German Gil è un programmatore e passa gran parte del suo tempo davanti a uno schermo. Nel 2015 si è trasferito a San Francisco e da allora ha lavorato per diverse startup e grandi aziende del settore tecnologico, tra cui Netflix e GitHub.

Ma quando è arrivato il momento di scegliere la scuola per la figlia Victoria, Gil voleva che avesse un’esperienza diversa, in un ambiente in cui “una bambina possa semplicemente essere una bambina”.

Gil e la moglie hanno iscritto Victoria alla Waldorf, un istituto privato basato sulla pedagogia steineriana, che punta molto sul gioco a contatto con la natura. Oggi Victoria fa la quarta elementare e trascorre le ore a scuola lontana dagli schermi. Invece di studiare sui computer portatili Chromebook, nella sua classe si rilegano libri a mano.

Tutto questo, però, ha un costo piuttosto alto. La retta della Waldorf, che si trova nel ricco quartiere di Pacific Heights, ad appena tre chilometri dagli uffici del gigante dell’intelligenza artificiale (ia) Anthropic, è di quarantamila dollari all’anno per la classe dai cinque ai sei anni. Per le superiori si sale a sessantamila. Eppure, nonostante i prezzi, l’approccio dell’istituto è sempre più in voga.

Per quanto possa sembrare controintuitivo, negli ultimi anni molti lavoratori ben pagati della Silicon valley hanno speso cifre enormi per allontanare i loro figli dalle stesse piattaforme che contribuiscono a sviluppare. Le domande d’iscrizione alla Waldorf sono cresciute senza sosta. La direttrice, Lauren Smith, dice che buona parte dei genitori degli alunni della Waldorf lavora nel campo della tecnologia.

Divieti

Nelle enclave tecnologiche della California, da Mountain View a San Mateo, i genitori vorrebbero che le scuole pubbliche, dove gli schermi in classe sono una presenza fissa, tornassero a concentrarsi sui rapporti umani, seguendo l’esempio della Waldorf. Le loro iniziative hanno spinto alcuni istituti a vietare l’uso degli smartphone e a ridurre i compiti e i test da fare usando il computer.

Mentre si moltiplicano le prove dei danni che i social media e le piattaforme online causano alla crescita (anche i tribunali hanno cominciato a intervenire), le famiglie e i governi locali stanno rivalutando il rapporto tra i ragazzi e la tecnologia, riflettendo sul ruolo dei dispositivi nell’apprendimento.

Di recente diversi grandi distretti scolastici, come quelli di New York City e Los Angeles, hanno deciso di limitare il ricorso alla tecnologia. Anche in altri paesi del mondo i genitori sono più critici nei confronti dell’uso dei dispositivi.

“Oggi si parla molto di più di questi argomenti rispetto a qualche anno fa”, conferma David Monahan, direttore delle campagne di Fairplay, un’organizzazione statunitense che si batte per limitare l’uso degli schermi tra bambini e bambine.

Senza parole

I genitori della Silicon valley offrono qualcosa in più rispetto ad altre comunità: la conoscenza diretta del settore. Quando l’anno scorso il distretto che riunisce le superiori di San Mateo ha creato una squadra per valutare che conseguenze può avere l’uso dell’ia in classe, almeno due dei componenti lavoravano per grandi aziende tecnologiche, tra cui la sezione di Google che si occupa proprio d’ia, come ha confermato Jennifer Jacobson del consiglio scolastico.

“Rispetto ad altri, questi adulti conoscono meglio la tecnologia”, sottolinea Jacobson. “Sono in grado di prevederne gli sviluppi e il potenziale effetto sull’apprendimento”.

Molte famiglie statunitensi sono sbalordite quando scoprono il modo in cui gli schermi entrano nelle scuole. Jillian Kolongowski, scrittrice che vive a San Mateo, è rimasta senza parole vedendo la figlia di cinque anni tornare a casa con un Chromebook per fare gli esercizi di matematica. “Mi sono detta: ‘Che diavolo è quello? Va all’asilo!’”, racconta Kolongowski.

