile”.

Ma senza dubbio, penserà qualsiasi persona ragionevole, si può fare eccezione per i casi come quello di Dylan e dei suoi simili, animali intelligenti che aiutano gli esseri umani a integrarsi nella società e che sono ricompensati con il cibo, i giochi, un rifugio e un letto caldo. Quando gliel’ho chiesto, Francione ha ribadito: “Sono contrario all’idea di continuare a produrre non umani addomesticati a qualsiasi scopo. Questo comprende l’uso dei cani per guidare i non vedenti, per trovare bombe o droga, e quello dei primati per aiutare le persone sulla sedia a rotelle”.

In una torre d’avorio
Questa non è la rigida posizione di un pazzo chiuso in una torre d’avorio. Francione, che si occupa personalmente di cinque o sei cani abbandonati e ha combattuto generosamente come attivista vegano, attribuisce talmente tanto valore agli animali senzienti da mettere i loro interessi fondamentali sullo stesso piano di quelli degli esseri umani. “Non possiamo giustificare l’uso dei non umani come risorse più di quanto possiamo giustificare la schiavitù”, ha scritto. Il suo rifiuto dell’addomesticamento non nasce da un pregiudizio nei confronti degli animali da allevamento o di quelli domestici (a differenza, per esempio, del filosofo J. Baird Callicott, che definisce gli animali addomesticati “manufatti viventi allevati per essere docili, arrendevoli, stupidi e dipendenti”). Francione ritiene che gli animali addomesticati non possano mai sfuggire alla dipendenza dai loro padroni. “Adoro i miei cani”, dice, “ma questo non è il loro posto”.

Forse il rapporto di Dylan con la sua partner è utile a entrambi ma, alla fine dei conti, se per esempio anche Dylan dovesse avere dei problemi agli occhi, sarebbe lui l’elemento perdente della coppia. Gli esseri umani, secondo gli abolizionisti, offrono un’assistenza poco più che volontaria e arbitraria, che non garantisce nessuna sicurezza. Se la partner di Dylan decidesse di affidarlo a un canile o di sopprimerlo senza un motivo di salute, non c’è nessun ostacolo morale che potrebbe impedirglielo.

(Matthias Clamer, Getty Images)

Ma il problema non finisce qui. Anche se Dylan venisse trattato come un re, vivrebbe comunque una vita di servitù forzata per un padrone i cui bisogni (in questo caso quelli derivanti dall’incapacità di vedere) hanno la precedenza sulla sua libertà di vivere una vita relativamente autonoma. Ha mai dato il suo assenso a diventare un cane per ciechi? Gli abolizionisti direbbero che la situazione è intrinsecamente e irrimediabilmente ingiusta. Nel suo The abolitionist approach, Francione elabora questo concetto in un modo che non ammette repliche: “Siamo noi a decidere se e quando gli animali addomesticati devono mangiare, bere, urinare, dormire, fare esercizio fisico. A differenza dei bambini che, tranne in qualche raro caso, diventeranno componenti autonomi e partecipi della società umana, gli animali domestici non fanno parte né del mondo non umano né completamente di quello umano. Restano sempre nel limbo della vulnerabilità, dipendenti da noi per tutto quello che è importante per loro. Li abbiamo allevati perché siano obbedienti e servili o perché abbiano caratteristiche che sono dannose per loro ma piacevoli per noi. In un certo senso possiamo renderli felici, ma il nostro rapporto non può mai essere ‘naturale’ o ‘normale’. Per quanto bene li trattiamo, non appartengono al nostro mondo”.

Tutta questa angoscia per il destino degli animali domestici – perfino quelli che sono ben accuditi – può sembrare marginale rispetto alla realtà che conosciamo, se non addirittura il solito caso di uno studioso che si è fissato su una questione irrilevante.Ormai l’addomesticamento degli animali fa parte integrante della vita contemporanea, tanto da sembrarci una cosa normale. Non ci viene chiesto quasi mai di considerarlo come un fenomeno ben preciso che influisce in modo fondamentale sulla nostra vita. Questo vale soprattutto da quando i benefici dell’addomesticamento – la compagnia, la possibilità di avere carne a basso prezzo e accessori in pelle, giardini zoologici, cani da terapia, di fare ricerca medica – sono diventati più accessibili e sono considerati del tutto normali.

