Bruno Vespa durante la puntata di Porta a porta in cui ha intervistato Giuseppe Salvo Riina, il 6 aprile 2016. (Claudio Peri, Ansa)

Cosa c’è dietro l’autobiografia di Salvo Riina

Bruno Vespa durante la puntata di Porta a porta in cui ha intervistato Giuseppe Salvo Riina, il 6 aprile 2016. (Claudio Peri, Ansa)
05 maggio 2016 11:58

Da qualche settimana nelle librerie italiane c’è la peste, o così dicono: di sicuro c’è un cortocircuito. La causa di entrambi è un libro che ha di nuovo tirato fuori le paure, le rabbie e le contraddizioni nei confronti di un passato che non passa. Si intitola Riina, family life, lo pubblica l’editore Anordest e l’ha scritto Giuseppe Salvo Riina, figlio di Totò Riina, boss di cosa nostra condannato per associazione mafiosa, strage e altri crimini.

L’intenzione di Salvo Riina, che ha 39 anni e una condanna per associazione mafiosa a otto anni e dieci mesi già scontata, era quella di raccontare l’umanità del padre: il risultato è stato che alcune pagine fanno torcere lo stomaco, altre il buon senso, altre ancora la decenza. Ma a quello che raccontano ci arrivo tra poco, ora è importante parlare di numeri e date.

Il libro nelle prime settimane si è piazzato al 384º posto nella classifica delle vendite, riuscendo a farsi comprare da un migliaio di persone in tutta Italia. Sono numeri lontani dal successo, ma le polemiche per la sua uscita sono state inversamente proporzionali alle vendite e hanno alzato un polverone che ha ingigantito la figura dell’autore, gonfiato l’indignazione e fatto sparire i fatti.

I fatti raccontano chi è davvero Salvo Riina, perché ha dato vita a questa operazione e perché ha fallito

Uno dei fatti sotterrati non sarebbe neanche secondario, e riguarda il tentativo di Riina di piazzare la sua autobiografia fin dal 2013. Nessuno può sapere come fosse quella versione, ma un dettaglio farebbe pensare che sarebbe stata meno innocua di quella uscita. Quell’anno il figlio del boss concede un’intervista alla giornalista Raffaella Fanelli, che poi l’avrebbe usata per Intervista a Cosa Nostra, libro pubblicato sempre dall’editore Anordest. “Riina jr avrebbe confidato di star lavorando a una sorta di autobiografia, che serva a far chiarezza sulla figura del padre e sulla cattura di Bernardo Provenzano”, si legge sull’edizione veneta del Corriere della Sera. Subito dopo la pubblicazione, l’avvocato di Salvo Riina prova però a far ritirare dal mercato il libro di Fanelli, senza riuscirci. Quello che riesce a fare è convincere il suo cliente a non pubblicare niente “che serva a far chiarezza sulla figura del padre e sulla cattura di Bernardo Provenzano”. Sono passaggi tutt’altro che segreti, ma non hanno attirato granché l’attenzione.

Il motivo è che molti hanno guardato le corna e non hanno visto il diavolo, e che questo è uno strabismo abituale quando si parla di mafia: un occhio all’emergenza, uno alla denuncia, scarso interesse per i fatti. I fatti raccontano chi è davvero Salvo Riina, perché ha dato vita a questa operazione spregiudicata e perché ha fallito: il diavolo, zoppo. Le polemiche dicono qualcosa degli automatismi con cui si parla di mafia: le corna, lunghe.

Le corna

Tutto è cominciato con l’intervista rilasciata da Salvo Riina a Bruno Vespa durante la trasmissione Porta a porta, su Rai1, il 6 aprile. Sarebbe stato meglio inquadrarla per quello che era, cioè un’intervista mediocre, perfino inutile, con l’aggravante della promozione sulla tv pubblica di un libro pessimo e miserabile, per quanto legittimo. Ma non è andata così.

