22 marzo 2021 16:41

Da qualche parte nel mio cuore c’è sempre stato uno spazio speciale per il cantautore subdued: in italiano si dice tenue, smorzato, a volte dimesso, come se fossero difetti. Durante un’intervista con Matt Berninger anni fa, gli sentii dire che per lui Roy Orbison era il cantante subdued per eccellenza. Ricordo di aver pensato chi potesse essere un Orbison della musica italiana per me, con quelle caratteristiche in bilico tra il pop indovinato e una vena malinconica che lambiva il benessere e poi si rifugiava in uno spazio interiore, tipico delle meditazioni davanti a un finestrino abbassato, mentre sei dentro una macchina in corsa.

E ho pensato a Niccolò Fabi, consapevole che dopo di lui non ne sono venuti tanti di artisti così. Non abbastanza mistici e disperati da stare tra i grandissimi, ma neanche così innocenti e “presi bene” da finire nelle secche dei cantanti che nascono e muoiono alla radio.


Di recente ne ho trovato uno: si chiama Fabrizio Fusaro, ha 25 anni, è piemontese ma le sue canzoni creano un piacevole corto circuito tra la scuola romana di Fabi e le chitarre dei Travis, certi arpeggi dei Girls in Hawaii e il primo Justin Vernon nel brano Uno, due e tre (ovviamente con minore afflizione), tutti strumenti e sentimenti di un milione di anni fa, e caratterizzati da una rinfrescante mancanza di vergogna. “Sei la voglia di star male per potersi far curare” canta in Dormi serena, riflettendo un po’ il senso generale di Di quel che c’è non manca niente. Si chiama così il disco d’esordio di Fusaro, un cantante subdued che aspira a questa definizione.

Questo articolo è uscito sul numero 1401 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati