A Nanyang, in Cina, contadini festeggiano la chiusura della sessione plenaria del Partito comunista cinese, il 6 novembre 2016.

Il marxismo nell’era della diseguaglianza globale

A Nanyang, in Cina, contadini festeggiano la chiusura della sessione plenaria del Partito comunista cinese, il 6 novembre 2016.
11 maggio 2018 10:05

“Karl Marx aveva ragione: il socialismo funziona. Ha solo sbagliato specie”, ha scritto il sociobiologo E.O. Wilson, la principale autorità mondiale in materia di formiche. Ma la realtà è un po’ più complicata di così, e questo è un buon momento per parlarne, poiché il 5 maggio è stato il duecentesimo anniversario della nascita di Marx.

Marx è morto in esilio a Londra nel 1883, e non può quindi essere incolpato per le decine di milioni di persone uccise in nome del marxismo in Unione Sovietica, Cina e altrove nel ventesimo secolo. Ma Marx voleva davvero cambiare il mondo, e il suo obiettivo era l’eguaglianza: una “società senza classi”.

Al momento della sua massima forza, a metà degli anni ottanta, il marxismo ha dominato le vite di un terzo degli abitanti del mondo. Oggi è l’ideologia ufficiale di appena cinque paesi, e anche in questi casi è soprattutto una scusa per regimi autoritari, non un reale sistema di valori. Ma il principio d’eguaglianza rimane un valore centrale nella politica degli esseri umani, e oggi sappiamo più o meno perché.

Le curve delle civiltà
L’egualitarismo tra gli esseri umani pone un problema che l’antropologo Bruce Knauft ha denominato la “curva a U”. Knauft ha osservato che tutte le specie di primati non umani, come scimpanzé, gorilla eccetera, sono profondamente gerarchiche (una linea verticale), mentre fino a centomila anni prima dell’avvento della civiltà, i nostri antenati raccoglitori-cacciatori erano estremamente egualitari (una linea orizzontale).

Ma con l’avvento delle civiltà di massa, cinquemila anni fa, sono tornati a dominare i valori degli scimpanzé: così, fino a non molto tempo fa, tutte le società civilizzate erano delle ripide gerarchie fatte di privilegio e potere. Quindi ecco tracciata un’altra linea verticale e la curva a U.

Questo solleva due domande: come avevano fatto gli esseri umani a liberarsi dalla norma dei primati, e perché hanno nuovamente ceduto quando sono diventati “civilizzati”? La risposta migliore alla prima domanda è venuta da un altro antropologo, Christopher Boehm, secondo il quale gli umani sono stati abbastanza intelligenti da capire che la consueta lotta per il dominio tra tutti i maschi adulti dei primati poteva avere un solo vincitore.

Gli altri erano condannati alla sconfitta, oltre a essere umiliati e sottomessi dal maschio dominante. Poiché ogni individuo aveva più probabilità di perdere che di vincere, era nell’interesse collettivo porre fine all’intero gioco della dominazione – e poiché al contrario di altri primati, gli esseri umani possedevano il linguaggio, questo gli ha permesso di cospirare in minirivoluzioni che hanno raggiunto esattamente quell’obiettivo.

La crescita dei mezzi d’informazione ha restituito a milioni di persone la capacità di organizzarsi e di sfidare chi li dominava

Tutte queste piccole società di cacciatori-raccoglitori erano egualitarie perché agivano, come ha scritto Boehm, in “gerarchie di dominazione inversa”: i membri ordinari si erano alleati tra loro e avevano sottomesso i potenziali maschi alfa. Ancora oggi le tradizioni delle società aborigene riflettono questa vecchia rivoluzione: sono fieramente egualitarie e possiedono forti meccanismi sociali per rimettere al loro posto quanti si montano troppo la testa.

Gli esseri umani hanno vissuto in piccoli gruppi senza gerarchie, senza nemmeno un leader formale, abbastanza a lungo da iscrivere questi valori egualitari nella nostra cultura e forse nei nostri geni. Ma anche le civiltà più primitive erano numerose, e questo aveva vanificato i meccanismi di controllo sociale basati sull’individuazione e la dissuasione dei potenziali maschi alfa. Inoltre le società di massa possedevano complicate economie che necessitavano di processi decisionali centralizzati. E così i maschi alfa hanno preso il controllo, dando avvio a millenni di tirannide.

La cosa è finita solo negli ultimi due secoli, quando delle rivoluzioni democratiche hanno cominciato a rovesciare re, imperatori e dittatori. Ma perché proprio in quel momento?

Probabilmente perché la crescita dei mezzi d’informazione (in una prima fase solo i giornali stampati e l’istruzione di massa) ha restituito a milioni di persone la loro capacità di organizzarsi e di sfidare quanti li dominavano.

Gestire la diseguaglianza
Lo spirito egualitario non si era spento dentro di loro, e quindi hanno approfittato dell’opportunità. Oggi più di metà della popolazione mondiale vive in paesi che sono più o meno democratici. Ma si tratta di un’eguaglianza solo politica. Non abbiamo mai ritrovato l’eguaglianza materiale dei cacciatori-raccoglitori, e le gerarchie sociali persistono.

L’obiettivo di Marx era recuperare il rimanente terreno perduto (anche se non l’avrebbe mai detto così), e creare una società senza classi che vivesse in assoluta eguaglianza. Era un obiettivo così seducente che milioni di persone hanno dato la vita per esso, ma si trattava di una chimera.

L’unico modo per raggiungere nuovamente quel genere di eguaglianza in una moderna società di massa era di applicare un severo controllo sociale – e le uniche persone in grado di far funzionale un simile controllo sono stati dittatori senza pietà. Il crollo del comunismo ci ha quindi insegnato qualcosa. L’eguaglianza assoluta ha un prezzo troppo elevato.

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Ma anche una grande diseguaglianza ha un prezzo. Le persone che vivono nelle società democratiche contemporanee possono accettare molte diseguaglianze, soprattutto se esiste uno stato sociale abbastanza sviluppato a proteggere i poveri. Però, quando le differenze di reddito diventano troppo alte, le politiche di governo diventano brutte.

Perché i canadesi hanno eletto Justin Trudeau come primo ministro, mentre gli statunitensi hanno scelto Donald Trump come loro presidente? I due paesi hanno culture simili e redditi pro capite quasi identici, ma il 20 per cento più ricco dei canadesi guadagna 5,5 volte più del 20 per cento più povero. Negli Stati Uniti, il quinto più ricco della popolazione guadagna otto volte più del quinto più povero.

La diseguaglianza è inevitabile, ma è necessario gestirla.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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