Sabina Guzzanti ha manifestato davanti alla sede Rai di Roma: “Hanno chiuso il mio Raiot, Porta a porta deve sparire”. La pretesa di denunciare l’ingiusta chiusura di un programma con la richiesta di chiuderne un altro dimostra l’insensatezza della situazione.

Molti hanno sostenuto che i mafiosi non vanno intervistati, ma la storia del giornalismo è piena di questo tipo di interviste. Enzo Biagi ha intervistato Tommaso Buscetta e Luciano Liggio. Si dirà che Biagi ha fatto altre domande rispetto a Vespa, e più incisive: ed è vero. Ma questo casomai dice molto del giornalista e poco dei risultati.


Se valutiamo queste interviste in base all’ambiguità dell’intervistato, come hanno fatto in tanti, si scopre che l’apologia della buona vecchia mafia fatta da Buscetta non è da meno rispetto alla doppia morale con cui Salvo Riina rifiuta di giudicare suo padre. Se valutiamo i contributi offerti alla conoscenza di cosa nostra, allora si dovrà dire che sono scarsi in tutti i casi, tranne quelli in cui a parlare è un pentito.

Roberto Saviano ha una posizione più articolata. Per lo scrittore l’intervista contiene “la comunicazione di cosa nostra più forte negli ultimi vent’anni”. Riina avrebbe lanciato due messaggi, che spettatori e commentatori non hanno afferrato. Il primo è rivolto al cinquantenne Matteo Messina Denaro e agli altri boss della sua generazione, e sarebbe un invito a non intralciare il nuovo corso che la vecchia mafia vuole intraprendere.

L’altro sintetizzerebbe questo nuovo corso. “Riina ha voluto suggerire che la vecchia cosa nostra non è la nuova”, e lo ha fatto, secondo Saviano, parlando dei valori della sua famiglia, usata come metafora. “Noi non ci pentiamo, ha voluto dire, ma non vogliamo più il 41bis. E cosa diamo in cambio: ognuno si prende le sue responsabilità”. A questo punto lo scrittore dice che c’è bisogno di “uno scatto di fantasia” per capire che Salvo Riina sta proponendo la dissociazione di suo padre dalla mafia.

Ma la dissociazione, per quanto diversa dal pentimento, non è solo un’ammissione di responsabilità. Figlia del decreto antiterrorismo del 1979, nasce per rompere il muro di omertà dei gruppi eversivi di destra e di sinistra. Uno dei nodi centrali sono gli sconti di pena concessi a chi “si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori” o a chi aiuta a raccogliere “prove decisive per la cattura dei concorrenti”. Nei fatti, dunque, il boss sarebbe disponibile a fare quello che rifiuta di fare da più di vent’anni.

Ma i fatti in questa storia parlano d’altro.

Il diavolo zoppo

Salvo Riina ha 39 anni, alla sua età il padre comincia la latitanza e la costruzione del suo impero. Parte da Corleone e muove guerra a boss della vecchia guardia come Bontade, Badalamenti e Inzerillo per prendersi Palermo, roccaforte del potere mafioso. Ci riesce, ma non fa i conti con Tommaso Buscetta. Il boss, vicino a Bontade e Inzerillo, un anno dopo l’arresto nel 1983 decide di collaborare con la giustizia e con le sue dichiarazioni permette a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e al pool antimafia di Palermo di cominciare a smantellare cosa nostra grazie al maxiprocesso.

Riina è furioso e fa sterminare la sua famiglia, ma deve pensare anche ai giudici. È l’inizio della campagna stragista in cui uccide Falcone, Borsellino, organizza attentati a Roma e Firenze, fa uccidere i suoi referenti politici, Salvo Lima e Ignazio Salvo. Cerca di difendere il suo impero, ma ne finisce schiacciato.