Cifre astronomiche
Ma esistono buoni motivi per analizzare gli effetti dell’addomesticamento. Dal punto di vista ambientale è una catastrofe. Negli Stati Uniti si allevano ogni anno circa tre milioni di capre, 57 milioni di maiali, 90 milioni di mucche, 238 milioni di tacchini e 8,5miliardi di galline. Gli statunitensi possiedono 78 milioni di cani e 74 milioni di gatti. Per tenere in vita questi animali – e, nel caso delle industrie, per ucciderli e trattarli – si spendono cifre astronomiche. La questione dei mangimi è particolarmente preoccupante. Negli Stati Uniti buona parte dei 340 milioni di ettari di terreno coltivati a soia e dei 360 milioni coltivati a mais producono mangime. Neanche i nostri animali domestici sono estranei a questo assurdo uso delle risorse naturali, dato che la fonte primaria del loro cibo sono i prodotti secondari della lavorazione industriale, soprattutto gli scarti della macellazione. Bisogna considerare, inoltre, che i campi di mais e di soia– senza contare i pascoli – costituiscono il 75 per cento dei terreni coltivabili e che la grande maggioranza dei pesticidi e dei fertilizzanti usati negli Stati Uniti sono impiegati su quei raccolti. Se si considera tutto questo, la famosa affermazione di Jared Diamond secondo cui l’agricoltura è stato “il peggior errore della storia della specie umana” comincia ad avere un senso. È stato l’addomesticamento degli animali, più di qualsiasi altro progresso, a dare origine a quell’errore.

Al di là delle conseguenze sull’ambiente, bisogna anche considerare alcune fondamentali implicazioni etiche. Come i cani e i gatti, gli animali da fattoria sono esseri senzienti. Provano piacere e dolore. Soffrono. Come dice il filosofo Tom Regan, si rendono conto di essere “soggetti di una vita”. Nel corso dei secoli molti pensatori, da Jeremy Bentham a Charles Darwin fino all’esperto di bioetica Peter Singer, hanno sottolineato il valore morale della coscienza e della vita emotiva degli animali. Dal punto di vista etico, uno dei maggiori errori dell’umanità moderna è il rapporto che ha stabilito con gli animali con cui condivide il pianeta, soprattutto con quelli che alleva. Come esseri coscienti che preferiscono la vita alla morte, queste creature – tutte geneticamente modificate per soddisfare i bisogni degli esseri umani – meritano sicuramente qualcosa di meglio.

Dal punto di vista dei diritti degli animali, il donchisciottesco progetto di Francione di abolire del tutto l’addomesticamento è forse la risposta più accettabile ai problemi che pone questa materia. Anche se è poco probabile che la sua proposta provochi un cambiamento radicale, banalizzare questo dilemma considerandolo una sorta di feticcio del movimento per i diritti degli animali sarebbe un errore. Mettere fine all’addomesticamento attraverso la graduale estinzione avrebbe conseguenze etiche e ambientali significative, che potrebbero radicalmente modificare il nostro rapporto sia con il pianeta sia con le creature che lo popolano. Solo per questo motivo Francione ha scelto la battaglia giusta. Se la vincerà o meno ovviamente è un’altra questione.

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Come spesso succede per i grandi intellettuali, la sostanza della proposta di Francione è inseparabile dal suo stile. È un abile polemista e il suo messaggio è logico, coerente e ben documentato. Ripete le sue argomentazioni in modo martellante. Questa incrollabile tenacia, accentuata da un considerevole carisma, gli ha fatto guadagnare molti seguaci (i “franciobot” come li chiamano i suoi avversari), ma anche molti nemici, la maggior parte dei quali attacca più l’arroganza del suo stile che il contenuto delle sue proposte.

