16 ottobre 2017 18:07

In un villaggio giapponese della prefettura di Nagano ho scoperto che, oltre al nome e alla data di nascita e morte, sulla tomba di Primo Levi c’è anche il numero di matricola che gli avevano tatuato ad Auschwitz: 174517.

Vedere A journey to Primo Levi, film del regista giapponese Hideya Kamakura, è stata la cosa più imprevista che ho fatto in questo luogo di foreste incantate, risaie dorate e alberi di mele. Ho visto il documentario nella casa per le vacanze di Suh Kyung-sik, saggista e professore di diritti umani. Suh è l’uomo che nel film visita la città natale di Levi mentre una telecamera registra le sue riflessioni.

Quando nel 1945 il Giappone fu costretto a cedere la Corea, che aveva annesso nel 1910, il governo revocò la nazionalità giapponese a centinaia di migliaia di coreani che si erano trasferiti nel paese. Suh è nato a Kyoto in una di queste famiglie, vittime di varie forme di discriminazione nell’istruzione, nel lavoro e nel diritto di voto. “Il Giappone mi considera un non-giapponese, mentre la Corea mi considera un quasi-coreano”, spiega.

Le opere dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani hanno aiutato Suh a capire cosa si può chiamare “casa”. È qualcosa che “non dipende dal territorio, dal sangue o da una particolare cultura o tradizione. È una decisione consapevole sul futuro, presa in un determinato momento storico”, scrive Suh, in un testo che cita una frase del libro di Kanafani Ritorno a Haifa: “La patria è un luogo dove certe cose non dovrebbero accadere”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è stata pubblicata il 13 ottobre 2017 a pagina 28 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati