16 settembre 2002 14:44

Ho un ricordo piuttosto netto della fine degli anni sessanta. nell’autunno del 1970 partecipai a un picchetto negli stabilimenti della General Motors a Fremont, in California. La fabbrica era uno dei punti caldi di uno sciopero nazionale il cui inizio era previsto per mezzanotte. Poco prima dell’ora stabilita, i vigilantes della società cercarono di far passare attraverso i cancelli qualche camion di crumiri. Il falò di auto rovesciate fece una bella luce. Nel numero successivo di People’s World il titolo in prima pagina faceva molto anni sessanta: “Fremont, nel cuore della notte”.

Rubava spazio a un altro titolo, in caratteri più piccoli, che annunciava la vittoria della coalizione di Salvador Allende, Unidad popular, in Cile.

Il regime Nixon-Kissinger era solo agli inizi, ma per alcuni di noi era ormai chiaro che i lunghi strascichi ruggenti della crisi del Vietnam volgevano alla fine. Quello che nessuno sospettava era che il Cile avrebbe avuto un effetto così determinante su cosa ha significato essere di sinistra o di destra nei due decenni successivi.

Per molte persone, compreso il sottoscritto, l’11 settembre è da tempo un giorno di lutto e di rabbia. In quella data, nel 1973, alcuni aerei volarono bassi su un’importante città e distrussero un edificio di grande valore simbolico: il palazzo presidenziale di Santiago, noto come La Moneda perché un tempo era una zecca.

Il suo inquilino costituzionale, Salvador Allende, forse avrebbe potuto trattare per avere salva la vita, ma scelse di non farlo. Attraverso una radio gracidante, tenne un discorso che verrà ricordato insieme all’ultima trasmissione da Atene nel 1941 e da Budapest nel 1956: “Questa è sicuramente l’ultima volta che vi parlo… La storia mi ha dato una scelta. Sacrificherò la mia vita per rimanere fedele al mio popolo, nella consapevolezza che non si potrà mai impedire ai semi che abbiamo piantato nella coscienza di migliaia di cileni di dare i loro frutti. Molto prima che poi, la grande strada verso una nuova società tornerà ad aprirsi e la marcia lungo questa via potrà continuare”.

Qui si avverte anche un’eco dei coraggiosi discorsi in difesa della repubblica e del Fronte popolare in Spagna. Come giovane uomo politico nel Cile dell’anteguerra, Allende aveva lavorato per dare rifugio a molti antifranchisti spagnoli, catalani e baschi. Alla fine del 1968, poi, aveva mandato una delegazione alla frontiera con la Bolivia per salvare i cadaverici superstiti dell’insurrezione fallita del Che.

“Cuba libre, Chile espera”

Se oggi visitate la Bodeguita del Medio all’Avana, per assaggiare il falso cocktail Mojito stile Hemingway che la direzione offre alla nuova clientela turistica, potete vedere dove Allende aggiunse la sua firma a quelle scarabocchiate sul muro. “Cuba libre”, dice, “Chile espera”. Era il 28 giugno 1961. L’iscrizione oggi ha un sapore quasi antico, come il graffito di una Pompei rivoluzionaria.

Allende, in altri termini, era un uomo della vecchia sinistra: un medico impegnato nel suo lavoro, un massone anticlericale, un agitatore, riformatore e internazionalista instancabile. Ma a differenza dei Fidelistas del movimento 26 luglio che avevano promesso a Cuba le elezioni e non si sono ancora decisi a tenerne una, era assolutamente fedele alla routine e persino ai rituali di quella che un tempo veniva chiamata “democrazia borghese”. La sua vittoria nel 1970 fu il coronamento di innumerevoli tentativi per mettere insieme una coalizione della sinistra cilena abbastanza ampia da abbracciare i cristiani più radicali e gli esponenti delle classi medie che volevano poter dire la loro su come venivano sfruttate le risorse naturali del paese e da chi.