Quasi tutte le invettive contro Francione sono attacchi del peggior livello dei social network. Ogni tanto qualcuno le elabora in termini più espliciti. Una volta Francione ha definito Steve Best, filosofo dell’università del Texas a El Paso, un reclutatore di studenti per il Fronte di liberazione degli animali (un gruppo che ammette l’uso di tattiche di resistenza illegali, compresa la distruzione di proprietà private). In risposta Best ha scritto sul suo blog: “Quando indossa la sua maschera pubblica, Francione appare come un uomo di sani princìpi, professionale, corretto e gentile, ma in privato è arrogante, prepotente, offensivo, ambiguo, aggressivo e villano”. Di recente Tobias Leenaert, cofondatore di Ethical vegetarian alternative (Eva) ed ex sostenitore di Francione, ha criticato “quelli che lo seguono nella sua negatività senza riflettere”, invitando gli attivisti “a prendere coscienza di quanto sia dannoso il suo atteggiamento”. All’interno del movimento molte persone considerano queste polemiche sul messaggio di Francione e sul suo carattere un elemento di distrazione dal tentativo più generale di aiutare gli animali.

Francione di solito ignora queste polemiche e diffonde il suo messaggio abolizionista con accanita coerenza, senza lasciarsi coinvolgere nelle baruffe accademiche. Ma non è tanto superiore da non rispondere a chi lo critica. Sul suo blog ha scritto un post intitolato: “Molte persone sono arrabbiate con me, e hanno ragione”. Contrariamente a quello che farebbe pensare il titolo, Francione non ha fatto concessioni, ma ha ribadito di avere ragione. Le sue tesi sono rimaste sorprendentemente invariate da più di trent’anni e il messaggio di Francione resta divisivo quanto centrale per i fondamenti teorici del movimento per la difesa dei diritti degli animali. Né la sua tesi abolizionista né il suo stile aggressivo hanno mai dato segno di volersi ammorbidire.

Stranamente, la sfida più interessante alle teorie di Francione viene dall’esterno dei tradizionali circoli animalisti. Will Kymlicka ha 53 anni ed è un politologo canadese che si è formato a Oxford e attualmente insegna filosofia politica alla Queen’s university di Kingston, in Canada. Kymlicka ha incentrato i suoi studi sul multiculturalismo politico, e in particolare sul corretto trattamento dei gruppi minoritari. Nel 2011, con sua moglie, la ricercatrice indipendente Sue Donaldson, ha pubblicato Zoopolis. A political theory of animal rights, un saggio che estende le teorie sull’inclusione multiculturale agli esseri non umani, facendoli così entrare a pieno titolo nel dibattito sui diritti degli animali. Il libro ha catturato l’attenzione degli appassionati del settore come non succedeva dalla pubblicazione di Liberazione animale di Peter Singernel 1975. Kymlicka e Donaldson pensano che l’attuale visione dei nostri obblighi morali nei confronti degli animali sia giusta ma incompleta. I progetti degli attivisti, scrivono, sono “molto lontani dall’opinione pubblica reale”, cioè non tengono conto di quello che pensano le persone comuni su come migliorare la vita degli animali. Zoopolis cerca di aggirare questo problema affrontando la necessità di trattare meglio gli animali domestici con un approccio accademico, ma allo stesso tempo in un modo che lo rende accessibile all’opinione pubblica, cosa che gli abolizionisti, da sempre una categoria a parte, non sono mai riusciti a fare. La soluzione, sostengono, non è la fine dell’addomesticamento degli animali – cosa che considerano sia moralmente sbagliata sia lontana dal sentimento popolare – ma il suo esatto opposto: gli animali domestici dovrebbero essere considerati veri e propri cittadini. L’addomesticamento, secondo loro, non significa necessariamente sfruttamento. Può anche portare all’inclusione nella società civile.

