Una manifestazione contro il razzismo e le politiche del partito Forum for democracy ad Amsterdam, Paesi Bassi, il 23 marzo 2019. (Marcus Valance, Sopa Images/LightRocket/Getty Images)

L’eterna indecisione olandese verso l’Unione europea

Una manifestazione contro il razzismo e le politiche del partito Forum for democracy ad Amsterdam, Paesi Bassi, il 23 marzo 2019. (Marcus Valance, Sopa Images/LightRocket/Getty Images)
22 maggio 2019 17:16

Ventotto giornalisti raccontano la campagna elettorale nel proprio paese in vista delle elezioni europee del 26-29 maggio 2019. La serie è realizzata in collaborazione con VoxEurop.

Di questi tempi, nei Paesi Bassi, le strade sono tappezzate di poster con un’unica parola: Nexit (l’uscita del paese dall’Unione europea, sul modello della Brexit). A organizzare la campagna è stato il Partito per la libertà, formazione di estrema destra. Nel frattempo Thierry Baudet, leader del Forum per la democrazia, un altro partito di estrema destra fondato da poco e rivale del Partito per la libertà, domina i talk show e le prime pagine dei giornali con la sua richiesta costante di “restituire” la sovranità al paese. Alle elezioni regionali di marzo, il partito di Baudet ha conquistato circa il 14 per cento dei voti.

Eppure i sondaggi d’opinione indicano che una solida maggioranza degli olandesi ritiene vantaggiosa l’adesione del paese all’Unione europea. Secondo l’ultimo Eurobarometro, se ci fosse un referendum l’86 per cento degli olandesi direbbe no all’uscita dei Paesi Bassi dall’Ue.

Come spiegare questa contraddizione? Perché uno dei paesi fondatori dell’Europa unita, ben felice di partecipare a tutte le manifestazioni di integrazione europea (inclusi l’euro, l’unione bancaria e lo spazio Schengen), sta discutendo ferocemente una Nexit che la maggioranza della popolazione non vuole? Per trovare una risposta bisogna considerare diversi fattori, a cominciare da due importanti elementi poco discussi.

Il primo è la frammentazione attuale della politica olandese, talmente estrema che a marzo il Forum è diventato il partito più votato del panorama politico, seguito a ruota dal partito del primo ministro Mark Rutte, il Vvd (liberali di destra). I due partiti sono impegnati in un testa a testa in vista delle elezioni europee. Un tempo la forte frammentazione del panorama politico – che porta inevitabilmente alla polarizzazione, con molti partiti che cercano di prevalere in uno spazio politico relativamente ristretto – veniva chiamata “libanizzazione” o “balcanizzazione”. Ora, grazie alla strategia aggressiva di Baudet, potremmo usare una nuova espressione: “olandesizzazione”.

Il secondo elemento, ancora più profondo, è la vecchia ambiguità dell’orientamento politico olandese in Europa. I Paesi Bassi hanno l’abitudine di guardare più verso ovest che verso est. Culturalmente molti di loro si sentono più atlantici che continentali. Commercianti e navigatori, hanno sempre ammirato la cultura anglosassone, e questo tratto ha influenzato pesantemente il rapporto tra il paese e l’Europa.

Gli olandesi entrarono nella prima comunità europea con l’obiettivo di influenzarla dall’interno

Agli albori dell’integrazione europea, subito dopo la seconda guerra mondiale, gli olandesi avevano pensato di poter creare un’unione atlantica per il commercio che coinvolgesse anche il Regno Unito, gli Stati Uniti e magari altri paesi. Ma il progetto non si è mai concretizzato. Invece, all’inizio degli anni cinquanta, la Germania e la Francia fondarono la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Gli olandesi non la presero bene: i due più grandi paesi dell’Europa, entrambi ritenuti inaffidabili dall’Aja, avevano unito le loro forze. Non esattamente quel futuro radioso immaginato dagli olandesi.

Ma gli olandesi avevano appena perduto le loro colonie. La Germania stava attraversando una fase di crescita frenetica e i Paesi Bassi avevano approfittato di un recente accordo commerciale con il vicino a est. Gli olandesi capirono che la Francia e la Germania avevano tutte le intenzioni di andare avanti, a prescindere da loro, che invece rischiavano di ritrovarsi isolati. E così, dopo lunghe discussioni, il governo dell’Aja decise di partecipare al nuovo club franco-tedesco proponendosi di influenzarlo dall’interno.

Ed è quello che gli olandesi hanno continuato a fare fino a oggi.

Da quando sono entrati nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio e poi della Comunità economica, i Paesi Bassi hanno sempre cercato di coinvolgere il Regno Unito. Nel 1973, dopo una serie di veti imposti dalla Francia, gli olandesi riuscirono finalmente a raggiungere l’obiettivo, combinando Atlantide e il continente.

Al pari dei britannici, molti cittadini olandesi osservano l’Unione come se non ne facessero parte

L’ingresso di Londra ha alimentato la fiducia nell’Europa degli olandesi, che si sentivano più sicuri con i britannici al loro fianco. Da quel momento i Paesi Bassi sono diventati sempre più attivamente europei e addirittura entusiasti, partecipando a tutte le forme di integrazione. Insieme al Regno Unito, gli olandesi hanno lottato per il liberto mercato (sostenendo il mercato interno e il commercio libero). Insieme ad altri paesi, hanno costruito Schengen e l’unione monetaria.

La scelta di non scegliere
Negli anni novanta è aumentato lo scetticismo britannico nei confronti del progetto europeo, facendo riaffiorare il dilemma interno degli olandesi. Il continente e Atlantide si sono nuovamente allontanati. Quale posizione avrebbero dovuto prendere? Come sempre, hanno scelto di non scegliere. I governi olandesi hanno continuato a lavorare con i paesi del continente, perché era evidentemente nell’interesse economico e politico del paese, ma nel frattempo echeggiavano il discorso euroscettico dei britannici.

Al pari dei britannici, molti cittadini olandesi osservano l’Unione come se non ne facessero parte. I bambini olandesi imparano a scuola che l’Unione è “un mercato” che fa bene a Philips e Unilever. La storia politica dell’Europa, basata sulla riconciliazione tra la Francia e la Germania e sulla promessa di non ripetere gli orrori del passato, non è mai spiegata. Il fatto che olandesi parlino l’inglese meglio del francese o del tedesco ha ampliato questo prisma non continentale e anglosassone. L’ex primo ministro britannico David Cameron, per esempio, era molto popolare nei Paesi Bassi. In questo contesto politico, il governo lavora a Bruxelles senza parlarne troppo in patria, nel timore di irritare la popolazione.

La Brexit non fa che allargare questa spaccatura, la stessa che Thierry Baudet sta sfruttando senza pietà all’estrema destra. Baudet considera Rutte un ipocrita, perché acconsente a tutte le nuove politiche europee senza però difenderle in patria.

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Il leader del Forum continua a provocare il primo ministro sperando che “sveli” la sua inclinazione filoeuropea. È significativo che l’unico dibattito in vista delle europee capace di suscitare un forte interesse pubblico nei Paesi Bassi sia quello tra Baudet e Rutte nonostante nessuno dei due sia candidato. Al centro di questo scontro, in fondo, c’è la vecchia ambiguità olandese riguardo l’Europa, finalmente esplosa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Ventotto giornalisti raccontano la campagna elettorale nel proprio paese in vista delle elezioni europee del 26-29 maggio 2019. La serie è realizzata in collaborazione con VoxEurop.

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