Candice Wei, una tutor di Palo Alto che aiuta ragazzi e ragazze delle superiori nell’ammissione al college, ha avuto una reazione simile quando ha scoperto che alla scuola dell’infanzia di suo figlio bambine e bambini usavano gli schermi in classe con restrizioni minime. Wei ha così deciso di capire quali fossero le regole applicate alle superiori. “YouTube non è vietato, così come l’ia generativa. È una scelta quasi criminale”, accusa. “Io non permetto che si usino a casa mia. Perché a scuola sì?”.

All’inizio il ricorso alla tecnologia nelle scuole era visto come il segno di un futuro digitale più giusto e accessibile. In molti casi i dispositivi elettronici, essenziali durante la pandemia per garantire le lezioni a distanza, non sono stati abbandonati dopo il ritorno in classe. Nel 2025 il 99 per cento degli insegnanti che avevano partecipato a un sondaggio del New York Times riferiva che i loro studenti avevano ricevuto dispositivi direttamente dalle scuole, mentre l’81 per cento riferiva che i bambini entravano in contatto con gli schermi già a cinque anni.

Oggi gli esperti e un numero crescente di genitori temono l’onnipresenza della tecnologia. Metà degli adolescenti statunitensi trascorre almeno quattro ore al giorno davanti a uno schermo, senza contare il tempo in cui usa i dispositivi per le attività scolastiche. Monahan pensa che la presenza degli schermi in classe non faccia altro che rafforzare queste tendenze. “Che tipo di abitudini promuoviamo a scuola, se ragazzi e ragazze passano ore a fissare gli schermi con l’approvazione dei loro insegnanti?”, si domanda.

Carta e penna

Diverse ricerche mostrano che gli studenti memorizzano meglio usando carta e penna invece che uno schermo. Altri sottolineano che l’uso eccessivo dei dispositivi ostacola il legame tra studente e insegnante, un aspetto fondamentale per la crescita emotiva. Inoltre, elimina quello sforzo che favorisce l’apprendimento.

“Le persone sono molto più propense a impegnarsi per un insegnante o un genitore che per un computer, che non ricambierà mai il loro affetto”, spiega Yvonne Kao, dell’organizzazione WestEd, specializzata in istruzione.

Kao nota che negli Stati Uniti l’uso della tecnologia cambia molto tra i diversi distretti scolastici. E racconta di aver sentito parlare di aree rurali in cui non c’è personale in grado di valutare correttamente le diverse tecnologie e abbastanza aggiornato da capire cosa conviene comprare.

I genitori della Silicon valley sono in una posizione diversa. “Hanno una dimestichezza che, credo, si acquisisce solo vivendo immersi in quell’ambiente”, aggiunge Kao. “Sanno cos’è utile e cos’è dannoso, quindi possono provare a trovare un giusto equilibrio”.

La diffusione degli schermi nelle scuole pubbliche ha spinto molte famiglie tra le braccia degli istituti privati. Libere dalla burocrazia locale e statale, le scuole private della California possono cambiare strada più velocemente e introdurre limiti, oltre ad avere più risorse per pagare gli insegnanti invece di affidarsi alle app.

Wei ha aperto la sede locale dell’organizzazione Schools beyond screens ed è convinta che il ricorso agli schermi in classe sia uno dei principali motivi per cui i genitori decidono di abbandonare la scuola pubblica. “Sono stata contattata da persone che hanno preso in considerazione una scuola pubblica per i loro figli, l’hanno visitata, hanno visto studenti incollati agli schermi e hanno pensato: ‘Beh, meglio andare nelle private’”, racconta.