Cittadinanza animale
Nella bocca degli scettici e dei non addetti ai lavori questa proposta si trasforma presto in facili battute sul fatto che anche i cani e i gatti dovrebbero andare a votare. Ma quando Kymlicka e Donaldson la spiegano, la tesi della cittadinanza animale assume un’inaspettata eleganza, se non una sua dignità. Chiunque pensi che c’è qualcosa che vale la pena di salvare nel rapporto tra Dylan e Beth, per esempio, tenderà inevitabilmente a essere attirato dall’idea di un cittadino animale, un’idea che praticamente è un mattone lanciato contro la finestra delle teorie convenzionali sui diritti degli animali da una coppia molto garbata che non potrebbe, almeno per il temperamento, sembrare più aliena dalle dispute accademiche.

Prima di sviluppare il tema centrale del libro, Kymlicka e Donaldson prendono in esame due delle teorie fondamentali degli abolizionisti. A proposito della loro affermazione secondo cui gli animali addomesticati sarebbero soggetti a vari tipi di dipendenza, si chiedono: e chi non lo è? “La dipendenza”, scrivono, “è un fatto inevitabile della vita per tutti noi”. Anche se “è indiscutibile che gli animali domestici sono a volte soggetti a trattamenti indegni”, è comunque “un errore attribuire quell’indegnità al loro stato di dipendenza dagli esseri umani”. Nessuno di noi è davvero indipendente. E non dovremmo neanche desiderarlo. Contiamo di continuo sugli altri per soddisfare i nostri desideri e i bisogni fondamentali. Questo vale sia per gli umani sia per i non umani. Ma questa dipendenza reciproca permette alla società civile di funzionare.

(Matthias Clamer, Getty Images)

Kymlicka e Donaldson respingono anche la tesi che l’addomesticamento sia incompatibile con una “buona vita”. Per Francione gli animali addomesticati sono “prigionieri del nostro mondo”; altri teorici dell’abolizionismo, come Joan Dunayer, hanno definito il loro ruolo una “partecipazione forzata”. Kymlicka e Donaldson, al contrario, considerano questi giudizi incompatibili con quello che vediamo tutti i giorni nei nostri salotti o nelle piccole fattorie a conduzione familiare. “Conosciamo animali da compagnia che vivono bene”, spiegano. “Sembrano felici nella comunità delle fattorie, dove nascono solide amicizie tra specie”. Partendo dagli esempi quotidiani di animali domestici che convivono felicemente con altre specie, per esempio nei rifugi per animali da fattoria, riducono le loro osservazioni a un’unica domanda: “Se questo mondo senza sfruttamento fosse possibile, non sarebbe preferibile all’estinzione degli animali domestici?”.

Per rispondere alla domanda bisogna rivedere, almeno in parte, il significato della parola cittadino. La cittadinanza prevede la partecipazione alla vita di una comunità per definirne la cultura e le istituzioni. Tradizionalmente questo compito implica anche la condivisione di “una concezione del bene”, la capacità di ragionare sui princìpi di quella concezione e di discutere le regole e le norme che servono per applicarla. Insomma richiede un certo grado di agentività cognitiva. Ma il problema è proprio qui: se la cittadinanza è “vista in termini cognitivisti, gli animali sembrano effettivamente incapaci di essere cittadini”. Se gli animali sono incapaci di essere cittadini, i loro interessi tornano a essere subordinati ai capricci degli sfruttatori umani. E i loro difensori continueranno a trovarsi nella contraddittoria condizione di dover chiedere l’estinzione delle creature che vogliono proteggere.

Per eliminare quest’ostacolo, gli autori fanno una mossa intelligente. Osservando che il criterio di tipo cognitivo per stabilire il diritto alla cittadinanza esclude anche “i bambini, i disabili mentali, le persone affette da demenza e quelle che sono temporaneamente incapaci di intendere e di volere a causa di una malattia o di un incidente”, si appoggiano agli studi sulla disabilità per includere il concetto di “agentività dipendente” in quello di cittadinanza. Questo significa che “chi è gravemente disabile dal punto di vista cognitivo può essere un agente”, anche se la sua è una capacità “esercitata attraverso i rapporti con particolari persone di cui si fida e che hanno le competenze necessarie per assisterlo”.

