Un giovane sudsudanese che ha perso i genitori nei combattimenti avvenuti a Juba dall’8 all’11 luglio. La foto è stata scattata il 13 luglio 2016.

La lunga guerra  del Sud Sudan non rappresenta l’Africa

Un giovane sudsudanese che ha perso i genitori nei combattimenti avvenuti a Juba dall’8 all’11 luglio. La foto è stata scattata il 13 luglio 2016.
14 luglio 2016 11:37

Questo non è un articolo sul Sud Sudan, anche perché i conflitti che si svolgono da quelle parti sono di una complessità quasi inafferrabile. La miniguerra della scorsa settimana tra le forze del presidente Salva Kiir e quelle del vicepresidente Riek Machar, in cui sono morte più di 270 persone e che ha visto carri armati, artiglieria ed elicotteri militari affrontarsi nella capitale Juba, rientra in una dinamica che riguarda tutto il paese.

I quattro giorni di duri combattimenti sono cominciati l’8 luglio con uno scontro tra le guardie del corpo dei due uomini davanti al parlamento, e si sono subito trasformati in un conflitto a tutto campo tra tutte le truppe di Kiir e Machar nella capitale. La cosa non ha sorpreso nessuno, perché l’accordo di pace che nell’agosto del 2015 ha messo fine a una guerra civile che in due anni aveva fatto decine di migliaia di vittime non è mai stato troppo affidabile.

Dopo aver raggiunto un fragile cessate il fuoco, Kiir ha dichiarato: “Il Sud Sudan diventerà un grande paese solo se riusciremo a considerarci prima come sudsudanesi e poi come membri di gruppi politici o tribali”. Sono le classiche cose che i leader si sentono obbligati a dire dopo uno scontro senza senso come questo. È una cosa vera, ma in Sud Sudan è molto difficile da realizzare.

Lo scorso fine settimana era il quinto anniversario dell’indipendenza dal Sudan, ma i festeggiamenti erano già stati cancellati prima che cominciassero gli scontri a fuoco perché il governo non aveva i soldi per pagarli. A parte un po’ di petrolio, il paese non può contare su praticamente nessuna esportazione, e lo scorso anno ha sofferto duramente per il crollo del prezzo del greggio.

Il vero motivo della sua povertà, tuttavia, è la guerra: il paese oggi noto come Sud Sudan è stato in guerra per 42 degli ultimi 60 anni. I colonialisti britannici l’avevano accorpato al Sudan per convenienza amministrativa, ma al nord la popolazione era in maggioranza musulmana e parlava arabo, mentre a sud era perlopiù cristiana e di cultura, etnia e lingua africana.

Il conflitto è cominciato un anno prima dell’indipendenza del Sudan nel 1956, con la resistenza del sud ai tentativi del governo sudanese di islamizzarlo e arabizzarlo. La prima guerra civile è durata fino al 1971, ma la seconda è stata ancora più lunga: dal 1983 al 2005. Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza, nel 2011, era ormai una società completamente militarizzata.

L’immagine di un continente devastato dalla guerra è un’illusione ottica alimentata dall’ossessione della stampa per la violenza

Non ci è voluto molto perché i due principali gruppi etnici, i dinka (guidati dal presidente Salva Kiir) e i nuer (guidati dal vicepresidente Riek Machar), entrassero in conflitto. Sono solo due dei sessanta gruppi etnici del Sud Sudan, ciascuno dotato di lingue, culture e territori propri. Anche all’interno dei due gruppi etnici principali esistono sottogruppi diversi, che spesso si trovano a combattere in schieramenti opposti di un conflitto.

Un quinto dei dodici milioni di abitanti del Sud Sudan è rifugiato all’interno del suo stesso paese: i più fortunati vivono nei campi profughi delle Nazioni Unite, ma molti si nascondono in paludi e deserti per sfuggire alle milizie. Kiir e Machar sono uomini violenti e inaffidabili, e nessuno dei due ha il pieno controllo dei suoi generali. Intanto le organizzazioni internazionali che hanno fatto arrivare nel paese aiuti economici e forze di sicurezza stanno perdendo la pazienza.

La consulente alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Susan Rice, ha dichiarato: “Questa violenza ingiustificabile e insensata, scatenata da persone che stanno nuovamente anteponendo i propri interessi personali a quelli del paese e della propria gente, mette in pericolo tutto ciò a cui i sudsudanesi hanno aspirato negli ultimi cinque anni”.

Negli ultimi scontri sono morti due caschi blu cinesi, spingendo il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon a mettere da parte la sua abituale prudenza diplomatica. “Ancora una volta i leader del Sud Sudan hanno tradito la propria gente”, ha dichiarato. “Raramente un paese ha mandato in fumo così tante promesse in così poco tempo”.

L’attuale cessate il fuoco potrebbe non durare molto: nel corso dell’ultima guerra civile ne sono stati violati ben sette. È improbabile che il Sud Sudan riesca a raggiungere un accordo di pace duraturo nel prossimo futuro. Ma il Sud Sudan non è rappresentativo di tutta l’Africa subsahariana. Dei 48 paesi a sud del Sahara solo la Somalia, il Burundi e il Sud Sudan sono attualmente afflitti da una violenza interna su larga scala.

Una dozzina di altri paesi ha attraversato conflitti simili negli ultimi quindici anni: la popolazione dell’Africa subsahariana è unica al mondo per diversità umana, con duecento gruppi etnici che contano almeno un milione di persone e solo tre superiori ai 15 milioni di persone. La maggior parte di essi riesce a convivere in maniera piuttosto pacifica e con il passare del tempo, sulle rovine del passato coloniale, vengono costruite identità nazionali più ampie.

L’immagine di un continente devastato dalla guerra è un’illusione ottica alimentata dall’ossessione della stampa internazionale per la violenza. Basti pensare che nel 2014 e nel 2015 gran parte delle notizie che giungevano dall’Europa al mondo riguardavano la guerra in Ucraina, anche se gli altri cinquanta paesi del continente vivevano in pace. Il Sud Sudan è stato sfortunato con la sua storia e i suoi leader, ma non rappresenta l’Africa più di quanto l’Ucraina rappresenti l’Europa.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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