08 dicembre 2020 15:23

Un tempo volevo scrivere un libro sulle pioniere della musica sperimentale in Italia. Volevo dedicarmi a una storia di ambizione e di scoperta, facendo lunghe escursioni nel passato per recuperare dei nomi. Alla fine quel romanzo non l’ho scritto, ma le artiste a cui avrei potuto ispirarmi hanno avuto delle discendenti perfette, musiciste sapienziali che esistono fuori dal tempo. Mi specchio e rifletto di Silvia Tarozzi è un esempio concreto di questo “essere fuori” in linea matrilineare; è un disco che viaggia su un asse temporale raro e ambiguo.


Violinista e collaboratrice della compositrice francese Éliane Radigue, in questo disco Tarozzi prende i versi di Alda Merini e li riscatta da tanti abusi subiti, da tanti omaggi che ne hanno banalizzato la poesia, per ottenere brani sorprendenti. Innestando le sue parole in mezzo a quei versi, non solo regala a Merini un’aura sperimentale, ma si “merinizza” lei stessa, e non si capisce più bene dove finisce l’una e dove comincia l’altra, in un gioco incantato di riverberi, enfatizzato dai loop come nella bellissima Domina.

C’è tanta tradizione italiana qui dentro, dalla trascendenza battiatesca allo sciamanesimo terrestre di Ginevra Di Marco, filtrati dalla ricerca di Elysia Crampton e a tratti dalla malinconia di Grouper. Oltre a stare dentro e fuori dal tempo, Mi specchio e rifletto sta dentro e fuori dal genere: contiene sia la vertigine delle colonne sonore horror sia l’aspettativa cacofonica di una bambina che ascolta una fiaba. E, come i dischi davvero belli, nel momento stesso in cui si compie fa sentire la sua mancanza.

Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati