12 maggio 2022 14:21

Era il 20 agosto del 2017, ma faceva abbastanza freddo per una serata di fine estate. Allo Sferisterio di Macerata, un teatro all’aperto di solito usato per i concerti di musica lirica, c’erano tremila persone arrivate dalle Marche e da altre parti d’Italia. Erano lì per sentire il concerto di Thom Yorke e Jonny Greenwood dei Radiohead, organizzato per raccogliere fondi a favore del restauro dei beni culturali della regione danneggiati dal terremoto del 2016. Forse è proprio in quei momenti, quando Yorke e Greenwood si sono trovati da soli sul palco a rivisitare il repertorio della loro band, che sono nati gli Smile, il nuovo progetto dei due musicisti di Oxford insieme al batterista dei Sons of Kemet Tom Skinner. Il loro disco d’esordio, A light for attracting attention, uscirà il 13 maggio e la band sta per partire per un tour europeo (che toccherà anche l’Italia con cinque date).

D’altronde sono sempre stati Yorke e Greenwood a imprimere le scelte decisive alla carriera della band. Furono loro, più di vent’anni fa, a partorire la svolta elettronica di Kid A, mentre il resto del gruppo aveva in mente di registrare un Ok computer parte 2. Fu Greenwood il primo a provare la strada solista con Bodysong, nel 2003, e Yorke lo seguì poco dopo, nel 2006, con The eraser. E sono di nuovo loro a dare uno scossone alla storia del gruppo con la nascita degli Smile, il cui nome è ispirato a una poesia dell’autore britannico Ted Hughes.

Non a caso A light for attracting attention è un disco molto familiare: potrebbe tranquillamente essere il decimo album dei Radiohead. Dal punto di vista compositivo, la formula è più o meno la solita: Yorke è il motore principale, ci mette la voce, le melodie e i testi, mentre Greenwood è l’architetto sonoro che permette alle costruzioni immaginate dal cantante di stare in piedi, sorreggendole ora con gli archi, ora con la sua chitarra.

In generale, vige ancora più del solito il minimalismo, come dimostra il brano di apertura The same: la voce di Yorke è sorretta solo da un piano, alcuni sintetizzatori e un paio di chitarre, mentre il cantante si lancia in un generico appello all’uguaglianza e all’unità (“People in the streets / please we are all the same”) a favore, probabilmente, della lotta al cambiamento climatico, una battaglia a lui sempre molto cara. Lo stesso si può dire di You will never work in television again, un brano costruito su chitarra, basso e batteria con echi di post punk anni ottanta, dai Fall ai Bauhaus. Anche questa è una canzone di protesta, che descrive una gioventù innocente nelle mani di una società di vecchi laidi (il testo li descrive grassi come maiali, con un “piggy limbs” che fa venire in mente il “Kicking, squealing, Gucci little piggy” di Paranoid android). Ci sono bambini in catene dorate, sfruttati sessualmente (“bunga bunga or you’ll never work in television again” ci fa pensare a Berlusconi, ma quando ha scritto il testo Yorke forse aveva in mente anche lo scandalo di Jimmy Savile alla Bbc).


Ogni elemento sonoro è ben messo in evidenza rispetto agli altri, come il riff jazzato di The smoke (un altro brano nel quale Yorke affronta il tema della crisi climatica), un brano che apre la strada alla parte centrale del disco, la migliore. Lì ci sono Speech bubbles, una ballata dalla cadenza quasi latinoamericana (un po’ come lo era Present tense in A moon shaped pool) che descrive un paesaggio desolato ma si apre in un ritornello catartico, mentre Greenwood aggiunge gradualmente archi, fiati e contrabbasso; Thin thing, che viaggia in territori neoprogressive, tra chitarre nevrotiche e basso distorto; Open the floodgates, un pezzo già suonato dal vivo anni fa dai Radiohead che ricorda i momenti più riflessivi di In rainbows ed è un altro saggio di bravura; e Free in the knowledge, dove invece aleggia lo spirito di Neil Young (del resto Yorke è da sempre un grande fan di On the beach) e c’è uno dei cambi armonici più interessanti (quando entra la batteria sul verso “I talk to the face in the mirror but he can’t get through” è una goduria per le orecchie). Poi il disco cala un po’, prima di risollevarsi nel finale con la splendida Skrting on the surface, un altro brano pescato dal repertorio live della casa madre.


A light for attracting attention non farà gridare al miracolo. È un lavoro in totale continuità con i Radiohead, dal quale sai sempre più o meno cosa aspettarti. Il fatto che i brani siano stati presentati dal vivo a gennaio inoltre ha un po’ smorzato l’effetto sorpresa. Ma dopo i primi ascolti (sappiamo che la musica di Yorke e Greenwood ha bisogno di tempo per essere apprezzata in pieno) è evidente che sarà uno dei dischi da ricordare nel 2022 e che pochi nel mondo scrivono e arrangiano canzoni come i due musicisti di Oxford.

Rispetto ai Radiohead, però, ci sono alcune differenze. Per esempio il batterista Tom Skinner, che ha contribuito anche alla scrittura di diversi brani. Skinner viene dal mondo del jazz e si sente: il suo tocco è più soffice ed essenziale rispetto a quello di Phil Selway. E si sente la mancanza, dall’altro lato, del basso di Colin Greenwood, il cui contributo alla musica della band di Oxford è stato spesso troppo sottovalutato, in studio come dal vivo.

Viene naturale chiederselo: la nascita degli Smile significa la fine dei Radiohead? Al momento non lo sappiamo. A giudicare da come suona A light for attracting attention, è lecito pensare che la band di Oxford abbia deciso di prendersi una bella pausa, magari non definitiva ma comunque lunga. Lo proverebbe il fatto che due pezzi scritti (e già registrati in versioni non definitive, pare) per il gruppo storico sono finiti dentro questo disco.

Yorke e Greenwood, che come al solito centellinano le loro apparizioni pubbliche, finora non hanno dato indicazioni precise in merito, ma al momento la band è ferma. A gennaio i due erano stati ospiti di una puntata del podcast statunitense Smartless, concedendo una lunga intervista. Dopo averli presentati, quasi a bruciapelo, i conduttori hanno chiesto a Jonny Greenwood quando vedremo di nuovo dal vivo i Radiohead. E lui ha dato una risposta che non aiuta certo a cancellare i dubbi: “Chi lo sa”.