Quando nel 1993 il boss finisce in carcere, Salvo Riina è un erede ancora troppo giovane per la corona. Ci prova più tardi a conquistarla, almeno stando agli inquirenti che nel 2002 lo fanno arrestare per associazione mafiosa, con l’accusa di “portare avanti le idee criminali del padre, sostenendo inoltre l’ala dura dei corleonesi”. Quello che va in carcere è un principe senza più un regno, né un esercito con cui ristabilirlo: il padre, il fratello Giovanni e lo zio Leoluca Bagarella sono all’ergastolo, così come decine di altri affiliati ai corleonesi; i beni sequestrati già a partire dal 1995.

Salvo Riina ha costruito una favola negazionista, soprattutto ininfluente

Quello che gli resta in mano, oggi, è un mucchio di cocci, e con questi cocci vorrebbe provare a ricostruire il mito della grandezza della famiglia Riina. Il problema è che non può farlo, perché qualsiasi riferimento reale faccia in un qualsiasi racconto potrebbe essere pericoloso per sé e per chi è in carcere. Le parole di Lillo Garlisi della casa editrice Melampo confermano questo sforzo velleitario.

“Alla Melampo riceviamo la proposta nel luglio 2013 direttamente dall’autore, che però non ci dà un manoscritto, ci vorrebbe vendere l’idea”, dice Garlisi. “Per alcune settimane non ci dà niente da leggere, intanto scopriamo che il testo era stato dato a un altro editore che ne aveva annunciato l’uscita”. Di questa versione restano tracce solo online, e chissà se si tratta di quella famosa autobiografia in cui avrebbe dovuto far chiarezza sul padre, sulla cattura di Provenzano, eccetera. “Sarebbe interessante capire cosa c’era scritto, i capitoli che invia subito dopo alla Melampo sono acqua fresca, ogni riferimento a fatti e persone è vago e inconsistente”, continua Garlisi. “Se fosse servito a conoscere qualche aspetto nuovo di cosa nostra avrebbe avuto un senso, ma quello che abbiamo letto noi era un libro inutile, senza fatti e senza nomi, perciò dopo un paio di mesi spesi per cercare di capire se c’era qualcosa di utile abbiamo deciso di non procedere in alcun modo”. Non potendo raccontare alcun fatto rilevante, Salvo Riina ha costruito una favola negazionista, soprattutto ininfluente.

Corrado Melluso racconta che il manoscritto alla Baldini&Castoldi è arrivato via email il 18 marzo 2015, inviato da una ghostwriter che parla di “una biografia romanzata”, ma il dettaglio su cui concentrarsi è il ritorno della figura dell’avvocato: “Ci contatta una ragazza e ci dice che ha scritto l’autobiografia del figlio del boss, precisando anche che era stata approvata dall’avvocato di Salvo Riina, ci era sembrata una cosa molto strana e non abbiamo dato seguito alla proposta”.
Alla versione dei fatti approvata dall’avvocato, nel 2016, non può crederci nessuno, ma non importa. Cosa nostra è mafiocentrica, oltre che egocentrica, non può rinunciare a percepirsi e raccontarsi come una grande potenza che tutto manipola e decide, anche cosa devono pensare gli altri, come mi ripete il giornalista Gaetano Savatteri, al quale devo l’immagine del principe senza regno.

Salvo e Totò Riina sono due sconfitti che credono ancora di contare qualcosa. L’uno pensando di poter riscrivere la storia di questo paese, l’altro rimpiangendo le stragi e chiedendosi come mai “questa popolazione non vuole ammazzare a nessun magistrato”.

L’errore che non va commesso è di seguirli in questi piccoli e grandi deliri di onnipotenza. Per non farlo, bisogna lasciar perdere le polemiche che generano e aggrapparsi con tutte le forze alla ragione e ai fatti.

Nota. Se qualcuno volesse leggere il libro di Salvo Riina, qui trova una serie di note a margine che ne riempiono l’elusività e le omissioni.

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