Pablo Neruda può essere stato un fetido stalinista in politica, e forse ha permesso che la sua poesia ne fosse infettata, ma scriveva da patriota quando compose i versi possenti intitolati Prendono istruzioni contro il Cile: “Ma dobbiamo vedere dietro costoro, c’è qualcosa/ dietro i traditori e il rodere dei ratti,/ un impero che apparecchia la tavola,/ e scodella nutrimento e pallottole./ Vogliono ripetere questo grande successo in Grecia./ Playboy greci al banchetto, e pallottole/ per la gente sui monti…/ i generali si ritirano dall’esercito e fanno/ i vicepresidenti della Compagnia del Rame a Chuquicamata/ e negli impianti di nitrato il generale ‘cileno’/ decide con la sua spada penzoloni che cifra possono fare/ gli indigeni quando chiedono un aumento dei salari./ Così decidono dall’alto, dal rotolo di dollari,/ così il nano traditore riceve le sue istruzioni,/ e i generali fanno da poliziotti/ e il tronco dell’albero del paese marcisce”.

Via pacifica al socialismo

Questo monito fu pubblicato nel 1967, quando la Cia aveva appena cancellato il governo civile ad Atene. L’elezione di Allende fu soprattutto un test sui limiti dell’indipendenza cilena, ma fu anche un esperimento di laboratorio su quella che veniva chiamata la “via pacifica al socialismo”. L’oligarchia e l’impero avrebbero accettato il responso delle urne se andava contro i loro interessi? Un buon numero di persone di sinistra, compreso ancora una volta il sottoscritto, era persuaso che nessuna finestra di questo tipo poteva restare aperta troppo a lungo.

Graham Greene fece un viaggio in Cile nei primi anni di Allende e passò parecchio tempo con i sostenitori del Movimento della sinistra rivoluzionaria (Mir), i quali continuavano a ripetere che ci sarebbe stato uno scontro violento, organizzato dalla classe al potere e dagli yankee senza nessun rispetto per le “regole”. Lo stesso Allende concesse una serie di interviste a Régis Debray, l’ex allievo di Che Guevara, in cui al contrario sosteneva che una transizione democratica era possibile. Recensendo il libro di Debray per il Times nel 1971, citai il vecchio detto di Tawney secondo cui si può pelare una cipolla strato per strato, ma non si può spellare una tigre viva artiglio per artiglio.

In realtà, come oggi sappiamo con dovizia di particolari agghiaccianti, il principio non poté neppure essere messo alla prova. Ancora prima che Allende avesse prestato giuramento nel 1970, gli squadroni della morte pagati da Henry Kissinger avevano scatenato una campagna di omicidi e destabilizzazione, e avevano ucciso per strada il capo di stato maggiore René Schneider solo perché si era opposto all’ipotesi di un golpe.

Il gioiello della corona

Tutto questo in un primo momento provocò la brusca reazione del centro e persino della destra, e la pura forza del voto, unita alla saggezza di Unidad popular, permise di rinviare il giorno funesto per tre anni. Ma nel frattempo Nixon urlava ordini che venivano eseguiti dai suoi alleati nelle aziende e nell’intelligence per “far piangere l’economia cilena”. E così quando le forze armate cilene uscirono dalle loro caserme nel settembre 1973 e cominciarono i loro rastrellamenti, ci fu un numero tristemente alto di persone che considerarono la dura autorità come un sollievo dalla povertà e dal tipo di retorica socialista che fa scendere i rendimenti. Questo momento è reso da Costa-Gavras con consumata abilità nel film Missing, dove il padre dello “scomparso” Charles Horman arriva in città subito dopo il colpo di stato e consegna alla ragazza di suo figlio una borsa piena di prodotti del ricco nord. “Qui ci sono delle cose che a quanto mi ha detto Charlie da voi scarseggiano”. La ragazza ­ Sissy Spacek ­ fissa Jack Lemmon con uno sguardo compassionevole. “Adesso non più”, dice. Anche la povertà, come tutto il resto, era politicamente condizionata.

In un certo senso, lo strangolamento della democrazia cilena fu il gioiello della corona dei colpi di stato militari e delle controrivoluzioni ispirate da Washington che ebbero come protagonisti l’Iran nel 1953, il Guatemala nel 1954, il Brasile nel 1964, proseguirono in Indonesia nel 1965 e poi in Grecia nel 1967, per estendersi fino a Cipro nel 1974 (lo slogan dell’estrema destra in Cile durante gli anni di Allende consisteva in un’unica parola, “Jakarta”: una prova intuitiva del fatto che il frutto avvelenato non era caduto lontano dall’albero).

Ma come ha malinconicamente commentato tempo fa un mio compagno cileno, non ci si aspettava che Pinochet potesse condurre anche una rivoluzione, oltre a una controrivoluzione. Il nuovo modello di “libera economia” creato in Cile divenne una fonte di ispirazione per la destra britannica e americana, mentre il suo stato di polizia provocava le proteste della sinistra internazionale.

