Un seggio elettorale a Pamplona, nel nord della Spagna, dicembre 2015.

Ad andare a votare si impara da piccoli

Un seggio elettorale a Pamplona, nel nord della Spagna, dicembre 2015.
20 novembre 2017 12:57

C’è un legame assai più stretto di quel che si potrebbe immaginare tra voto, idea di cittadinanza, competenze sociali. Il legame è questo: più i bambini crescono sviluppando buone competenze sociali, più da adulti saranno propensi ad andare a votare. Si tratta di un dato che dovrebbe interessare molti referenti diversi: politici e politologi, genitori ed educatori, istituzioni. E tutti noi come cittadini.

Il legame ha sorpreso gli stessi ricercatori ed è stato scoperto per caso, quando John Holbein, un giovane docente di scienze politiche della Brigham Young university (Byu, una delle due università dello Utah), si è chiesto se fosse effettivamente possibile incrementare l’affluenza alle urne, che negli Stati Uniti è storicamente bassa.

“Votare è un atto fondamentale della democrazia”, dice Holbein, “e se ci sono ineguaglianze all’atto del voto, queste si rifletteranno nelle scelte politiche che sono frutto di quel voto”. Convinto dell’importanza della questione, e di fronte all’evidenza che invitare gli adulti riottosi ad andare a votare non ha grandi effetti, Holbein si pone due domande: può essere più efficace lavorare in anticipo, sui bambini e gli adolescenti? Se sì, le competenze sociali possono essere rilevanti in termini di sviluppo della propensione al voto?

Così, Holbein va a studiarsi i risultati di un vecchio progetto chiamato Fast Track, inteso a migliorare le competenze sociali dei bambini e degli adolescenti.

Lavorare in anticipo
Fast Track parte nel 1992 con l’obiettivo di verificare se è possibile aiutare i bambini (specie quelli a rischio di abbandono scolastico e comportamenti antisociali) a migliorare il loro benessere futuro. A partire dal primo anno delle elementari il progetto coinvolge 891 alunni, su metà dei quali si attuano interventi educativi, mentre l’altra metà non riceve alcun sostegno attivo e funge da gruppo di controllo.

Gli interventi non consistono certo nell’offrire informazioni mnemoniche di educazione civica: per l’intero ciclo della scuola elementare, ai 446 bambini coinvolti negli interventi educativi, si insegna, sia a scuola sia con interventi extrascolastici, a sviluppare attivamente le competenze sociali, la comunicazione, la comprensione delle emozioni, l’autocontrollo, la capacità di affrontare problemi di tipo relazionale e quella di impegnarsi per ottenere risultati positivi.

Anni dopo, quando gli scolari crescono e diventano adulti, l’efficacia del progetto risulta evidente: i ragazzini che sono stati seguiti hanno continuato più a lungo gli studi procurandosi poi migliori prospettive di lavoro, hanno migliori relazioni familiari, meno comportamenti a rischio e meno guai con la giustizia. Del resto, i risultati non fanno altro che confermare ciò che una miriade di altri studi afferma: buoni interventi educativi hanno un influsso positivo e misurabile sul futuro.

Ci stiamo dimenticando che la conquista del voto per tutti è importante

Ma c’è, nei dati che riguardano Fast Track, anche un altro risultato virtuoso, e del tutto inatteso dagli stessi ricercatori: anche se sono passati molti anni dalla conclusione del progetto, gli alunni che hanno sviluppato migliori competenze sociali, da adulti vanno a votare con maggior frequenza e costanza dei loro analoghi del gruppo di controllo. L’incremento è rilevante soprattutto tra chi proviene dalle fasce più povere, storicamente meno propense al voto.

Così (e anche questa è una bella storia) la ricerca svolta dal giovane docente dello Utah finisce anche sulla rivista dell’università di Berkeley, sull’American Political Science Review dell’università di Cambridge e sul Washington Post.

Tutto ciò ci dice un paio di cosucce interessanti anche per il nostro paese, dove ci stiamo dimenticando che la conquista del voto per tutti è importante. E che è un fatto recente, recentissimo (una manciata di decenni) per le donne, che accedono al voto per la prima volta solo con le elezioni del 10 marzo 1946. Per i maschi, invece, il diritto universale a votare risale al 1918. In entrambi i casi dopo una guerra, comunque.

Alle prime votazioni per il parlamento, nel 1948, partecipa un impressionante 92,2 per cento degli elettori. Dunque, in Italia l’astensionismo è un fatto piuttosto nuovo: lo sottolinea un articolo di Linkiesta, a partire del libro di Federico Fornaro esplicitamente intitolato Fuga dalle urne.

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È più che probabile che tra le recenti elezioni e le prossime politiche il dibattito sull’astensionismo si riaccenda. Sarebbe interessante che anche l’intuizione di Holbein, che riguarda il lungo periodo e la promozione delle competenze sociali, avesse un suo spazio, accanto al consueto campionario delle lamentele sull’inadeguatezza dell’offerta politica e l’insipienza dei partiti. Anche perché, diciamolo, in tutti i mercati, e anche in quello della politica, qualche relazione tra qualità della domanda e qualità dell’offerta c’è.

Del resto, non sembrerebbe infondata la sensazione che negli ultimi decenni, anche nel nostro paese, la diffusione delle competenze sociali (quella che una volta era offerta dalle famiglie estese, dai legami sociali informali, dagli oratori, dai nonni, dalle reti solidali di vicinato e così via) abbia lasciato a desiderare.

Infine: il dibattito politico degli ultimi anni ha privilegiato l’ostilità e l’aggressività, più che la ragionevolezza e l’empatia (due cardini delle competenze sociali). Se l’intuizione di Holbein è fondata, anche quest’ultimo fatto potrebbe aver concorso a creare un clima tale da allontanare i cittadini dal voto.

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Claudia Grisanti