Rimettendo in ordine i dischi ho ripescato un vecchio 45 giri, uno dei primi che avevo comprato con i miei soldi quando ero ragazzino. Su una facciata c’è una canzone pop confezionata per un film di Hollywood; sull’altra un rockabilly un po’ sgangherato intitolato What a thrill, “che sballo”. Le canta entrambe Cyndi Lauper, una delle popstar più famose della metà degli anni ottanta. Il pezzo sul lato A, The Goonies ’r’ good enough, accompagnava I Goonies, un film d’avventura del 1985 diretto da Richard Donner e prodotto da Steven Spielberg. Quella canzone arrivò a lambire la Top 10 statunitense: un risultato discreto per un’artista ormai abituata da almeno due anni ai piani più alti delle classifiche pop. Poi, mentre il film cominciava una sua strana vita carsica da oggetto di culto, la canzone scivolava ai margini del repertorio della sua interprete. Fino a finire quasi dimenticata.

Quelle due canzoni (Goonies e What a thrill) sono rimaste incastrate tra She’s so unusual, l’album d’esordio che aveva trasformato Lauper in una star, e True colors, l’album che nel 1986 avrebbe consolidato il suo successo. Nessuna delle due trovò posto in quei dischi. The Goonies ’r’ good enough rimase fuori anche da Twelve deadly Cyns, la sua prima raccolta di successi del 1994. Sarebbe riapparsa in The essential Cyndi Lauper nel 2003, ma ormai era diventata una curiosità laterale: il tema di un film per ragazzi nella carriera di una cantante e autrice di cui perfino un genio indiscusso del novecento come Miles Davis aveva riconosciuto il talento autoriale, incidendo Time after time nel 1985.

Eppure quel piccolo disco dimenticato, con le sue due facciate così diverse, racconta parecchio di Cyndi Lauper. E forse ancora di più degli anni ottanta: anni che le generazioni millennial e post-millennial hanno ricostruito e reinventato riscoprendo e amando anche un film minore come I Goonies.

A metà degli anni ottanta Lauper sembrava fatta apposta per accompagnare una banda di ragazzini un po’ strani, goffi e fuori posto come i Goonies. Anche lei aveva costruito il proprio personaggio di oddball, di eccentrica, mettendo insieme apparentemente a casaccio vestiti da mercatino dell’usato, capelli di tutti i colori, una voce capace di passare dal singhiozzo alla risata, dal cinguettio di un canarino a un registro più alto e pieno, quasi da cantante soul. Perché Cyndi Lauper è sempre stata, a differenza di altre star della sua epoca, anzitutto una cantante. La sua personalità in bilico tra comico e malinconico conservava qualcosa di popolare e sfrontato. E il suo look rattoppato, che univa certe ingenuità hippy a qualche spigolo punk, era pensato per l’estetica frenetica e fluorescente della prima era di Mtv. Nel mondo dei Goonies, dove dei piccoli esclusi diventano eroi di cappa e spada, Cyndi poteva entrare senza neanche cambiarsi. Le bastava essere lei.

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La sua canzone, però, che originariamente s’intitolava solo Good enough, non raccontava l’avventura dei Goonies. Era una canzone che parlava di rapporti complicati, aspettative difficili da conciliare con la vita reale. Il ritornello cercava un accordo possibile: quello che va abbastanza bene per te va abbastanza bene anche per me. Insomma: accontentiamoci di quello che abbiamo anche se a volte può sembrare un po’ un casino.

È buffo come certe espressioni tornino a galla nei decenni, ma con significati diversi. Un po’ come i Goonies sono riemersi nell’immaginario collettivo grazie a un bizzarro fenomeno di passaparola intergenerazionale, così l’espressione good enough sarebbe diventata anche una formula tecnologica. Nel 2009 la rivista Wired descriveva la rivoluzione dell’“abbastanza buono”: mp3, chiamate Skype, video compressi e sgranati spesso interrotti dal buffering. Una qualità imperfetta, compensata dalla comodità, dal basso costo e dalla portabilità: “What is good enough for you is good enough for me”, proprio come cantava Cyndi Lauper.

Il suono dell’avventura

L’arrangiamento, con quelle percussioni riverberate e quei tastieroni così anni ottanta, faceva sembrare tutto più semplice. Quel riff di tastiera iniziale che imita il suono della marimba era un facile escamotage sonoro per farci entrare subito nel contesto esotico di un’avventura un po’ da isola del tesoro. Negli anni ottanta il suono del synth che imitava marimba, vibrafoni o gamelan era un suono “finto” che suggeriva un’idea astratta di oriente misterioso: i Japan e David Sylvian lo usavano con classe e poesia in pezzi come Canton del 1981, gli Alphaville in Big in Japan o Murray Head in One night in Bangkok, entrambi del 1984, lo usavano in modo più furbetto ed esotizzante, proprio come lo usava Cyndi in The Goonies ’r’ good enough.

Il titolo della canzone da Good enough e basta fu allungato in The Goonies ’r’ good enough per legarla indissolubilmente al film, con grande irritazione dell’autrice. È per questo che un brano arrivato al numero dieci negli Stati Uniti sarebbe rimasto a lungo ai margini del suo repertorio: era la stessa Cyndi a detestare la canzone e il costosissimo video promozionale che l’accompagnava.

