01 gennaio 2016 11:11

C’è un vecchio gioco da fiera chiamato Whac-a-mole (colpisci la talpa). Bisogna colpire la (finta) talpa in testa e ricacciarla nel buco da cui è uscita, mentre contemporaneamente una o più altre talpe sbucano fuori da altri buchi. È un’eccellente metafora dell’incapacità degli esseri umani di abolire la schiavitù sessuale.

Il 29 dicembre 2015, dopo un’attesa fin troppo lunga, sono finalmente arrivate le piene scuse del governo giapponese per aver ridotto in schiavitù quasi duecentomila giovani comfort women provenienti da paesi conquistati dal Giappone per fornire “conforto” sessuale ai soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale.

Il governo del primo ministro Shinzo Abe ha finalmente messo fine a decenni di mercanteggiamenti sulle effettive proporzioni del crimine commesso dal Giappone e sulla scelta delle parole con cui il paese avrebbe dovuto scusarsi. Ha semplicemente ammesso la responsabilità del Giappone, chiedendo scusa e offrendo un miliardo di yen (8,5 milioni di dollari) di risarcimento per le donne di conforto coreane ancora in vita.

Le scuse sono un po’ tardive (le 46 “donne di conforto” ancora in vita hanno tutte più di ottant’anni), ma la talpa è stata finalmente colpita come si deve. Peccato solo che, in un’altra parte del giardino, la testa di un’altra talpa sia immediatamente emersa dal terreno.

Il diritto islamico proibisce di rendere schiavi dei musulmani, ma l’unica cosa che ha fatto è stato incoraggiare una fiorente tratta di schiavi non musulmani

Questa volta è stato il gruppo Stato islamico (Is). La Reuters ha pubblicato alcuni documenti sottratti all’Is che comprendono anche la fatwa numero 64 del 29 gennaio di quest’anno, che si proponeva di spiegare le regole islamiche che spiegano chi può violentare una donna schiava non musulmana. O, più precisamente, chi non può farlo (ovvero un numero piuttosto ridotto di persone).

Chi possiede delle schiave può naturalmente violentarle, ma non può stuprare una madre e sua figlia. Deve fare una scelta e rispettarla. Allo stesso modo, un padre e un figlio che possiedono schiavi non possono violentare entrambi la stessa donna schiava. E dei soci d’affari che condividono la proprietà di una schiava non possono violentarla entrambi. Sarebbe quasi un incesto.

È una tipica provocazione dell’Is, concepita per piacere a dei giovani uomini frustrati e al contempo scioccare l’opinione dei musulmani ortodossi. In maniera abbastanza prevedibile, studiosi musulmani come il professor Abdel Fattah Alawari, preside della facoltà di teologia dell’università Al Azhar del Cairo, si sono affrettati a sottolineare che l’Is, nell’affermare che tutto ciò fa parte del diritto islamico, stava volontariamente offrendo un’interpretazione sbagliata di alcuni versetti e detti, originariamente pensati per mettere fine alla schiavitù.

“L’islam predica la liberazione degli schiavi, non la schiavitù”, spiega Alawari. “La schiavitù era una realtà nel momento in cui è nato l’islam. La civiltà cristiana, quella giudaica, greca, romana e persiana praticavano tutte la schiavitù, riducendo in schiavitù sessuale le donne dei loro nemici. L’islam si è quindi trovato di fronte a questa pratica aberrante e ha cercato gradualmente di abolirla”. È vero, anche se è successo molto, molto gradualmente.

Il diritto islamico proibisce di rendere schiavi dei musulmani, ma l’unica cosa che ha fatto è stato incoraggiare una fiorente tratta di schiavi non musulmani durata oltre mille anni. Una pratica che ha avuto lunghissimi strascichi: quando da bambino crescevo a Terranova, la regione più orientale dell’America del nord, a scuola ci raccontavano dei “Sally rovers”, pirati musulmani del Marocco che assaltavano i villaggi sulla costa di Terranova alla ricerca di schiavi ancora nel settecento.

Le incursioni degli schiavisti musulmani sulle coste europee erano così frequenti che ampie porzioni della costa sono rimaste quasi abbandonate fino al settecento. L’ultima grande incursione schiavistica dei tatari di Crimea (un tradizionale modo di guadagnarsi da vivere noto come “mietitura della steppa”) ha ridotto in schiavitù ventimila russi e polacchi nel 1723.

Né gli imperi europei né i grandi stati musulmani hanno posto fine alla schiavitù fino all’ottocento, quindi le responsabilità sono molte e diffuse

Il cristianesimo, che si è ampiamente diffuso tra gli schiavi dell’impero romano e non ha controllato alcuna forma di governo per i suoi primi tre secoli di vita, avrebbe dovuto comportarsi meglio quando ha preso il potere, ma così non è stato. La schiavitù è esistita nella parte orientale dell’impero romano, a Bisanzio, fino alla sua presa da parte dei turchi nel 1452.

La schiavitù era invece scomparsa nell’anno mille nell’occidente cristiano, sostituita però dal sistema feudale, nel quale le persone più modeste erano ridotte in stato di servitù. E appena è riapparsa una vera e propria domanda di schiavi, con la colonizzazione delle Americhe nel cinquecento, gli europei hanno cominciato ad acquistare schiavi dall’Africa, come gli imperi islamici di Medio Oriente e India avevano continuato a fare.

La fonte di approvvigionamento di schiavi più duratura per il mondo musulmano è stata la tratta africana, sia attraverso il Sahara sia fino alle coste d’Africa orientale, durata dal nono secolo all’ottocento. Varie stime degli storici suggeriscono che gli africani venduti in questa tratta millenaria siano stati tra i dieci e i 18 milioni, un numero analogo a quelli degli schiavi esportati dagli europei nei 250 anni della tratta transatlantica.

Né gli imperi europei né i grandi stati musulmani hanno posto fine alla schiavitù fino all’ottocento, quindi le responsabilità sono molte e diffuse. Ma esiste una notevole differenza tra le due tratte. Gli schiavisti europei prendevano due o tre maschi africani per ogni donna, poiché quel che interessava loro era la forza lavoro per l’agricoltura commerciale.

Gli schiavisti musulmani, invece, catturavano generalmente più donne che uomini, poiché esisteva una maggiore domanda di schiave sessuali donne (concubine o simili) che di schiavi guerrieri uomini, mentre praticamente non esisteva domanda di lavoratori agricoli. Il mondo musulmano ha una storia specifica per quanto riguarda la schiavitù sessuale, e quindi anche un dovere specifico a condannare e combattere le inaccettabili rivendicazioni dottrinarie dei fanatici dell’Is.

(Traduzione di Federico Ferrone)