Vediamola come una sorta di tutela benevola, anche se improntata a un assoluto dovere morale, non molto diversa da quella che esercitano i genitori sui figli quando sono piccoli. Non si tratta di mettere sullo stesso piano morale le persone disabili e gli animali sani (o i bambini indisciplinati). Per Kymlicka e Donaldson equiparare certi animali ai disabili mentali significa fare spazio nella società civile a quelli che uno studioso delle disabilità chiama “i cittadini che non comunicano”, una categoria abbastanza ampia da includere sia i disabili mentali sia gli animali domestici. Con questo “nuovo e più inclusivo concetto di cittadinanza”, scrivono Kymlicka e Donaldson, possiamo finalmente “estendere la giustizia e l’appartenenza a gruppi che storicamente sono sempre stati subordinati”.

Teoria politica
Naturalmente tutto questo sembra un po’ forzato. È facile immaginare miliardi di creature che saccheggiano le risorse umane, fanno la cacca dappertutto e mangiano i bambini. Ma la forza profonda di Zoopolis sta nel suo rifiuto di attenersi solo alla teoria politica. Tenta anche di rafforzarla con i dettagli pratici di come potrebbe funzionare una cittadinanza addomesticata. E questa prospettiva riesce a volte ad apparire realistica, razionale e accettabile.

I fattori a sostegno di una cittadinanza animale alternativa all’arbitrario assoggettamento o all’estinzione sono diversi. Il più importante è che se gli esseri umani smettessero di allevare gli animali per mangiarli– cosa che non potrebbero fare con i loro concittadini – il numero degli animali domestici diminuirebbe notevolmente, rendendo la loro presenza meno problematica. Senza dubbio i cittadini animali godrebbero di una certa libertà riproduttiva, non di una totale libertà sessuale. Del resto gli animali domestici la vorrebbero comunque: molti individui di tutte le specie non corrispondono allo stereotipo del coniglio e non si riproducono affatto. Insomma, gli animali potrebbero accoppiarsi, ma il loro numero non salirebbe alle stelle. Kymlicka e Donaldson insistono anche nel sostenere che i nostri obblighi morali nei confronti degli animali non sono gli stessi che abbiamo nei confronti di altri esseri senzienti. Gli animali selvatici e “liminali” (quelli che vivono tra noi, ma non sono addomesticati) sono categorizzati in modo diverso e, di conseguenza, non sono soggetti agli stessi obblighi della cittadinanza. Inoltre, e forse questo è il punto più discutibile, gli autori sono convinti che sia giustificabile, con tutta una serie di distinzioni, usare gli animali. “Usarli non significa necessariamente sfruttarli”, scrivono. E una volta stabilito questo, avremmo, come in qualsiasi stato, i criteri per determinare chi può essere un cittadino, chi può diventarlo e in quale modo contribuirà alla società.

Nonostante la visione ottimistica della cittadinanza animale, Kymlicka e Donaldson non hanno scritto il copione di un film della Disney. La loro teoria richiede notevoli aggiustamenti, e quasi tutti piuttosto seccanti. A proposito della mobilità, per esempio, gli esseri umani dovrebbero eliminare molti divieti di accesso degli animali agli spazi pubblici e privati. Le galline dovrebbero poter accedere tranquillamente ai giardini delle nostre case di città e ai nostri bidoni di compostaggio, e i cani ai nostri ristoranti e ai nostri parchi. Sarebbe ovviamente necessario imporre limiti diversi ad animali diversi – nessuno propone la mobilità illimitata – ma il principio guida sarebbe partire dal presupposto che gli animali hanno “la capacità di inserirsi nella vita sociale” e che questo non dovrebbe essergli impedito con “limitazioni arbitrarie alla loro libertà di movimento”.

Assistenza sanitaria
In questo nuovo mondo dovremmo anche avere il dovere di proteggere i cittadini animali da qualsiasi danno provocato dall’attività umana, da altri animali e perfino dall’ambiente, in caso di catastrofi naturali. Dato che nell’ambito del diritto penale i diritti di una persona sono stabiliti dalla comunità, questo dovrebbe valere anche per i cittadini animali. E dato che grazie a una politica più illuminata ormai l’assistenza sanitaria sta diventando un diritto, gli esseri umani sarebbero obbligati anche a creare “un sistema di assistenza sanitaria per gli animali”. Dovremmo garantirgli l’accesso a una corretta alimentazione. In quanto cittadini, molti avrebbero anche diritto alla rappresentanza politica (ma non da parte di altri animali), che se gestita onestamente, seppur paternalisticamente, è la premessa della vera cittadinanza.