Andy Beckett, autore di Pinochet in Piccadilly: Britain and Chile’s hidden history, sottolinea le due questioni con grande acume, ma si limita alla scena britannica. A mio avviso, i fatti cileni di quegli anni furono un catalizzatore delle vicende politiche internazionali.

In Europa occidentale contribuì a creare le condizioni per l’eurocomunismo e per il “compromesso storico” con cui elementi importanti dello schieramento conservatore (soprattutto in Italia) decisero di non identificarsi con il regime autoritario. Nell’Europa orientale, intanto, l’incessante propaganda comunista sulla solidarietà con il Cile aveva una conseguenza imprevista e indesiderata.

La grandezza morale della morte di Allende, che fu utilizzata semplicisticamente per dimostrare l’evidente barbarie dell’imperialismo americano, derivava anche dal fatto che era stato assassinato da presidente legittimo nell’intervallo tra due libere elezioni. E così forse c’era qualcosa da dire anche sul pluralismo politico.

L’episodio più emblematico si verificò nel 1975, quando l’Unione Sovietica scambiò il dissidente conservatore Vladimir Bukovskij con il leader comunista cileno incarcerato Luís Corvalán. La stampa di partito si limitò a riferire che Corvalán era stato rilasciato grazie alla solidarietà proletaria internazionale, ma nell’inverno del 1975, mentre ero in Polonia per seguire la nascita del nuovo movimento operaio, scoprii che a Varsavia tutti sapevano com’erano andate veramente le cose. Alcuni dei paragoni tra Dubcek nel 1968 e Allende nel 1973 erano superficiali. E alcuni erano ottusi ­ Corvalán aveva entusiasticamente appoggiato l’invasione sovietica di Praga, ma neppure l’Armata rossa si era spinta al punto di assassinare Dubcek o di massacrare i suoi sostenitori.

Con il passare del tempo, tuttavia, l’idea di un’etica universale dei diritti umani avrebbe tratto enorme forza da questi due crimini. E negli Stati Uniti l’identificazione delle autorità con il principio della junta, e non solo in Cile, fu fonte costante di imbarazzo e discredito (la recente performance stile ispettore Clouseau della squadra di Bush in Venezuela dimostra, forse paradossalmente, che l’establishment non ha ancora ritrovato la sua fiducia in questi metodi).

Il microcosmo inglese

Prendere il microcosmo inglese di questi avvenimenti significa riconoscere un aspetto piuttosto trascurato e per molti versi affascinante della nostra storia. C’è un legame latente tra i due paesi che risale alla partecipazione opportunistica e quasi free-lance dell’ammiraglio Cochrane alla guerra di indipendenza cilena contro la Spagna. È troppo fantasioso parlare anche di uno stesso carattere timido e flemmatico?

Il Cile è nettamente diviso dai suoi vicini continentali dalla catena delle Ande proprio come lo è la Gran Bretagna dallo stretto della Manica. L’aspetto è marittimo, l’industria principale è, o è stata, quella mineraria. Gabriel García Márquez una volta ha descritto il Cile come “una cornice di Ande in un mare brumoso”. Potremmo spingerci troppo lontano, senza dubbio. Resta il fatto che le classi alte cilene sono decisamente anglofile, così come molti liberali ed esponenti della sinistra. Ed è motivo di rammarico locale che, mentre la marina cilena deve molto alle tradizioni britanniche, l’esercito cileno fu addestrato dai prussiani ­ i quali avevano l’abitudine di simulare le controrivolte utilizzando gli indiani auracani fino a esaurire la riserva di vittime esemplari. In ogni caso ­ e per distinguerlo dal lugubre e periodico ricorso a juntas e pronunciamentos nei paesi vicini come l’Argentina ­ il Cile diventò noto come la “Svizzera” o anche come “l’Inghilterra” dell’America Latina.

La vita del movimento sindacale inglese tra la metà e la fine degli anni settanta era mediocre e priva di entusiasmo. Nel frattempo, la sinistra militante era impantanata in discussioni sull’iscrizione obbligatoria al sindacato e sul noioso referendum per l’adesione al Mercato comune. Non proprio roba da intossicazione estremistica. La campagna di solidarietà con il Cile diede un’iniezione di slancio e autenticità di cui si sentiva fortemente il bisogno. Ecco un esempio lampante di regime con elmetti d’acciaio e occhiali scuri che passava come una mostruosa macchina da guerra sulle rovine dei sindacati, delle università e della libera stampa.

