I cinque migliori album italiani del 2015

12 dicembre 2015 14:23

Il 2015 è stato un anno ottimo per la musica italiana. Ha regalato cinque piacevoli conferme. Sono tornati i Verdena e Colapesce. Ma soprattutto è uscito Die di Iosonouncane, che a cinque anni di distanza da La Macarena su Roma si è confermato come uno dei musicisti più interessanti del nostro paese.

Avviso ai naviganti: questa è una lista strettamente personale e quindi parziale. Si accettano suggerimenti e critiche. Anche qualche insulto, basta che sia creativo. Ecco le mie scelte per il 2015, buona lettura.

1. Iosonouncane, Die
Die è un album nato dalle viscere della terra sarda, quella che ha dato i natali a Jacopo Incani, in arte Iosonouncane. Racconta la storia di un uomo e una donna. L’uomo si trova in mezzo al mare e ha paura di morire. La donna guarda dalla riva gli ultimi scoppi di burrasca e ha paura di non rivederlo mai più. È un concept album strutturato in sei parti, con due brani corali (Tanca e Mandria) ad aprire e chiudere il disco, e quattro brani centrali (Stormi, Buio, Carne e Paesaggio).

Die è un disco coraggioso, perché è tanto inattuale quanto innovativo, tanto arcaico quanto moderno. Fa andare Lucio Battisti a braccetto con Aphex Twin, la musica sarda con il prog rock degli anni settanta. Tra qualche anno sarà considerato un classico della musica italiana.


2. Verdena, Endkadenz vol. 1 e 2
I Verdena sono la più grande rock band italiana. Non da oggi, ma almeno da quando hanno pubblicato Requiem (2007). La loro forza è quella di fregarsene delle logiche discografiche, di prendersi il loro tempo per registrare un album, chiusi nel loro studio di Albino. Non importa se ci mettono tanto, se devono far aspettare i fan. Tutte le volte che riemergono dal loro esilio creativo, si fanno perdonare con gli interessi.

Il doppio Endkadenz, uscito nel corso del 2015 in due volumi, è un disco vario e ispirato, arrangiato in modo impeccabile e suonato con la solita furiosa compattezza da Alberto, Roberta e Luca. Se devo scegliere, preferisco il volume 1. Ma dovunque si pesca si pesca bene.


3. Colapesce, Egomostro
Con Egomostro Colapesce ha cambiato un po’ strada: il suo orizzonte, in passato rivolto soprattutto verso gli Stati Uniti e gli anni settanta, l’ha portato verso il Mediterraneo e gli anni ottanta. Rispetto a Un meraviglioso declino, ci sono meno chitarre e più sintetizzatori. Ma la nuova formula funziona ed è supportata da canzoni solide (Dopo il diluvio, Reale, Maledetti italiani). Egomostro è un disco rosa, come la sua copertina.


4. Uochi Toki, Il limite valicabile
Gli Uochi Toki non sono mai facili da affrontare. Primo: ogni loro disco contiene parecchie canzoni (chi si ricorda gli 81 brani di Uochi Toki?). Secondo: la loro musica è una specie di ipertesto, che sarebbe stupido confinare dentro un genere (il rap? l’elettronica?). Terzo: i testi cantati da Napo sono ricchi di colte provocazioni. Il limite valicabile non fa eccezione: è un disco ostico, soprattutto nella seconda parte, che ha suoni alla Autechre. Quando ci si trova di fronte a una salita ripida, conviene non farsi troppe domande e cominciare a scarpinare. Arrivare alla cima regalerà parecchie soddisfazioni.

5. Bachi da Pietra, Necroide
Le canzoni dei Bachi da Pietra sono cupe e autoironiche. Fanno pensare a uno zombie che esce dalla tomba fischiettando. Il duo formato da Giovanni Succi e Bruno Dorella con l’ultimo album Necroide ha reso omaggio all’heavy metal dei primi anni ottanta, senza dimenticare le sue origini blues e stoner. Alcuni titoli delle canzoni sono geniali (vince sicuramente Slayer & The Family Stone). Pezzi migliori: Black metal il mio folk, costruito su un fragoroso muro di chitarre, e la macabra ballata Sepolta viva.


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Claudia Grisanti
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