L’onere di una più stretta collaborazione non ricadrebbe solo sugli esseri umani. Anche gli animali avrebbero degli obblighi. Se ti comporti male e dimostri una volta di troppo di essere asociale, anche tu, cittadino animale, puoi essere condannato a una qualche forma di relativo isolamento (pur avendo diritto a una rappresentanza legale) o a seguire un programma di riabilitazione. Non escludendo la possibilità di “usare” i cittadini animali nella società civile, gli autori si allontanano dalle tradizionali posizioni dei difensori dei diritti degli animali, consentendo un giudizioso consumo di certi loro prodotti e servizi. Sembra che non ci sia nessun vincolo morale – o almeno niente che contrasti con lo status di cittadino – che vieti di prendere la lana dalle pecore, le uova dalle galline e, in qualche raro caso, il latte dalle mucche. Né sembra essere necessariamente in contraddizione con la cittadinanza andare a cavallo, far pascolare il bestiame nei prati, chiedere ai buoi di tirare un aratro o tenere i maiali come animali domestici per liberarsi dei rifiuti, come si faceva in città nell’ottocento.

(Colin Hawkins, Getty Images)

Kymlicka e Donaldson ammettono che per istituire la cittadinanza animale servirà una procedura ad hoc e prevedono innumerevoli complicazioni. Se il tuo cane la fa in un ristorante? Se il tuo maialino stacca un orecchio al chihuahua del vicino in un parco? E come ci si regola quando la giovenca è alla terza gravidanza? Bisogna castrare il toro che continua a saltare la siepe? Bisogna farla abortire? O è meglio separare con la forza i due amanti? C’è da aspettarsi il caos. Ma la nostra società, potrebbe dire qualcuno, non è certo un modello di buona condotta. Un morso umano può essere più dannoso di quello di un animale. In alcune città, le deiezioni umane preoccupano quanto quelle canine. Le gravidanze indesiderate sono piuttosto comuni. Gli animali non si ubriacano, non commettono atti di bullismo e non usano il cellulare alla guida dell’auto. E gli animali sono creature socievoli quanto gli esseri umani.

Insomma, la società civile ha i suoi momenti di equilibrio razionale, ma può anche essere molto caotica. Se non altro, i cittadini animali potrebbero ristabilire un po’ d’ordine, come spesso fanno con la loro semplice presenza nella nostra vita (per esempio, nelle prigioni i gatti riducono il tasso di violenza tra i detenuti). Quindi non sarebbe preferibile adottare questa soluzione? Come mi ha detto Donaldson di recente, “se gli animali avessero un maggior controllo sulla loro vita, scopriremmo che i nostri obiettivi sono complementari”.

La fattoria di Renee King
Per valutare questa possibilità in un contesto concreto – e forse trovare la risposta a una domanda che mi metteva sinceramente in difficoltà – ho deciso di andare a visitare un posto in cui esseri umani e animali formano quella che si avvicina molto alla società civile immaginata da Kymlicka e Donaldson. Nel Rowdy girl sanctuary di Angleton, in Texas, a un’ora di macchina da Houston, vivono 88 animali di sei specie diverse. In quel tiepido pomeriggio all’inizio di marzo gli animali erano incredibilmente tranquilli. L’unica cosa che ho sentito scendendo dalla macchina è stato il vento che agitava l’erba di un campo.