Questa situazione ha spinto Wei e altri a fare pressione sui distretti scolastici perché verifichino le credenziali delle aziende che ottengono appalti milionari con le scuole ed esigano prove solide sulla capacità dei loro prodotti di migliorare l’apprendimento. “Significa chiedere dati precisi sui risultati che si aspettano di ottenere, e sapere qual è il piano nel caso in cui non li raggiungano”, dice Kolongowski, il cui marito lavora nel campo dell’intelligenza artificiale. “Molte aziende del settore pubblicizzano soluzioni davvero allettanti, ma poi i risultati non sono all’altezza delle aspettative”.

Grazie alle pressioni delle famiglie, le scuole pubbliche di San Mateo hanno smesso di distribuire portatili ai bambini fino alla seconda elementare. Gli studenti delle superiori, invece, hanno il divieto assoluto di usare i telefoni. A Mountain View le scuole stanno smettendo di usare i-Ready, una piattaforma per la lettura e lo studio della matematica usata nei distretti scolastici californiani, criticata per le lezioni ripetitive e accusata di condividere i dati personali degli studenti senza il loro consenso.

Un portavoce della Curriculum associates, azienda che gestisce i-Ready, ha dichiarato che la piattaforma rispetta la privacy: “Le accuse sono prive di fondamento: noi non vendiamo i dati degli studenti, non li usiamo per la pubblicità e non creiamo profili commerciali. La gestione delle informazioni è limitata ai servizi formativi richiesti e concordati con le scuole e i distretti, nel rispetto della leggi federali e statali”.

Intanto le scuole pubbliche di Palo Alto hanno vietato l’uso di un prodotto tecnologico creato a pochi chilometri di distanza: gli occhiali smart.

I sostenitori dell’apprendimento centrato sulla persona sono soddisfatti di questi progressi, ma temono che i distretti con meno risorse rimangano indietro, e siano costretti a usare gli strumenti tecnologici che le scuole più ricche stanno abbandonando.

L’ostilità nei confronti della tecnologia in classe è un fenomeno molto diffuso, sottolinea Jon Valant, direttore del centro di ricerca sulle politiche scolastiche della Brookings institution. A prescindere dal reddito, i genitori vogliono la stessa cosa per i figli: un’istruzione di alta qualità e basata sui rapporti umani. La differenza è che alcuni possono permettersela, mentre altri no.

Gli stipendi del personale sono la prima voce di spesa in ogni scuola, spiega Valant: “Il motivo per cui le private costano molto è che assumono un gran numero di persone. Quando i soldi sono pochi, invece, è difficile resistere alla tentazione di sostituire gli esseri umani con la tecnologia”.

Il divario non potrà che allargarsi: l’amministrazione Trump ha sostenuto con forza i programmi di libertà di scelta, che danno ai genitori la possibilità di usare i soldi che lo stato avrebbe investito nell’istruzione dei loro figli per pagare le rette degli istituti privati. Significa che quando i genitori ritirano i figli dalle scuole pubbliche per iscriverli a quelle private, si portano dietro anche i finanziamenti.

“Mi preoccupa la diffusione disuguale della tecnologia tra le comunità”, dice Valant. “I ragazzi e le ragazze che vivono nelle aree più povere si ritrovano a passare molto più tempo davanti agli schermi, anche se i loro genitori non vorrebbero che fosse così”.

La Waldorf di San Francisco offre agevolazioni economiche alle famiglie che non possono permettersi la retta, ma Antero Garcia, che insegna alla facoltà di scienze dell’educazione di Stanford, è preoccupato dal fatto che in alcune aree le scuole private siano l’unica opzione disponibile per chi vuole un’istruzione senza schermi e che ogni studente che sceglie di non frequentare la scuola pubblica porti via con sé anche i fondi. Secondo Garcia “tutto questo porta mancanza di insegnanti, classi più numerose e tragitti più lunghi se una scuola viene chiusa”.

Garcia sottolinea che i genitori che hanno i mezzi per trasferire i loro figli nelle private sono anche quelli più in grado di cambiare la scuola pubblica per il bene di tutti. “Hanno il capitale sociale e le risorse, e in molti casi sanno come operare all’interno del sistema burocratico”, spiega.

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