Molti brillanti esuli cileni trovarono rifugio in Gran Bretagna, e molti di loro sapevano recitare poesie e suonare strumenti musicali. Joan Jara, la vedova inglese del compositore e musicista Victor Jara, poteva zittire un vasto uditorio raccontando la storia di come i sicari di Pinochet, prima di assassinare suo marito nel lager improvvisato nello stadio nazionale di Santiago, avessero avuto cura di stritolargli le mani. I concerti e le manifestazioni per il Cile erano sincere.

Molto meno pubblicamente, e in riunioni di cui non possediamo i verbali, un gruppo della destra britannica stava arrivando a conclusioni diametralmente opposte. Commentando il bagno di sangue di Pinochet il giorno in cui ebbe inizio, il Times superò se stesso dicendo che le cose in Cile si erano deteriorate a tal punto che “un militare ragionevole” poteva decidere di diventare il salvatore della patria. In quei giorni ci furono un sacco di chiacchiere alla mensa degli ufficiali sull’ipotesi di prendere la Gran Bretagna per la collottola e dare una sistemata generale alle cose.

Terapia shock

Molto più significativi sul lungo periodo furono gli intellettuali riuniti intorno alla candidatura Thatcher, che volevano rilanciare le dottrine di Hayek e Friedman sul libero mercato. Nel loro caso il paradosso era evidente: per imporre questi valori libertari poteva essere necessario uno stato molto forte. Lo stesso Milton Friedman, e altri della cosiddetta “scuola di Chicago” di economia politica, erano stati ingaggiati come consulenti dal regime di Pinochet.

Nel 1976 l’ex compagno di Allende Orlando Letelier, che allora viveva in esilio a Washington, scrisse uno straordinario saggio per The Nation intitolato I Chicago boys in Cile. Illustrava il principio dell’equazione “libera economia/stato forte”, in cui la terapia shock numero uno era l’applicazione di elettrodi a chi recalcitrava e la terapia shock numero due era l’abolizione dei sussidi pubblici ai disabili e agli inefficienti.

Qualche mese dopo la pubblicazione del suo articolo, Orlando Letelier fu fatto a pezzi da un’autobomba a Washington nell’ora di punta. Il congegno esplosivo, che uccise anche un collega e amico americano, fu fatto detonare da agenti della dittatura cilena che, fino a poco tempo fa, hanno avuto l’onore di essere i primi terroristi appoggiati da uno stato a osare un attacco nel cuore di una città americana. L’intera vicenda ­ contraccolpo della politica di Kissinger di dare a Pinochet vento in poppa e luce verde ­ è stata chiarita dal dipartimento della giustizia e dall’Fbi. Le conclusioni della loro indagine, e cioè che fu Pinochet in persona a ordinare il “colpo”, aspettano una decisione dall’alto, dal momento che gli Stati Uniti sono almeno ufficialmente impegnati a combattere questi crimini senza pietà e senza discriminazioni.

Un’abdicazione spettacolare

Nel corso delle sue indagini Beckett demolisce una falsa teoria, secondo cui l’affetto della Thatcher per Pinochet nacque dalla sua “collaborazione” durante la guerra delle Falkland/ Malvinas. È una fandonia a cui talvolta ha dato credito anche chi pensava che la battaglia contro Galtieri e Videla non dovesse essere combattuta. In realtà, la condanna dell’espansionismo argentino è molto ferma nell’intero schieramento politico cileno: nessun governo di Santiago avrebbe potuto fare a meno di essere filobritannico in quelle circostanze. Come che sia, c’è stata una certa simmetria nell’arresto di Pinochet a Londra durante una delle sue molte vacanze da gentiluomo. La visita settimanale dei Thatcher poteva non sembrare crudele, ma era sicuramente insolita. Il quadro è completato dall’assoluta mancanza di fegato dei laburisti britannici e dalla decisione di Jack Straw, ministro degli esteri di Tony Blair, di rispedire il vecchio bruto a Santiago.

Nell’universo morale post-Milosevic e dopo la conclusione ­ a cui era giunta persino la camera dei lord ­ che la giurisdizione universale va riconosciuta e “l’immunità sovrana” abolita, questa decisione equivaleva un’abdicazione spettacolare. Di fatto, ha trasformato la lunga reclusione di Pinochet in Inghilterra in una violazione dell’habeas corpus e dei suoi diritti umani.

