Mahathir Mohamad a Kuala Lumpur, in Malesia, il 6 aprile 2018.

Una seconda opportunità per la Malesia

Mahathir Mohamad a Kuala Lumpur, in Malesia, il 6 aprile 2018.
15 maggio 2018 11:47

Mahathir Mohamad è sempre stato un personaggio interessante. È stato primo ministro della Malesia per 22 anni e, nonostante non si sia personalmente arricchito, molte persone a lui vicine hanno tratto grandi vantaggi da attività corrotte che Mahathir non ha fatto nulla per limitare.

È stato un autocrate spietato, ha fatto incarcerare il suo viceprimo ministro, Anwar Ibrahim, con delle accuse false di sodomia quando questi aveva invocato riforme politiche ed economiche nel 1998. Ma ha mantenuto le istituzioni democratiche fondamentali della Malesia quando l’odio interetnico minacciava di rovesciarle e ha lasciato il paese in buone condizioni economiche quando, nel 2001, è andato in pensione all’età di 75 anni.

Probabilmente non avrebbe mai immaginato di tornare al potere a 92 anni.

Come Mahathir, i politici che hanno preso il suo posto negli ultimi anni fanno parte dall’Organizzazione nazionale malese unita (Umno), un partito che sostiene di rappresentare l’etnia malay che ha dominato ogni singola coalizione al potere dal 1957 in poi. Mahathir ha criticato il partito di tanto in tanto, ma è rimasto leale all’Umno fino a che l’evidente corruzione dell’ultimo primo ministro, Najib Razak, lo ha spinto a lasciare il partito nel 2016.

Corruzione al potere
Le ruberie di Najib erano enormi e sfacciate. Sono 4,5 i miliardi di dollari scomparsi da un fondo d’investimento statale chiamato 1 Malaysian Development Berhad (1MDB), 700 milioni dei quali sono finiti nel suo conto personale (si è giustificato dichiarando che si trattava del regalo di un amico mediorientale). Molte altre persone del suo governo hanno sottratto ampie somme di denaro, ma solo Najib ha comprato uno yacht da cento metri dotato di eliporto e cinema.

I furti sono cominciati poco dopo che Najib Razak ha vinto le elezioni del 2008, ed entro quelle del 2013 erano così tanti i malesi convinti che qualcosa stesse andando terribilmente storto che la coalizione d’opposizione, guidata da Anwar Ibrahim (uscito di prigione nel 2004), ha ottenuto la maggioranza dei voti. Non è andato al governo, tuttavia, poiché il sistema elettorale della Malesia ha dato la maggioranza dei seggi alla coalizione di Najib.

A quel punto il dipartimento della giustizia degli Stati Uniti e l’Fbi stavano dando la caccia agli 1,7 miliardi di dollari del fondo 1MBD che erano stati spesi o nascosti negli Stati Uniti. “Il popolo della Malesia è stato defraudato di un’enorme quantità di denaro”, ha dichiarato il vicedirettore dell’Fbi, Andrew McNabe, ma Najib Razak è andato avanti come se niente fosse.

Quando il sostegno ad Anwar Ibrahim ha continuato a crescere, Najib lo ha fatto arrestare, processare con altre imputazioni di sodomia e incarcerare per altri cinque anni nel 2015. L’anno successivo Mahathir Mohamad ha lasciato il partito al potere, ritenendosi “imbarazzato” dalla corruzione, e nelle strade di Kuala Lumpur sono cominciate le proteste popolari. Najib non ha battuto ciglio.

Lo scorso anno Najib ha licenziato il suo vice e il ministro della giustizia per aver fatto dei commenti critici a proposito dello scandalo. In gennaio il nuovo ministro da lui nominato lo ha prosciolto da ogni accusa. È stato allora che la pazienza di Mahathir Mohamad è finita e ha dichiarato che avrebbe guidato la coalizione d’opposizione contro Najib Razak nelle elezioni del 2018.

A 92 anni Mahathir non ha alcuna ambizione politica per il futuro e può permettersi d’infastidire il parassitario clan degli uomini d’affari

Ha promesso che avrebbe immediatamente concesso la grazia ad Anwar Ibrahim se avesse vinto, e che gli avrebbe passato la guida del governo nel giro di due anni. Nonostante nessuno si fidasse di lui, un numero sufficiente di elettori lo ha votato, e la coalizione a maggioranza malay ha perso il potere per la prima volta nella storia del paese.

Mahathir ha già annunciato che Anwar sarà liberato presto e le autorità di Stati Uniti, Svizzera e Singapore sono tutte ansiose di aiutarlo a tracciare i movimenti del denaro sottratto. È persino convinto di poter recuperare la maggior parte di esso. E a Najib Razak è stato ordinato di non lasciare il paese fino a che non saranno concluse ulteriori indagini sul suo patrimonio.

Sembra un lieto fine della storia, ma c’è un ultimo servigio che Mahathir potrebbe rendere al suo paese, ed è l’unica persona in grado di farlo. Solo lui ha il prestigio, e oggi il potere, necessari a mettere fine allo status legale speciale dei malay.

I malay sono in media più rurali, meno istruiti e più poveri dell’altra metà della popolazione (cinesi, indiani e popolazioni indigene). In un tentativo di migliorare la loro condizione e ottenere i loro voti, i vari governi a guida malay hanno garantito loro privilegi scolastici e commerciali.

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Forse è giusto che ai malay continui a essere garantito maggiore accesso alle affollate università della Malesia, nonostante la cosa sia ingiusta nei confronti di studenti più qualificati e di altri gruppi esclusi dalla misura. Ma la regola che permette solo alle aziende guidate da malay di partecipare agli appalti pubblici sta rallentando tutta l’economia ed è la principale causa della corruzione degli ultimi sei decenni. Mahathir può e deve mettere fine a tutto questo.

La coalizione a quattro partiti che egli dirige contiene molti malay ma non ne è dominata. All’età di 92 anni non ha alcuna ambizione politica per il futuro e può permettersi d’infastidire il parassitario clan degli uomini d’affari malay che vivono grazie a contratti statali garantiti.

Se agirà ora, darà al paese una seconda chance di diventare quello che potrebbe essere: una versione asiatica, prospera e straordinariamente multiculturale della Svizzera (montagne escluse, naturalmente).

(Traduzione di Federico Ferrone)

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