Il metropolita Epifanio celebra la messa per il Natale ortodosso a Kiev, Ucraina, 7 gennaio 2019.

Il nuovo grande scisma della chiesa ortodossa

Il metropolita Epifanio celebra la messa per il Natale ortodosso a Kiev, Ucraina, 7 gennaio 2019.
08 gennaio 2019 14:35

Basta vivere abbastanza a lungo, e tutto diventa possibile. Attualmente, per esempio, possiamo sentire il capo della chiesa ortodossa russa, il patriarca Kirill, che definisce un ex agente del Kgb e ateo dichiarato come un “miracolo di Dio”.

Il miracolo in questione, Vladimir Putin, ha fatto carriera nella polizia segreta sovietica prima del crollo dell’Urss, il che significa che ha dovuto essere affiliato al Partito comunista. In qualità di leale comunista, ha dovuto lottare contro la nefasta influenza della religione, “oppio dei popoli”, e da uomo ambizioso è proprio quello che ha fatto.

Ma nel 1991 il regime è cambiato, e Putin ha dovuto ritagliarsi una nuova carriera politica nella Russia postcomunista. Ha quindi abbracciato la religione, o perlomeno ha finto di farlo, e ha stretto un’alleanza con la chiesa ortodossa russa. È per questo che oggi avverte che potrebbero esserci degli spargimenti di sangue se la chiesa ortodossa ucraina riceverà il permesso di emanciparsi dal patriarcato di Mosca.

Restituire il favore
Il presidente russo ha ottenuto la migliore formazione che lo stato sovietico poteva offrire, e la sua opinione privata sulla chiesa ortodossa russa non è probabilmente lontana da quella delle Pussy Riot (con le quali avrebbe, altrimenti, pochissimi altri punti d’accordo). Ma la chiesa ha sempre servito gli interessi dello stato russo quando le è stato permesso, e in quanto incarnazione dello stato russo Putin si sente in dovere di restituire il favore.

A turbare il patriarca Kirill e i suoi colleghi è stato il fatto che il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, abbia garantito un “tomos di autocefalia” al metropolita Epifanio della neonata chiesa ortodossa ucraina. La cosa necessita probabilmente di alcune spiegazioni.

Il patriarca ecumenico è il capo, o meglio il “primo tra pari”, tra i capi delle varie chiese cristiane ortodosse nazionali. “Costantinopoli”, che in realtà oggi si chiama Istanbul, è ancora la sede della cristianità ortodossa, nonostante da oltre cinquecento anni sia controllata dai musulmani.

Gli ucraini hanno chiesto a Bartolomeo se fosse possibile riavere la propria chiesa, e dopo debita riflessione, questi ha accettato. Il tomos di autocefalia (indipendenza) è il documento che ha sancito la sua decisione. Ma Bartolomeo ha solo ripristinato un precedente stato delle cose.

Sia Putin sia Porošenko stanno usando la religione per i loro scopi

Kiev, oggi capitale dell’Ucraina, è stata la prima capitale dello stato russo, e naturalmente anche la sede della chiesa russa ortodossa. Ma Kiev fu distrutta dall’invasione mongola del 1240 e nei secoli successivi i nuovi centri della civiltà russa si spostarono nelle foreste più a nord.

Nel 1686, quando i cacciatori di schiavi musulmani provenienti dalla Crimea stavano ancora operando con regolarità nei dintorni di Kiev, il patriarca di Costantinopoli trasferì ufficialmente la sede della chiesa ortodossa russa da Kiev a Mosca. Oggi, semplicemente, Kiev si sta riprendendo il suo patriarcato.

Le persone che vivono oggi in quest’area sono ucraine, e parlano una lingua parzialmente diversa da quella dei russi. Le regole tradizionali dell’ortodossia prevedono che ogni gruppo nazionale abbia diritto alla sua chiesa nazionale. E quindi qual è il problema? La politica, naturalmente.

I frutti dell’indipendenza
Nei tre secoli successivi al 1686, l’Ucraina è stata parte dell’impero russo e del suo successore, l’Unione Sovietica. È stata la chiesa ortodossa russa a prendere le decisioni religiose per tutti, ricevendo gli introiti provenienti dalle dodicimila parrocchie presenti in Ucraina. Ma dal 1991, con l’indipendenza dell’Ucraina, tutto questo è stato rimesso in discussione.

La questione è diventata più urgente con l’annessione unilaterale della Crimea da parte della Russia, nel 2014, e il successivo sostegno di Mosca ai separatisti dell’Ucraina orientale. Il Cremlino voleva mantenere il controllo della chiesa ortodossa ucraina, ritenendola uno strumento per influenzare l’opinione pubblica ucraina in favore della Russia. Ma, per lo stesso motivo, per i nazionalisti ucraini è diventata una priorità quella di liberarsi dell’influenza russa.

L’Ucraina l’ha spuntata e il suo presidente, Petro Porošenko, ha ringraziato il patriarca Bartolomeo “per il coraggio nel prendere questa storica decisione. Finalmente Dio ci ha dato la chiesa ortodossa d’Ucraina” (Porošenko è un vero credente? Forse. Quel che è certo è che si è ricandidato per le elezioni di marzo).

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Sia Putin sia Porošenko stanno usando la religione per i loro scopi, ma Bartolomeo ha fatto quel che era giusto. La cosa ha un costo: alla chiesa russa ortodossa è affiliata quasi la metà dei trecento milioni di cristiani ortodossi del mondo e la gerarchia di Mosca adesso ha interrotto i rapporti con il patriarcato di Costantinopoli. Si tratta di uno scisma che potrà essere sanato solo tra molto tempo.

Ma l’ultima parola va data alle Pussy Riot. Come hanno affermato nella loro “preghiera punk”, pronunciata nella cattedrale di Cristo salvatore a Mosca, nel 2012 (che è costata a due di loro una lunga pena detentiva): “Le chiese lodano dirigenti corrotti. / La marcia delle croci è fatta di limousine nere. / Il patriarca Kirill crede in Putin./ Sarebbe meglio se il bastardo credesse in Dio! / Vergine madre di dio, liberaci da Putin! / Liberaci da Putin, liberaci da Putin!”.

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