Ma involontariamente passerà anche alla storia. Grazie alla grande fuga consentita da Straw, Pinochet è stato messo sotto accusa nello stesso Cile, anche se è stato trattato con la pietà che lui aveva negato alle sue innumerevoli vittime. Il giudice del caso, Juan Guzmán Tapia, aveva votato per l’estrema destra alle elezioni del 1970, aveva accolto con favore il colpo di stato del 1973 e aveva votato per confermare Pinochet presidente nello pseudo-plebiscito del 1988. La sua decisione di far sedere il generale al banco degli imputati è stato un avvenimento catartico per tutta la società. E le sue attuali indagini sull’assassinio di Charles Horman e di altre persone nel 1970 e sul progetto di assassini della “operazione Condor” a livello continentale fanno tornare alla mente il magistrato incorruttibile del film Z di Costa-Gavras. Presto verremo a sapere cose ancora più orribili sul comportamento dei nostri leader politici in quel periodo di dispotismo e di sparizioni (i nostalgici della versione castrista su “cosa sarebbe potuto accadere” dovrebbero prendere nota che il loro amatissimo Fidel fu uno dei primi a denunciare l’arresto di Pinochet, per il grandioso motivo che attentava alla dignità dell’America Latina. Ciò ha dimostrato il carattere autunnale del suo patriarcato e lo spostamento verso il caudillismo che oggi infetta chi ha simpatia per personaggi come lui o come il suo alleato Milosevic).

Scrivendo subito dopo il colpo di stato nel 1973, Gabriel García Márquez ha prodotto un capolavoro minore di prosa quasi castrista intitolato Perché Allende doveva morire. Il brano di chiusura ha ancora il potere di farmi rabbrividire:

“Avrebbe compiuto 64 anni il luglio prossimo. La sua più grande virtù era la capacità di tirare dritto, ma il destino poté concedergli solo la rara e tragica grandezza di morire difendendo con le armi la trappola anacronistica del diritto borghese, difendendo una corte suprema di giustizia che lo aveva ripudiato ma avrebbe legittimato i suoi assassini, difendendo un congresso miserabile che lo aveva dichiarato illegittimo ma che si sarebbe piegato con compiacenza davanti alla volontà dei suoi usurpatori, difendendo la libertà di partiti di opposizione che avevano venduto l’anima al fascismo, difendendo tutti gli arnesi tarlati di un sistema di merda che si era proposto di abolire, ma senza che fosse sparato un solo colpo. Il dramma è avvenuto in Cile, per maggiore afflizione dei cileni, ma passerà alla storia come qualcosa che è successo a noi tutti, figli di questa epoca, e rimarrà nella nostra vita per sempre”.

Rileggere tutto questo è stato come sentire il profumo di una madeleine del dramma e della lotta di un tempo che fu. Allende aveva ricevuto in regalo una mitraglietta da Fidel Castro, e morì impugnandola ­ la prima volta che aveva imbracciato un’arma. Se avesse usato prima quel fucile e avesse lanciato un attacco preventivo alle forze armate parassite e ai loro padrini stranieri dagli occhi freddi, avrebbe potuto essere moralmente giustificato. Ma il suo regime sarebbe diventato una stupida “democrazia popolare” e si sarebbe estinto, oppure sarebbe stato rovesciato nel discredito nel giro di un decennio o due. Allende scelse invece di morire per i valori che García Márquez ha colpito con la sua satira, e si può dire con assoluta certezza che la lunga lotta del popolo cileno per deporre e sostituire Pinochet non ha disonorato questi principi, che oggi vengono lentamente e dolorosamente internazionalizzati.

Oggi a Washington la famiglia del generale René Schneider ha avviato un’azione legale contro Henry Kissinger interamente basata su documenti non più segreti del governo statunitense. I tribunali cileni stanno svolgendo inchieste ed eseguendo autopsie sui corpi mutilati che continuano ad affiorare. Gli scagnozzi e i sicari devono cercare di evitare le domande scomode. Come altre nazioni piccole o “lontane”, il Cile è uno di quei paesi che ­ per sua gloria e disgrazia ­ ha prodotto più storia di quanta ne possa consumare a livello locale.

*Traduzione di Giuseppina Cavallo.

Internazionale, numero 454, 13 settembre 2002*