A compensare quel silenzio c’era Renee King, la frenetica proprietaria del rifugio. Correva di qua e di là gridando vari ordini a voce molto alta, chiedendo ai suoi ospiti di riunirsi nella sala d’aspetto e firmare i moduli per la visita, ammonendo i cani (“se volete restare qui dovete stare buoni”), pregando suo marito Tommy di riportarli fuori (perché non stavano buoni), mettendo in imbarazzo un papà il cui neonato aveva cominciato a piangere (“non posso parlare se continua così”), avvertendo gli altri ospiti di stare “lontano dalla siepe di filo spinato”. C’era un gran chiasso, eppure – anche se non aveva mai sentito parlare di cittadinanza animale prima del mio arrivo – King stava tenendo a bada meglio che poteva le componenti mobili di un delicato esperimento di convivenza tra specie.

Gli animali del Rowdy girl hanno accesso a una serie di spazi aperti e possono scegliere quando mangiare il cibo che gli serve per vivere. Sono ben tenuti e interagiscono con gli altri animali più o meno come vogliono (solo i cani sono stati addestrati a non importunare le galline). Si è tentati di considerare questo posto un semplice zoo di lusso, ma il Rowdy girl, come tutti i rifugi ufficiali, si occupa degli animali fino a quando non muoiono di morte naturale (in casi estremi devono essere soppressi perché soffrono troppo), senza mai usarli a scopo di lucro. Gli animali devono comportarsi in modo appropriato alla loro specie, e King – che fa yoga con un paio di mucche capricciose per aiutarle a rilassarsi – si impegna a far funzionare le cose. In pratica, se voi foste un animale senza casa, è qui che vorreste finire.

Le preferenze di alcuni cittadini animali mi sono subito apparse evidenti. Un tacchino di nome Cooper ha seguito la nostra visita per più di due ore, gironzolando tra noi, chiocciando e sbattendo le ali. Quando siamo tornati indietro e ci siamo fermati in un garage per fare qualche domanda, Cooper è apparso visibilmente irritato e ha starnazzato per protesta. Altre aspirazioni mi sono state fatte osservare. Una maialina di nome Penny preferiva le mele, ma solo se erano tagliate a metà. Un’altra che si chiamava Ivy si lasciava grattare sul dorso ma non sul muso. Al maiale Herman piaceva che le persone cantassero per lui, cosa che abbiamo fatto tutti in coro mentre lui ci fissava con lo sguardo vuoto e urinava. Alle mucche che amavano particolarmente la compagnia era consentito l’accesso a un pascolo dove potevano “socializzare”. Abbiamo interagito con gli animali facilmente e senza che nascesse alcun conflitto, camminando liberamente tra maiali, mucche, galline, cani, cavalli e l’onnipresente Cooper. Verso la fine della visita ho notato due ragazze che davano da mangiare delle carote a un gruppetto di cavalli e che, evidentemente sopraffatte dalla loro equina maestà, sono scoppiate a piangere quando gli animali si sono gettati a terra e hanno cominciato ad agitarsi rumorosamente nella polvere.

Se Rowdy girl in qualche modo risponde ai criteri generali della cittadinanza proposti da Kymlicka e Donaldson, per altri versi si discosta da quel modello. Anche se accetta volentieri una donazione di venti dollari per contribuire al finanziamento del rifugio, King si rifiuta di vendere le uova delle galline che razzolano liberamente, uova che, mi ha detto suo marito, spesso finiscono per marcire. Quando ho insistito perché mi spiegasse il motivo, King ha detto che a volte i maiali mangiano le uova, ma la vera ragione era che secondo lei non è giusto“andare nel campo a raccogliere l’ovulo di una gallina e mangiarlo a colazione”. E il discorso è finito lì. La sua risposta rilette la tipica logica abolizionista (anche se portata all’eccesso), rinforzata dalla convinzione che salvare gli animali è nobile, mentre usarli per i nostri scopi è immorale. Le magliette e i berretti con gli slogan vegani indossati da almeno la metà dei visitatori quel giorno ricordavano chiaramente il messaggio di Francione: gli animali addomesticati che già esistono devono essere curati ma, prima o poi, devono sparire dalla faccia della Terra per evitare ulteriore sfruttamento. Il fatto che King impedisce agli animali di riprodursi, castrandoli e sterilizzandoli, sottolinea ulteriormente la sua adesione, anche se non dichiarata, al credo abolizionista. L’unica studiosa che King ha citato in tono di approvazione durante la visita è stata la sociopsicologa Melanie Joy, un’influente autrice di libri sui diritti degli animali che considera l’addomesticamento frutto del “predominio maschile”.

