Da circa un anno, il mio compagno consulta ChatGpt o Claude prima di prendere quasi ogni decisione. Deve scrivere un’email? Claude gli propone uno strumento che lo fa al posto suo. Deve negoziare il rinnovo del contratto d’affitto? Lo sottopone all’intelligenza artificiale per avere una risposta. Parla con ChatGpt ogni giorno e ha la sensazione che lo conosca meglio di quanto lui conosca se stesso. Ha perfino analizzato le nostre discussioni, per capirle meglio.

Tempo fa attraversava un periodo di stallo al lavoro e voleva ritrovare l’entusiasmo o almeno un po’ di speranza in una situazione professionale difficile. Ne abbiamo parlato diverse volte e gli ho dato dei consigli basati sulla mia esperienza. Qualche giorno dopo mi ha detto: “Ne stavo parlando con ChatGpt e ha fatto delle osservazioni giustissime”. Poi ha ripetuto esattamente gli stessi consigli che gli avevo dato io. A volte passa ore davanti al computer e non mi dedica il tempo e l’attenzione che merito.

Non ho nulla contro l’uso dell’ia per risparmiare tempo, se devi capire come arrostire un pollo o hai bisogno di trovare delle informazioni. Eppure, uno dei motivi per cui amo il mio compagno è la sua acutezza mentale e il suo senso critico. Usare l’ia per ogni decisione è una cosa che non capisco. Io sono convinta che dobbiamo sfruttare tutte le nostre risorse prima di rivolgerci alla tecnologia. Fare ricerche, usare fonti di prima mano e cercare di trovare da soli una soluzione.

_Ecco la mia domanda: come posso dirgli che la sua dipendenza dall’ia sta danneggiando il nostro rapporto? ChatGpt e Claude sono così profondamente entrati nella sua vita che non so bene come affrontare l’argomento.__–Lettera firmata_

L’intelligenza artificiale, compresa quella alla base di questi chatbot, è utile per tantissime cose (bisogna ricordare che è alla base di tante applicazioni e funzioni che non associamo all’intelligenza artificiale: i filtri antispam, i sistemi di navigazione, gli avvisi delle carte di credito, le comuni ricerche su internet e così via). Ma è risaputo che le nuove tecnologie portino a una perdita di competenze, all’erosione di capacità che un tempo le persone coltivavano. Socrate non aveva tutti i torti quando temeva che la diffusione della scrittura avrebbe indebolito la nostra memoria e la nostra capacità di attenzione.

Naturalmente, questa non è tutta la storia: la scrittura ha portato anche dei vantaggi. E ci sono molte abilità che possiamo perdere senza troppi rimpianti (ferrare i cavalli, ripiegare le cartine stradali). Ma una cosa che sicuramente non vogliamo perdere è una fondamentale capacità di pensiero critico. Questo sarebbe un esempio di deskilling “costitutivo”: la perdita di una capacità, come il giudizio, l’empatia o l’immaginazione, essenziale per la nostra esistenza morale o intellettuale. Ti sei innamorata di una persona che ragionava con la propria testa. È comprensibile che vederlo affidare quella sua capacità a una macchina possa renderlo meno attraente.

Nel Saggio sulla libertà del 1859, il filosofo britannico John Stuart Mill scriveva, a proposito di chi ha un proprio “progetto di vita”, che “deve usare l’osservazione per vedere, il ragionamento e il giudizio per prevedere, l’attività per raccogliere gli elementi necessari a decidere, il discernimento per prendere una decisione e, una volta presa, la fermezza e l’autocontrollo per mantenerla”. Perciò, uno dei rischi di delegare a una macchina il processo decisionale è che la tua vita in un certo senso smette di appartenerti, perché a guidarla non sono più il tuo ragionamento e il tuo giudizio.

C’è anche un altro rischio in ciò che descrivi. Lasciando che le conversazioni con il chatbot sostituiscano quelle reali, il tuo compagno sta impoverendo i suoi rapporti umani. Sembra che abbia perso di vista il fatto che un modello linguistico di grandi dimensioni non è una persona. Hai raccontato un episodio di quello che potremmo chiamare botsplaining invece di mansplaining: sentirsi spiegare dal chatbot, con l’autorità di una macchina, un buon consiglio che avevi già dato tu.

Viene anche da pensare che per lui il tempo con i chatbot valga più di quello passato con te. È comprensibile che tu ti senta estromessa. Digli chiaramente quello che provi. Una cosa è certa: ha fatto entrare una terza presenza in una relazione a due, e questa presenza parla fin troppo.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

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