L’uso dei droni come armi nei conflitti è sempre più diffuso. In Ucraina e in Medio Oriente, ma anche in guerre meno raccontate come quelle tra esercito e ribelli in Mali, in Sudan o in Birmania. Quello che forse è meno noto è quanto questi robot assassini siano diventati ostacoli senza precedenti per giornalisti e fotografi.

A settembre, durante l’ultima edizione del festival di fotogiornalismo Visa pour l’image, che si svolge ogni anno nella cittadina francese di Perpignan, fotoreporter di tutto il mondo hanno discusso di come continuare a lavorare sotto questa minaccia. Le loro testimonianze sono state raccolte in un articolo di Le Monde.

Il fotoreporter Diego Ibarra Sánchez, corrispondente del New York Times a Beirut, che vive in Libano dal 2014, racconta di aver visto la guerra cambiare a una velocità vertiginosa con i droni lanciati sia da Hezbollah sia dall’esercito israeliano.

“I droni sono ovunque, ogni giorno, impediscono a migliaia di persone di tornare nei loro villaggi distrutti e ostacolano il nostro lavoro di documentare la devastazione di questi insediamenti”, conferma Mohammad Yassine, fotografo libanese che lavora per il quotidiano L’Orient-Le Jour.

In Ucraina, dove si stima che più della metà delle vittime sia causata da questi ordigni, la minaccia è ancora più grave, come hanno testimoniato Gaëlle Girbes e Tyler Hicks. “In tutta la mia carriera, non ho mai visto uno sviluppo tecnologico così rapido e così spaventoso”, afferma Hicks, che lavora per il New York Times. “Quando ho cominciato a seguire la guerra in Ucraina nel febbraio 2022, il conflitto era condotto con armi tradizionali. E a poco a poco sono arrivati questi piccoli droni, controllati da qualcuno davanti a un computer come se fosse un videogioco. È davvero sconvolgente vedere quanto abbiano invaso lo spazio aereo”.

La fotografa francese Gaëlle Girbes, che dal 2017 lavora come freelance nel Donbass, regione in gran parte occupata dalla Russia, fa il quadro della situazione: “Nel 2023 sono arrivati i droni Mavic che lanciavano granate e facevano a pezzi le loro vittime. Ma coprivano brevi distanze, da cinque a dieci chilometri al massimo; sapevamo quindi dove andare, dove fermarci. Poi l’orrore si è intensificato”.

Ben presto i droni sono stati in grado di trasportare mine anticarro e panetti di tritolo, e di causare così esplosioni devastanti. Poi sono arrivati nuovi modelli, del tipo Fpv (first person view) e molto più veloci, capaci di raggiungere i 150 chilometri orari all’ora. “Come un proiettile con gli occhi”, racconta Girbes.

Non farsi riconoscere

Il 3 ottobre 2025 il fotografo francese Antoni Lallican è stato ucciso da un Fpv, che ha ferito gravemente il suo collega ucraino George Ivanchenko. Erano a ventuno chilometri dal fronte. La ricostruzione della giornata in cui Lallican e Ivanchenko sono stati attaccati mette in evidenza un altro dato inquietante. Anche se il diritto internazionale vieta espressamente di prendere di mira i giornalisti, i due colleghi sono stati colpiti proprio perché individuati come tali: i loro abiti neri e le loro macchine fotografiche di grandi dimensioni li rendevano riconoscibili.

Molti fotoreporter e giornalisti che lavorano sul fronte ucraino raccontano di avere rinunciato a qualsiasi segno visibile di appartenenza alla stampa, per non diventare un bersaglio dei droni russi.

A Gaza, dopo il 7 ottobre, il giubbotto antiproiettile non protegge più, anzi, espone al pericolo. Molti fotografi inoltre usano i droni con la macchina fotografica, per raccogliere informazioni sulla distruzione e le devastazioni causate dalla guerra. Ma per l’esercito israeliano il semplice fatto di manovrare un oggetto volante, basta a giustificare un omicidio.

A Perpignan alcuni fotografi hanno detto di aver chiesto alle loro redazioni dei disturbatori di frequenze (jammer) per proteggersi dai droni Fpv. Ma nella maggior parte dei casi hanno ricevuto un rifiuto, perché si jammer ono considerati un equipaggiamento militare e sono troppo costosi.

L’ong Reporters sans frontières ha pubblicato la guida Come proteggersi dai droni kamikaze russi per i i reporter che lavorano in Ucraina. Al momento dell’attacco Lallican e Ivanchenko non avevano un incarico di una testata né un’assicurazione, volevano proporre i loro servizi ad alcune redazioni ucraine e di altri paesi. ◆

Questo testo è tratto dalla newsletter Fotografica.

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