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In seguito ho chiesto anche a King dispiegarmi quella che mi sembrava una contraddizione. Da una parte, il suo rifugio partiva dal presupposto che sul piano morale gli animali fossero uguali agli esseri umani, e questo spiegava la decisione di non mangiare le uova di gallina o perino di non usare il letame prodotto dalle mucche. Dall’altra, gli animali venivano privati della fondamentale libertà di riprodursi, anche se questo veniva fatto con la massima cura. Alla fine lo scopo di tutto quel lavoro era l’estinzione di animali che moralmente venivano considerati sullo stesso piano degli umani. Come si conciliavano le due cose?

King ha emesso un sospiro, leggermente esasperata dalla mia domanda. “La nostra organizzazione”, ha detto, “ha una missione precisa. Ci sono troppi animali che hanno bisogno di essere salvati. Facciamo quello che possiamo. È una questione di numeri. Alcune delle mie galline sono state portate via da un recinto di El Paso dove organizzavano combattimenti tra galli. Ho un branco di mucche appena arrivate dalla Florida. Non dovremmo più far nascere animali come questi. Non c’è spazio. Perché dovrei volere che ce ne fossero di più?”. Ho annuito e sono arrivato a quella che, almeno da qualche giorno, mi sembrava la conclusione più ovvia: nonostante tutto aveva ragione lei. Il pianeta brulica di animali domestici.

Il nuovo partner
Un mese dopo la mia prima visita ho telefonato a Natalie Garza. Mi ha detto che Dylan e il suo nuovo partner, un pensionato non vedente che non aveva mai collaborato con un cane, stavano benissimo. Natalie era entusiasta dei loro progressi. Quel successo era dovuto in parte al fatto che l’uomo aveva avuto dei cani. Inoltre la sua ex moglie aveva lavorato in un canile e sua figlia era tecnica veterinaria. Natalie mi ha parlato anche di Dylan. Mi ha detto che se la stava cavando benissimo, s’incontrava spesso con altri cani, passava molto tempo in un grande giardino e, quando “non lavorava”, amava fare molta attività fisica. Era in ottima forma. “Penso che le loro personalità siano simili”, ha commentato a proposito di Dylan e del suo partner. Le ho detto quant’era stato importante per me e mia figlia vederlo imparare il suo mestiere, e che il suo nuovo partner era proprio fortunato. Alla fine Natalie mi ha invitato a tornare quando volevo per vedere come se la cavava. “Oh, un’altra cosa”, ha detto prima di riagganciare. “Noi chiamiamo il partner ‘padrone’”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Da sapere
L’addomesticamento

◆La diffusione dell’addomesticamento, o domesticazione, degli animali risale a circa dodicimila anni fa, all’epoca della rivoluzione neolitica, quando comparve l’agricoltura. Gli studi più recenti rivelano che il processo non fu lineare: molte specie sono tornate più volte allo stato selvatico prima di diventare domestiche. Inoltre la domesticazione di alcuni animali, come i cani, non ebbe un’unica origine ma avvenne in luoghi e momenti diversi.

◆L’archeologa statunitense Melinda Zeder individua tre principali “vie” della domesticazione. La via diretta: gli esseri umani amplificano i tratti di una specie, per esempio selezionano gli asini più adatti a trasportare i carichi. La via della preda: invece di cacciarli, gli esseri umani cominciano ad allevare gli animali, come è successo con le mucche o i maiali. La via commensale: attratti dalle fonti di cibo presenti negli insediamenti umani, alcuni animali instaurano un rapporto di convivenza e nel tempo si addomesticano essenzialmente da soli, come i cani e i gatti. Aeon


Questo articolo è uscito nel numero 1184 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato sulla Virginia Quarterly Review con il titolo Citizen canine, comrade cow.