20 luglio 2015 17:01

Qualche settimana fa, al culmine dell’ondata di panico sui mercati azionari cinesi, circolava una barzelletta: “Il mese scorso il cane mangiava quello che mangiavo io. La settimana scorsa io mangiavo quello che mangia il cane. Questa settimana credo che mi mangerò il cane”. Molte persone hanno perso tantissimi soldi.

Il governo cinese vive nel terrore. È terrorizzato dal cambiamento climatico, dal rallentamento della crescita economica, perfino dal crollo delle borse – insomma, da qualsiasi cosa possa mettergli contro la popolazione. Se guidi una dittatura da 66 anni e l’unica credibilità che ti resta agli occhi dell’opinione pubblica è la tua capacità di far crescere di continuo gli standard di vita, qualsiasi cambiamento provoca terrore.

Ma quanto è terrorizzato il governo cinese? Osserviamo la reazione alla recente caduta dei due principali mercati azionari nazionali. La Cina ha un’economia capitalistica, per quanto profondamente distorta, e i mercati azionari sono una parte normale di economie di questo tipo. Vanno su, vanno giù, e di solito i governi non intervengono in questi processi.

Perché un governo dovrebbe intervenire in una situazione del genere? Alcuni investitori vinceranno, altri perderanno, e tutto si sistemerà

Ultimamente i mercati azionari cinesi sono andati su e giù come sulle montagne russe. Dopo aver annaspato per anni, i prezzi sono esplosi nel giugno del 2014. Nel corso dell’anno successivo la borsa di Shanghai ha registrato un aumento medio del 150 per cento e quella di Shenzhen del 200 per cento. Ovviamente tutto questo non era sostenibile, soprattutto perché la crescita dell’economia reale sta rallentando da anni. Una “correzione” era inevitabile.

Ed è arrivata di colpo, il 12 giugno di quest’anno. Da quel giorno le azioni sono crollate del 30 per cento sul mercato di Shanghai e del 40 per cento su quello di Shenzhen. Sono stati bruciati circa quattromila miliardi .

Sì, e allora? Il valore delle azioni cinesi è ancora molto più alto rispetto a un anno fa. A dire il vero, dato che generano guadagni pari a venti volte il loro valore, queste azioni continuano a essere sopravvalutate in base agli standard del mondo reale.

Perché un governo dovrebbe intervenire in una situazione del genere? Alcuni investitori vinceranno, altri perderanno, e tutto si sistemerà. Il governo cinese però è intervenuto in modo piuttosto pesante. Prima ha tagliato i tassi di interesse, portandoli al livello più basso di sempre. Dato che questa misura non è bastata a fermare il crollo, Pechino ha proibito agli investitori che detengono più del 5 per cento delle azioni di un’azienda e a tutti gli investitori stranieri di vendere le loro quote per sei mesi.

Investimenti artificiali e bolla immobiliare

Il governo ha incoraggiato circa 1.300 aziende cinesi – metà dell’intero mercato azionario – a sospendere gli scambi delle loro azioni. Ha proibito qualsiasi nuova quotazione sui mercati. Ha addirittura ordinato a una finanziaria sostenuta dallo stato di concedere nuovi prestiti a chi voleva scommettere sui mercati azionari più di quanto potesse permettersi.

Insomma, ha fatto qualsiasi cosa pur di fermare la caduta del valore delle azioni. E alla fine le azioni hanno smesso di calare. La scorsa settimana sono perfino salite un po’.

Potrebbe anche essere ciò che gli investitori definiscono un “rimbalzo del gatto morto” – se i prezzi crollano da livelli abbastanza alti, è prevedibile che all’atterraggio ci sia un piccolo rimbalzo – ma questo interessa soprattutto gli investitori cinesi. La domanda interessante per noi è: perché il regime comunista cinese fa tutto questo?

Perché ci sono 90 milioni di investitori privati sui mercati azionari cinesi. In generale sono piuttosto anziani (due terzi di loro non hanno finito le superiori), hanno giocato i loro risparmi in borsa, e secondo i mezzi d’informazione governativi hanno perso ciascuno in media 420mila yuan (67mila dollari) nelle ultime due settimane.

Questo non sarebbe un problema se fossero stati sui mercati già un anno fa: in tal caso sarebbero ancora in attivo. Moltissimi investitori privati, tuttavia, sono entrati molto dopo nel gioco – solo nel mese di maggio sono stati aperti 12 milioni di nuovi conti – e hanno già perso le loro camicie. Se il governo non avesse bloccato il crollo dei prezzi avrebbero perso anche le mutande.

Così il regime è intervenuto. Forse perché il Partito comunista cinese ama così tanto i suoi cittadini da non poter sopportare di vederli perdere. Ma è più probabile che sia perché è davvero terrorizzato all’idea che quelle decine di milioni di persone che hanno perso in borsa (dopo essere state apertamente incoraggiati a investire) scenderebbero in piazza a protestare. Che il governo cinese sia o meno stabile, di certo non è così che si sente adesso.

Quest’ultima serie di misure rientra in una tendenza che risale alla crisi globale delle banche nel 2008, quando la Cina fu l’unico grande paese a evitare la recessione inondando l’economia di denaro a buon mercato. Poche persone persero il lavoro, ma il boom di investimenti artificiali generò una bolla nel mercato immobiliare che ora sta cominciando a sgonfiarsi: milioni di case sono vuote e milioni di mutui hanno un valore inferiore a quello nominale.

Prima o poi questo gioco finirà male. Il rischio è che in Cina succeda come in Giappone, che, dopo trent’anni di sviluppo vertiginoso, alla fine degli anni ottanta si era ritrovato con una crescita del 2 per cento (o anche inferiore) e una stagnazione che dura ormai da un quarto di secolo. Guarda caso, oggi la Cina è al trentesimo anno di crescita, e il suo governo sta facendo esattamente quello che fece il governo giapponese prima del crollo.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)