Il video di The Goonies ’r’ good enough era una piccola follia diretta da Donner e divisa in due puntate. Cyndi Lauper, più clownesca e svitata che mai, deve salvare la stazione di servizio della sua famiglia dalle mire di alcuni creditori. Per riuscirci si infila in un’avventura sotterranea, tra pirati e trappole, incontrando i ragazzi dei Goonies e le Bangles, all’epoca pronte a fare il loro grande salto nel mainstream del pop con pezzi come Manic monday e Walk like an egyptian.

I cattivi hanno le facce e i muscoli dei wrestler: tra le varie attività imprenditoriali di Cyndi Lauper in quel periodo c’era anche quella di manager di alcuni lottatori professionisti. Nel video compare perfino il vero Steven Spielberg: Cyndi gli chiede aiuto gridando mentre si trova su un ponte di corda circondata da pirati ed energumeni, ma neanche lui sa come tirarla fuori dai guai. Cinema, Mtv, musica pop e wrestling convergono in uno stesso spettacolo, con l’esuberanza di un’industria che sta scoprendo quanto pubblico si possa raggiungere mettendo tutto insieme nello stesso frullatore.

Sotto tutto quel chiasso c’è una paura concreta. La famiglia di Cyndi nel video è sgangherata, chiassosa, poco presentabile; sembrano tutti usciti da un film di John Waters se mai John Waters avesse fatto film per famiglie. Cyndi sa bene che chi ha i soldi può portarle via il posto in cui vive e lavora. La paura di restare senza nulla è anche il motore del film dei Goonies, i cui protagonisti cercano un tesoro per impedire che le loro case siano demolite per fare spazio a un campo da golf.

In entrambe le storie l’avventura nasce da una minaccia immobiliare. E in entrambe, per difendere la propria vita bisogna diventare ricchi. L’amicizia dà il coraggio di scendere nelle caverne; per fermare i creditori servono i gioielli del tesoro sepolto. Il denaro compra la possibilità di restare dove si è. Insomma, gli anni ottanta concentrati in poche righe di sinossi.

Cyndi Lauper canta dal vivo What a thrill, il pezzo che sarebbe finito sulla facciata B del 45 giri dei Goonies

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Alla fine, quegli anni erano proprio questo: la fantasia che un colpo di fortuna possa sottrarti al potere dei soldi degli altri. Riguardando i Goonies e il video di Cyndi Lauper attraverso il filtro della nostalgia, è facile ricordare le biciclette, gli amici e un’infanzia apparentemente libera, lasciando sullo sfondo l’angoscia economica.

I Goonies hanno raggiunto molti millennial attraverso fratelli maggiori, cugini, genitori e videocassette viste fino a consumarle. Il passaggio generazionale era cominciato molto prima di Stranger things, che nel 2016 avrebbe ripreso quella formula di amicizia, pericolo e avventura trasformandola in un nuovo racconto degli anni ottanta. Un nuovo racconto in cui la questione dei soldi rimaneva sullo sfondo ma rimaneva.

“Ma da quando i Goonies è diventato un bel film?”

In Giovani si diventa, un film del 2014 diretto da Noah Baumbach, parlando di un ragazzo che accosta I Goonies a Quarto potere, un personaggio chiede: “Ma da quando I Goonies è diventato un bel film?”. La battuta coglie lo scarto tra un giudizio sul cinema e l’affetto per un oggetto culturale cresciuto insieme a chi lo guarda e custodito come un prezioso ricordo d’infanzia. Per Brian Eggert, che firma un lungo pezzo sui Goonies su Deep Focus Review, rivederlo è “un esercizio di nostalgia avvolto in altra nostalgia”.

Quando Steven Spielberg, nel 1981, girava I predatori dell’arca perduta faceva già un esercizio di nostalgia: si ricollegava a certi fumetti d’avventura della sua infanzia, così come Umberto Eco in quegli stessi anni rivalutava i fumetti degli anni trenta con cui lui era cresciuto e che, come tutti i bambini della sua generazione, era costretto a leggere di nascosto. Gli anni ottanta sono stati anni di cannibalesco consumo d’infanzie perdute: dal grottesco e opulento Flash Gordon del 1980 diretto da Mike Hodges con la colonna sonora dei Queen, al meraviglioso, terribile mondo parallelo di Watchmen creato nel 1986 dal fumettista Alan Moore, in cui i supereroi degli anni quaranta e cinquanta ormai invecchiati non erano riusciti a cambiare né il mondo né se stessi.

The Goonies ’r’ good enough, quel polveroso 45 giri di Cyndi Lauper recuperato facendo le pulizie, è un frammento di questa storia: un decennio che rimasticava le infanzie dei padri per fabbricare quelle dei figli. Questi ultimi avrebbero poi fatto lo stesso, passando ad altri bambini le proprie avventure e trasformando un film di pirati e una canzone pop in ricordi di famiglia. A ogni passaggio qualcosa si conserva e qualcosa si perde. Restano le biciclette, il tesoro, l’amicizia; ma restano anche i debiti, la paura di perdere la casa e quell’idea deleteria della ricchezza vista come premio e come talismano che è forse l’eredità più autentica e problematica degli anni ottanta.

Cyndi Lauper
The Goonies ’r’ good enough/ What a thrill
Portrait-Epic, 1985

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